Ogni giorno che passa, il ritmo persistente dei tamburi di guerra in Medio Oriente diventa più sonoro e minaccioso. Nelle ultime settimane, abbiamo visto quella che sembra essere una svolta inarrestabile in direzione di una ripresa del conflitto armato tra Stati Uniti e Iran.

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Nuovi elementi si stanno aggiungendo a questa complessa equazione, man mano che le fazioni ostili muovono nuove pedine sulla sanguinosa scacchiera di violenza e caos, provocando una spirale di morte e distruzione.

Eppure, il quadro complessivo si presenta come un incomprensibile e confuso intrico, in cui una sbalorditiva dichiarazione del Presidente degli Stati Uniti viene prontamente contraddetta da un’altra dichiarazione di segno totalmente opposto.

Secondo il mantra più e più volte ripetuto dell’uomo alla Casa Bianca, la potenza militare dell’Iran è stata interamente disintegrata almeno una dozzina di occasioni dalla superiore forza aerea degli Stati Uniti.

Donald Trump ha minacciato che, se l’Iran non dovesse accettare un accordo, spazzerebbe via ogni civiltà da qual paese. “Se l’Iran rifiuterà le nostre condizioni, i prossimi obiettivi sarebbero stati le loro centrali elettriche, i loro ponti e le infrastrutture petrolifere ed energetiche”, ha detto Hegseth.

Eppure, non c’è assolutamente alcun elemento a sostegno del fatto che l’Iran abbia acconsentito a una qualsivoglia proposta americana. Al contrario, Teheran ha pubblicamente dichiarato che non hanno avuto luogo negoziati di alcun tipo con gli americani.

E per qualche ragione particolare, che attende ancora una spiegazione da parte dell’uomo della Casa Bianca, l’Iran continua a lanciare sciami di missili balistici contro obiettivi in Medio Oriente, tra cui nello specifico una base americana in Giordana che è stata recentemente colpita.

L’attuale livello di distruzione causato da questi attacchi non è mai stato chiaramente quantificato. Tuttavia, deve essere stato considerevole, visto che ha costretto gli americani a ritirare le proprie forze dalle basi nella regione.

Theodore Roosevelt aveva un motto interessante: “parla a voce bassa e porta un grosso bastone”. Donald J. Trump dice l’esatto opposto: strilla e inveisci a piena voce, lancia le minacce più agghiaccianti e brandisci in aria una spada di cartone.

L’unico risultato di questa politica assurda, che oggi viene fatta passare per diplomazia negli Stati Uniti, è quello di screditare gli americani agli occhi del mondo.

Quante volte il presidente americano ha minacciato di scatenare un terribile bombardamento tale da ridurre l’Iran ad un cumulo di macerie fumanti? Quanti ultimatum ha emesso per questo epilogo apocalittico?

Abbiamo perso il conto. Ma gli ultimatum di Trump vanno e vengono e, invariabilmente, all’ultimo minuto fa dietrofront e se ne dimentica.

Sfortunatamente per lui, i suoi nemici non dimenticano né perdonano. Essi interpretano correttamente questi costanti dietrofront come un segno chiaro di debolezza e agiscono di conseguenza.

La guerra degli Stati Uniti contro l’Iran ha “completamente” distrutto la capacità di quest’ultimo di costruire missili e altre armi ad alta tecnologia, ha millantato ad aprile il segretario della difesa Pete Hegseth.

“Abbiamo terminato di distruggere completamente l’industria della difesa dell’Iran, un pilastro fondamentale della nostra missione”, ha detto Hegseth ai cronisti.

“Non sono più in grado di costruire missili, razzi, sistemi di lancio o [droni] – le loro fabbriche sono state rase al suolo, riportate indietro in modo clamoroso”, ha detto.

Tuttavia, queste dichiarazioni assurde e smargiasse di Trump e Hegseth vengono contraddette dai fatti.

Già tempo fa, fonti militari israeliane affermavano che gli iraniani avessero ingenti arsenali di missili, probabilmente più di un migliaio, e che stessero costantemente incrementandone la produzione.

Intuendo le esitazioni e i vacillamenti della Casa Bianca, gli iraniani sono diventati sempre più fiduciosi e aggressivi.

Lungi dal riaprire lo Stretto di Hormuz, le Guardie Rivoluzionarie, che sono in effetti la forza più potente in Iran al momento, hanno risposto dichiarando che avrebbero inasprito il controllo su Hormuz, espandendo la zona di sorveglianza a ovest dello Stretto.

A differenza del presidente americano, le Guardie Rivoluzionarie fanno sempre seguire alle parole i fatti. Qualsiasi petroliera che provi ad avvicinarsi allo Stretto di Hormuz può essere attaccata dagli iraniani a distanza, a meno che non ottenga il permesso dall’Iran.

Gli iraniani, aggiungendo il danno alla beffa, come abbiamo detto, hanno lanciato uno sciame di missili e droni contro le basi americane in Giordania e in altre parti della regione.

Il calcolo dietro questi attacchi iraniani è abbastanza ovvio. Non si tratta tanto di infliggere un danno materiale, quanto di provocare una risposta da parte degli americani spingendoli ad utilizzare le loro scorte preziose, e sempre più esigue, di costosi missili di difesa aerea.

Questo obiettivo sembra essere stato raggiunto con successo grazie ai recenti attacchi, per respingere i quali gli Stati Uniti hanno lanciato 60 missili intercettori Patriot PAC-3.

Ciò rappresenta una considerevole riduzione delle riserve già limitate di missili Patriot, che circa un mese fa erano stimate per un numero complessivo di 640 esemplari.

Questi missili costosissimi sono molto complessi e numerosi dei componenti essenziali vengono, a quanto pare, realizzati a mano. Agli Stati Uniti, servono due anni di tempo per produrre uno di questi missili. Ciò significa che, a questo ritmo, sebbene gli americani pianifichino di accrescere la produzione di missili intercettori Patriot PAC 3, non sarà possibile produrli in tempo utile per sostituire quelli già utilizzati.

Uno sviluppo ancora più allarmante per gli americani è che la precisione e il raggio dei missili iraniani sono enormemente aumentati.

Colpiscono regolarmente obiettivi, incluse basi americane, con precisione certosina e con una conoscenza molto accurata dei punti più deboli nelle difese americane, che può provenire solo dall’assistenza diretta della Russia e forse anche della Cina.

Questo sviluppo fa scattare tutte le sirene d’allarme al Pentagono, che teme a ragione che questa tecnologia renda i missili iraniani ben più pericolosi per le navi da guerra e le basi americane nella regione.

Secondo il Wall Street Journal, si è tenuta una riunione alla Casa Bianca durante la quale, nonostante le numerose esternazioni tracotanti che il Presidente Trump continua a fare su come stia vincendo o abbia vinto o vincerà, dopo le elezioni di medio termine, la guerra in Iran, pare che lo stesso Trump sia stato privatamente informato che la guerra con l’Iran potrebbe continuare per il resto del suo mandato.

È questo fatto e non un qualche desiderio di pace a spiegare il fallimento di Trump, almeno finora, nel portare a compimento le sue minacce agghiaccianti di un attacco devastante contro l’Iran.

Gli Houthi vanno all’offensiva

La situazione era già abbastanza negativa. Ma ai dolori di Trump si aggiunge la notizia inattesa di uno sviluppo estremamente allarmante in un’altra parte della regione.

Proprio nel momento in cui il conflitto tra Iran e Stati Uniti continua e lo Stretto di Hormuz resta chiuso, d’improvviso si è riacceso il conflitto tra i sauditi e il movimento degli Houthi in Yemen.

Questa avanzata condotta dagli Houthi, appoggiati dall’Iran, sono parte della guerra civile in corso in Yemen tra i primi e il Consiglio di Direzione Presidenziale appoggiato dall’Arabia Saudita.

Dal 2015 fino alla firma di una fragile tregua nel 2022, l’Arabia Saudita è stata la principale forza dietro una brutale campagna aerea e terrestre contro gli Houthi. Questa fragile tregua è durata fino a quest’anno.

Infatti, essa è stata infranta da un attacco unilaterale dell’aviazione saudita contro l’aeroporto di Sanaa, la capitale degli Houthi. E la tregua è ormai stata completamente spazzata via dalla rapida e apparentemente inarrestabile offensiva degli Houthi.

È difficile tracciare un quadro chiaro di questa guerra, ma sembra chiaro che gli Houthi siano avanzati con una velocità fulminea, impadronendosi di un’ampia porzione di territorio e, soprattutto, occupando una vasta area, spazzando via la resistenza delle inefficaci forze governative e spingendosi verso sud. Hanno adesso raggiunto gli estremi meridionali dello Yemen lungo il Mar Rosso.

Il governo yemenita, sostenuto dall’Arabia Saudita, si trova ora a dover cercare di riconquistare il territorio conquistato dai militanti houthi grazie alla loro rapida avanzata degli ultimi giorni.

Alcuni resoconti suggeriscono che forze ostili agli Houthi stiano lanciando dei contrattacchi su altri fronti. Ma, nonostante questo, gli Houthi appaiono oggi come la forza militare di gran lunga più temibile in Yemen.

In realtà, se c’è una marmaglia disorganizzata in Yemen, non sono gli Houthi, bensì le fazioni che li combattono (alcune appoggiate dall’Arabia Saudita, altre dagli Emirati Arabi Uniti) che, nel mezzo della guerra, sono troppo impegnate a combattersi e a uccidersi l’un l’altra al fine di accaparrarsi il bottino per poter prestare attenzione agli Houthi.

L’avanzata degli Houthi dà loro il controllo sull’intera costa yemenita affacciata sul Mar Rosso. Sono ora a soli 32 chilometri dalla base militare americana a Gibuti, il piccolo paese nel Corno d’Africa, sull’altra sponda dello Stretto di Bab al Mandab, la parte meridionale del Mar Rosso.

Il 15 settembre, il Guardian ha dato voce ai timori crescenti dei governi occidentali circa le conseguenze di questi sviluppi:

“I combattenti houthi dello Yemen hanno conquistato due isole strategiche nel Mar Rosso, rafforzando la capacità del gruppo, appoggiato dall’Iran, di controllare una rotta commerciale cruciale, nel momento in cui cresce la preoccupazione per una nuova crisi delle forniture di petrolio a livello mondiale.

La conquista delle isole Grande Hanish e Piccola Hanish è l’ultimo atto della rapida avanzata del gruppo combattente lungo la costa yemenita sul Mar Rosso, dopo la cattura del porto di Mocha e dell’isola di Perim [anche chiamata isola di Mayun, Ndt] nello Stretto di Bab al Mandab.

Le isole sono situate a 160 chilometri a nord dallo stretto, che rappresenta un collo di bottiglia che collega il Mar Rosso all’oceano aperto e agli importanti mercati asiatici dell’Arabia Saudita.”

Questo stretto costituisce un importante collo di bottiglia sulla rotta commerciale che collega il Mar Mediterraneo all’Oceano Indiano. Con la chiusura de facto del Golfo Persico, esso offre l’unica alternativa praticabile per il trasporto di petrolio, gas naturale liquefatto e altri prodotti che vengono esportati o attraversano la regione.

L’Arabia Saudita, in particolare, ha dirottato circa il 64% delle sue esportazioni di petrolio sull’oleodotto che attraversa il paese da est ad ovest e trasporta il petrolio verso porto di Yanbu, dove viene imbarcato in direzione dello Stretto di Bab al Mandab.

L’oleodotto in questione è di importanza fondamentale, poiché i sauditi lo stavano utilizzando per dirottare il petrolio dallo Stretto di Hormuz verso i porti del Mar Rosso. Tuttavia, è stato attaccato da missili lanciati, a quanto pare, da un milizie filo-iraniane in Iraq, che hanno impiegato missili balistici e droni per colpire obiettivi militari e strategici di grande importanza.

Gli ingenti danni inflitti all’oleodotto hanno a tutti gli effetti paralizzato le esportazioni saudite verso l’Asia. Le autorità saudite hanno infatti confermato che i danni sono stati estesi, visto che ora hanno chiuso l’intero oleodotto. E tali danni richiederanno varie settimane per essere riparati, sempre che esso non venga ulteriormente danneggiato nel frattempo da nuovi attacchi. [Il 22 settembre, in seguito a riparazioni, l’oleodotto ha ripreso a funzionare, sebbene a regime ridotto. Tuttavia, gli Houthi hanno inflitto danni ingenti a raffinerie e impianti petroliferi in Arabia Saudita e mantengono un blocco sulle navi saudite, impedendone il passaggio attraverso lo Stretti di Bab Al Mandab, Ndt]

L’offensiva degli Houthi ha enormemente accresciuto la loro capacità di controllare il passaggio delle petroliere attraverso lo Stretto di Bab al Mandab.

Gli Houthi hanno identificato come obiettivi le navi e il petrolio sauditi: hanno lanciato attacchi contro autocisterne e impianti petroliferi all’interno dell’Arabia Saudita.

Tuttavia, numerosi paesi in Europa, Asia e Africa dipendono dai prodotti che provengono dallo Stretto di Bab al Mandab. Le forniture provenienti dall’Arabia Saudita, il principale esportatore di petrolio al mondo, rivestono un’importanza vitale per numerose economie in Africa e in Asia, che fanno affidamento sulle importazioni di petrolio dal Medio Oriente.

Tutto questo rappresenta però una minaccia più vasta all’economia e al commercio mondiale. I ribelli Houthi sono ora nella posizione di interrompere e controllare con efficacia le rotte globali che attraversano lo stretto. Utilizzano armi leggere di guerra asimmetrica come droni, missili anti-nave e imbarcazioni veloci, il traffico marittimo può essere facilmente paralizzato.

Mohammed bin Salman è nel panico

Questa è la crisi peggiore che l’Arabia Saudita vive fin dalla fondazione del regno negli anni ’30. Questo sta allarmando i circoli dominanti sauditi, in particolare il principe ereditario e governante de facto, Mohammed bin Salman Al Saud, anche noto come MbS.

L’uomo forte saudita si rivela un gigante con i piedi di argilla. Infatti, mostra tutti i segni del panico. Non è difficile scorgerne la ragione.

È ormai un segreto di Pulcinella che prima che gli americani lanciassero il loro attacco contro l’Iran il 28 febbraio, MbS e gli altri leader arabi del Golfo Persico avevano sollecitato Trump a intraprendere questa azione. Fu uno dei fattori che influenzarono Donald Trump a procedere in tal senso. MbS presumeva chiaramente che un attacco americano si sarebbe concluso con una rapida vittoria e il crollo del regime iraniano.

Tuttavia, le cose sono andate in modo molto diverso. Il regime iraniano non è stato rovesciato, bensì rafforzato. Lo Stretto di Hormuz è chiuso e le infrastrutture petrolifere saudite sono state attaccate. Ora la crisi si è estesa allo Yemen e l’accesso al Mar Rosso da sud viene minacciato dagli Houthi. Un oleodotto di importanza vitale da cui l’Arabia Saudita dipende è stato messo fuori servizio.

Gli Houthi stanno incrementando gli attacchi contro gli impianti petroliferi in Arabia Saudita, che i sauditi hanno sempre più difficoltà a difendere, data la penuria di intercettori Patriot PAC-3.

Preso dalla disperazione, MbS “ha personalmente sollecitato il presidente Trump a intraprendere azioni militari contro gli Houthi, appoggiati dall’Iran, in un momento in cui le forze houthi hanno effettuato una rapida avanzata lungo la costa yemenita sul Mar Rosso, […] aggiungendo che Trump e il principe ereditario hanno parlato numerose volte negli ultimi giorni riguardo l’aggravamento della situazione”.

Tutte queste suppliche accorate non hanno però trovato orecchie pronte ad ascoltarle. L’articolo continua spiegando che:

“Nonostante le esortazioni di bin Salman, Trump si è finora rifiutato di coinvolgere direttamente l’esercito americano, offrendo al contrario di assisterlo con un contributo di intelligence e di individuazione degli obiettivi, secondo le fonti, che hanno chiesto di restare anonime per discutere di questi colloqui sensibili”.

Il più grande errore che si possa fare in guerra è sottovalutare il proprio nemico. E gli americani hanno commesso questo errore in numerose occasioni.

Hanno sottovalutato i russi quando hanno deliberatamente provocato una guerra insensata, utilizzando il popolo ucraino come carne da cannone. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Hanno ripetutamente provato a sminuire la potenza e i traguardi economici raggiunti dalla Cina, che è ora la nazione più potente al mondo a livello industriale, con un livello tecnologico che è per lo meno pari, e probabilmente superiore, a quello degli Stati Uniti.

Hanno anche sottovalutato i talebani in Afghanistan, dove hanno subito una sconfitta umiliante e, fino ad ora avevano sottovalutato gli Houthi. I media occidentali continuano a ritrarre gli Houthi come una milizia raffazzonata, un’armata a piedi scalzi senza capacità militari o l’abilità di contrastare la forza soverchiante e le armi sofisticate di un paese come gli Stati Uniti.

Tuttavia, l’esperienza mostra che questo ritratto è completamente falso: è il prodotto dell’arroganza imperialistica e di un sentimento malriposto di innata superiorità nei confronti di popoli “arretrati”. Questa raffigurazione assurda e distorta presentata dai media appare in flagrante contraddizione con i fatti noti.

Gli Houthi sono infatti una forza militare altamente disciplinata, composta da guerriglieri temprati e instancabili. Oltre al fanatismo e alla resilienza, hanno mostrato una comprensione ammirevole della tattica e della strategia militare. Hanno sempre continuato a combattere, incuranti di qualsiasi bombardamento dall’aria, dal mare o dalla terra. Anni di duri combattimenti li hanno trasformati in una formidabile forza militare.

Per di più, con l’aiuto dell’Iran (e indubbiamente di Russia e Cina) possiedono ora un sistema di difesa aerea funzionante, e d’ora in poi qualsiasi attacco aereo avrà un costo molto elevato.

Questi fatti sono stati colti, seppur in ritardo, dai Padroni del Pentagono, che hanno per lo meno cominciato a comprendere le virtù della cautela nell’arte bellica. Hanno trasmesso i propri timori al presidente in persona, in maniera senza dubbio efficace.

Donald Trump ha gettato uno sguardo alla situazione e ha detto: “Grazie, ma ne faccio a meno!”. Gli americani hanno già un bel da fare con una guerra (in realtà, due) e non hanno alcun desiderio di essere trascinati in un ulteriore conflitto armato, che non sono per nulla sicuri di vincere. Questa è certamente la posizione del Pentagono, se non dello stesso Donald Trump.

Questo rifiuto deve aver colpito MbS come un pugno nello stomaco. Possiamo immaginarlo come un uomo molto spaventato, abbandonato dal suo presunto alleato alla Casa Bianca e costretto ad affrontare un nemico spietato e implacabile senza alcuna prospettiva realistica di aiuto.

Ciò di cui MbS ha più urgente bisogno è di rafforzare le proprie difese. Come Zelensky, sta chiedendo a gran voce la fornitura di un maggior numero di missili Patriot. Tuttavia, come abbiamo visto, ce n’è grande carenza. Le sue richieste con ogni probabilità non verranno soddisfatte e sicuramente non nelle quantità desiderate.

Un lavoro lasciato a metà

Il fatto che gli Houthi si siano impadroniti di una rotta commerciale di importanza vitale nel Mar Rosso segna un punto di svolta nella guerra mai conclusa tra gli Stati Uniti e l’Iran.

Sebbene l’Iran non abbia mai ammesso alcun coinvolgimento, sembra impensabile che gli Houthi abbiano agito senza il consenso esplicito di Teheran.

L’Iran e gli Houthi hanno ora una presa ferrea su due passaggi marittimi cruciali per i trasporti globali. Questo fornisce loro una leva molto potente sui propri nemici, permettendo loro di esercitare una pressione sull’economia globale e, in particolare, sugli Stati Uniti.

Questo mostra l’elevata sicurezza di sé degli iraniani e degli Houthi: hanno mostrato chiaramente che non si tireranno indietro di fronte ad una guerra prolungata con gli Stati Uniti.

Trump ha espresso riluttanza a coinvolgere l’esercito americano “a meno che non sia necessario”. Ma cosa intende quando dice “necessario”?

Dopo aver rifiutato le richieste del principe ereditario dell’Arabia Saudita di unirsi ai bombardamenti sauditi contro obiettivi houthi in Yemen, Trump ha riferito che gli Houthi avrebbero chiesto agli Stati Uniti di non intervenire.

Questo significa che finalmente la voce della gentilezza e del buon senso abbiano avuto la meglio nello studio ovale? Possiamo concluderne che l’uomo alla Casa Bianca abbia escluso la possibilità di una nuova guerra?

Sarebbe molto edificante pensarlo, ma le esperienze passate ci hanno insegnato ad essere molto cauti nel trarre qualsiasi conclusione sulla futura condotta dell’uomo alla Casa Bianca.

Non è possibile che, nonostante l’evidenza, temendo le conseguenze del crollo dell’Arabia Saudita, Trump possa infine decidere di intervenire direttamente, quali che siano le conseguenze?

Le dichiarazioni che provengono da Washington sono contorte e oscure come i responsi misteriosi dell’oracolo di Delfi. Il segretario di Stato Marco Rubio ha detto che gli Stati Uniti stanno monitorando la situazione in Yemen “molto da vicino”. Tuttavia, il dipartimento di Stato è rimasto reticente sulle implicazioni di queste dichiarazioni.

La scorsa settimana, l’ammiraglio Bradley Cooper, comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti [che dirige le forze armate americane nello scenario mediorentale, Ndt], si trovava in Arabia Saudita per colloqui di intesa operativa. Qual era il tema di questi colloqui? Nessuno sembra saperlo. In ogni caso, non ci sono state dichiarazioni pubbliche al riguardo. Un alto funzionario del governo ha detto che gli Stati Uniti sono “impegnati a tutelare i nostri interessi fondamentali in materia di sicurezza nazionale – come garantire la libertà di navigazione nel Mar Rosso – consentendo al contempo ai nostri partner regionali di assumere un ruolo di primo piano nella gestione e nella risoluzione delle sfide alla sicurezza regionale”.

Il funzionario ha detto che gli Stati Uniti sono “in un continuo dialogo con l’Arabia Saudita e con il Governo della Repubblica dello Yemen rispetto alla stabilità regionale”. Ma cosa significa questo nella pratica?

È noto che i sauditi stiano cercando freneticamente di mettere in piedi una coalizione contro gli Houthi e proteggere il Regno dalle rappresaglie iraniane nel caso in cui gli Houthi venissero attaccati.

Per quanto Trump possa essere stato tentato di evitare di finire invischiato in un ulteriore conflitto, comprenderà che una tale inazione verrebbe percepita come un tradimento, non solo dai sauditi, bensì da ciascuno degli Stati del Golfo che hanno tradizionalmente appoggiato gli Stati Uniti.

Una sconfitta saudita per mano degli Houthi e degli iraniani è qualcosa che Trump e gli Stati Uniti semplicemente non possono accettare.

Per questo motivo, Trump probabilmente non avrà altra scelta se non di schierare la sua forza militare dalla parte dell’Arabia Saudita. In un recente discorso alla convention repubblicana in vista delle elezioni di medio termine, Trump ha detto:

“Abbiamo costruito l’esercito più potente al mondo. Lo usiamo un po’ più di quanto pensassi. Ma non possiamo permettere che l’Iran abbia un’arma nucleare e non avranno mai un’arma nucleare.”

Queste parole suggeriscono con forza come Donald J. Trump ritenga che gli Stati Uniti abbiano ancora un lavoro incompiuto in Medio Oriente che deve essere portato a termine.

Nonostante tutti i consigli del Pentagono, l’inquilino della Casa Bianca non ha per nulla abbandonato i propri piani di riprendere la sua aggressione contro l’Iran e di costringere Teheran a piegarsi al suo volere.

Il riferimento di routine alle armi nucleari è semplicemente un diversivo per nascondere il vero obiettivo, che è ovviamente la riapertura dello Stretto di Hormuz e, se possibile, un cambio di regime in Iran.

Una delle definizioni di follia è continuare a ripetere lo stesso errore che regolarmente porta all’insuccesso, nell’attesa fiduciosa che alla fine funzionerà. Da questo punto di vista, il comportamento di Donald Trump è, letteralmente, folle.

Ma questo non lo ha mai fermato. E non c’è motivo di credere che gli impedirà adesso di seguire la linea d’azione che egli ritiene “necessaria”, una volta che si sarà lasciato le elezioni di medio termine alle spalle.

Quali che siano i piani che frullano nel cervello contorto e iperattivo del presidente, è abbastanza chiaro che non raggiungerà mai i propri obiettivi con mezzi militari. Se questo fosse stato possibile, li avrebbe raggiunti molto tempo fa.

I sauditi e i loro alleati hanno bombardato gli Houthi senza pietà innumerevoli volte. Gli americani hanno lanciato una mole enorme di preziosi ordigni contro gli Houthi nella primavera 2025, senza ottenere granché.

Questi bombardamenti non ne hanno minimamente scalfito lo spirito. È pertanto stupido immaginarsi che ulteriori bombardamento possano alterare il corso della guerra in Yemen.

È ormai risaputo che gli Stati Uniti hanno carenza di armi strategiche, come gli intercettori Patriot, i missili THAAD, i missili a crociera, che rivestirebbero un’importanza vitale in qualsiasi conflitto prolungato.

In ogni caso, la storia mostra che le guerre non possono mai essere vinte solo con l’impiego della forza aerea. Qualsiasi seria campagna militare contro gli Houthi richiederebbe inevitabilmente il dispiegamento di truppe sul terreno: una strategia davvero molto rischiosa.

Il prestigioso Council on Foreign Relations americano ha pubblicato un articolo il 22 settembre che spiega correttamente questo punto:

“Le campagne di attacchi aerei contro gli Houthi e l’Iran hanno dimostrato che ci sono limiti a questo tipo di guerra. Se Trump e i sauditi vogliono risolvere il problema degli Houthi, ci vorrà ben altro che qualche attacco aereo.”

E aggiunge:

“Uno sforzo bellico americano dovrebbe includere operazioni di terra considerevoli e coordinate per rimuovere gli Houthi dalle aree che controllano sullo Stretto di Bab al Mandab. Si tratta di un compito arduo, data la debolezza delle forze del governo yemenita e la ritrosia dell’Arabia Saudita a ingaggiare il proprio esercito nel combattimento.”

Nel breve termine, gli attacchi aerei contro gli Houthi in Yemen potrebbero forse salvare i sauditi da una sconfitta imminente. Ma avranno altre conseguenze ben più gravi.

Le conseguenze

Diventa sempre più chiaro che le azioni che Donald Trump si prefigge abbiano conseguenze che egli non riesce o non vuole vedere.

Qualsiasi attacco spingerebbe gli iraniani, gli Houthi e i loro alleati regionali (le milizie sciite in Iraq, il movimento di Hezbollah in Libano) a rappresaglie ancora più drastiche.

Quando hanno chiesto agli americani di restare fuori dal conflitto, i capi degli Houthi si sono presi il disturbo di assicurare a Washington di non avere intenzione di bloccare tutti i carichi commerciali nel Mar Rosso, bensì solo le navi legate all’Arabia Saudita.

Se gli Houthi venissero attaccati dagli Stati Uniti, con ogni probabilità gli iraniani deciderebbero di dover anch’essi rispondere, perché non farlo verrebbe visto come un tradimento degli Houthi, una cosa che non possono permettersi. Sarebbe ancora più vero, ovviamente, nel caso di un attacco diretto contro l’Iran.

A quel punto, si farà sul serio. Gli Houthi non esiterebbero a chiudere il Mar Rosso agli americani e alle altre navi occidentali, portando così la crisi dell’economia mondiale su un livello del tutto nuovo.

Gli iraniani potrebbero rispondere non solo attaccando le infrastrutture petroliferi saudite (cisterne, porti, petroliere e oleodotti vulnerabili), ma anche strutture vitali come gli impianti di desalinizzazione, con effetti ben più gravi. Ciò avrebbe conseguenze catastrofiche per l’Arabia Saudita e per tutti i suoi alleati nel Golfo.

Sarà una guerra breve?

Una cosa è certa. Una volta che la guerra si sarà estesa, non avrà più fine. L’idea di una campagna breve e vittoriosa è un’illusione sciocca, che contrasta con tutti i fatti noti.

Sia gli iraniani sia gli Houthi hanno dimostrato la propria capacità di resistenza anche di fronte alle guerre più brutali. Non fa loro difetto né la volontà né l’abilità, in termini di capacità militari, di condurre una guerra prolungata.

Al contrario, gli Stati Uniti non possiedono nessuna di queste due cose. Da un punto di vista militare, una guerra simile sarebbe una catastrofe per gli Stati Uniti. I vertici del Pentagono hanno ripetutamente avvertito di questo pericolo.

Il Washington Post ha scritto che i comandanti di alto grado dell’esercito americano hanno avvertito il segretario della difesa Peter Hegseth che operazioni su larga scala contro l’Iran non potrebbero essere sostenute per un tempo indefinito e che continuare a concentrare le proprie forze in Medio Oriente potrebbe mettere a rischio la capacità dell’esercito americano di rispondere a minacce situate in altre parti del mondo, inclusa la difesa degli Stati Uniti stessi.

I timori del Pentagono sono pienamente giustificati. Tuttavia le ripercussioni più gravi si produrrebbero sul terreno politico e della coscienza di milioni di persone.

La guerra in Iran non gode di alcun consenso nell’opinione pubblica negli USA. Circa il 60% degli americani si oppone ad un’azione militare, rendendo questa guerra uno dei grossi conflitti più impopolari nella storia recente. Questa opposizione è diffusa anche nella base elettorale di Trump, che non ha dimenticato la sua promessa di mettere fine alle “guerre infinite”, in particolare in Medio Oriente.

Tutto fa propendere in direzione di un ciclo di intensificazione del conflitto in Medio Oriente, in cui la causa si trasforma in effetto e l’effetto in causa in una infernale spirale discendente di violenza e caos. Chi può dire dove tutto questo potrebbe portare?

Convulsioni nell’economia mondiale

Nel frattempo, l’economia mondiale sta affrontando un aumento fuori controllo dei prezzi del carburante e un’inflazione incalzante.

Il prezzo di riferimento del greggio ha nuovamente superato i 100 dollari al barile. E questo è solo l’inizio. Il 15 settembre, il Guardian ha affermato:

“L’istituto di ricerca Rystad Energy ha detto lunedì che da fine agosto passavano in media da 2,6 a 4 milioni di barili di petrolio al giorno dall’oleodotto e dal porto di Yanbu, un volume che, viene detto, rischia ora di “scomparire dal mercato.

Martedì mattina, il prezzo del brent è cresciuto dell’1,17%, raggiungendo i 106,92 dollari al barile. Il prezzo medio del diesel negli Stati Uniti ha raggiunto i 6 dollari a gallone per la prima volta lo scorso weekend.”

Quindi, ancora prima delle elezioni di medio termine di novembre, i prezzi della benzina e del diesel nelle pompe di benzina americane hanno raggiunti livelli da record come prezzo nominale.

E la carenza globale di petrolio si aggraverà. La Bank of America prevede il petrolio a 150 dollari al barile. In retrospettiva, questa previsione potrebbe rivelarsi eccessivamente ottimistica. Se la situazione dovesse deteriorarsi, il prezzo del petrolio potrebbe benissimo raggiungere i 200 dollari al barile.

La crisi in Medio Oriente, l’aumento dei prezzi dell’energia e i problemi nel mercato obbligazionario fanno sì che tutti i governi (eccetto la Russia e la Cina) si troveranno in una crisi grave e destinata ad aggravarsi. Una nuova guerra nella regione, con il conseguente crollo della produzione e del trasporto di petrolio, inasprirà enormemente tutti questi problemi,

Le banche centrali dovranno tornare a alzare i tassi di interesse. Questo, a propria volta, causerà una drastica contrazione della domanda, provocando una deriva inarrestabile in direzione di una recessione, della caduta dei profitti, del crollo della fiducia degli investitori e di una crisi del mercato azionario.

La chiusura delle fabbriche, un rapido aumento della disoccupazione e il crollo delle condizioni di vita e del gettito fiscale verranno accompagnati da tagli profondi alla spesa pubblica nell’istruzione, la salute e in altri servizi sociali.

Brusche svolte nella coscienza

Questo è particolarmente vero per l’Europa, le cui riserve di gas naturale sono pericolosamente basse. C’è già un panico crescente per la penuria di gas in Europa, sebbene i governi europei stiano evitando di parlarne per paura di provocare allarme nella società.

La popolazione europea dovrà prepararsi ad un inverno davvero molto duro. Le nubi tempestose si stanno addensando e diventano sempre più scure.

È certo possibile che i leader europei provino a distrarre l’attenzione dalla crisi economica domestica intervenendo nella guerra in Medio Oriente, sotto il pretesto di “difendere la libertà dei mari”.

Questo mi fa tornare alla mente il noto proverbio, “gli stolti si precipitano dove il Diavolo non osa mettere piede”. Dopo aver fatto qualsiasi errore concepibile in politica estera (e non pochi che sono francamente inconcepibili) queste teste di legno sarebbero ben capaci di lanciarsi in un’avventura militare in un momento in cui i loro eserciti sono in uno stato deplorevole, i loro forzieri sono vuoti e l’elettorato è tutt’altro che dell’umore di appoggiare simili bravate.

Eppure, sembrerebbe che la stupidità di questa gente non conosca confini.

Tuttavia, una simile avventura militare avrebbe inevitabilmente gravissime conseguenze politiche per tutti i paesi europei.

Svolte brusche e repentine come questa sono intrinsecamente contenute in tutta la situazione. Esse sono la manifestazione più chiara dell’instabilità insita in un sistema socio-economico che ha esaurito la propria utilità ed è entrato in contraddizione con le necessità del progresso umano.

Ma questo porterà con sé in modo speculare mutamenti bruschi e repentini nella coscienza. In assenza di una alternativa credibile a sinistra, la strada è spianata per demagoghi di destra come Trump o AfD in Germania.

Questi demagoghi di destra possono sorgere improvvisamente e ottenere qualche successo per un certo periodo. Ma inevitabilmente si scontreranno con le contraddizioni del capitalismo, per le quali non hanno soluzioni. Crolleranno con la stessa rapidità con cui sono sorti.

Possiamo ormai vedere quanto in fretta le illusioni in Trump (che erano considerevoli) stiano cominciando a svanire e a lasciare spazio a sentimenti di rabbiosa recriminazione, in particolare riguardo alla guerra contro l’Iran.

Una guerra senza obiettivi chiari né una scadenza in vista, accompagnata da alti tassi di perdite tra i soldati americani, provocherebbe un livello di indignazione popolare e mobilitazioni di massa come non se ne vedevano dalla Guerra del Vietnam. Questo segnerebbe il naufragio finale della carriera politica di Trump.

Come nella meccanica elementare, anche in politica, ogni azione ha una reazione opposta e uguale. Una volta che l’incantesimo del trumpismo verrà infranto, la diga si aprirà, creando un torrente di radicalismo che scuoterà la società americana nelle sue fondamenta, aprendo la strada ad un brusco spostamento del pendolo da destra a sinistra.

Le predizioni apocalittiche di Trump sull’ascesa del comunismo negli Stati Uniti, smetteranno di essere quello che sono state finora, le farneticazioni deliranti di un politico fallito, che cerca disperatamente un modo per distrarre l’attenzione della gente dai veri problemi che la popolazione deve affrontare negli Stati Uniti.

Al contrario, si riveleranno delle accurate anticipazioni della crescente radicalizzazione a sinistra tra vasti settori della gioventù e di un interesse sempre maggiore nelle idee del comunismo e della rivoluzione.

Potremo osservare lo stesso fenomeno in un paese dopo l’altro. Le recenti elezioni in Germania sono state un chiaro segnale di avvertimento che il malcontento si impadronisce sempre di più degli animi, che il disincanto nei confronti dei partiti, dei leader e dei governi esistenti sta crescendo, dove l’indifferenza sta cedendo il posto ad un nuovo stato d’animo combattivo di ribellione.

In breve, le condizioni attuali si stanno trasformando in una ricetta bella e pronta per un’esplosione della lotta di classe di portata inaudita.