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La guerra degli Usa e di Israele contro l’Iran è ad un punto di svolta, non solo dal punto di vista dei rapporti di forza tra le potenze, ma anche da quello dell’economia mondiale. Essa sta portando allo scoperto tutte le contraddizioni che si sono accumulate nel periodo precedente: inflazione, debito e recessione incombente.

Da settimane le città di La Paz ed El Alto sono teatro di manifestazioni, scontri violenti con la polizia, scioperi e blocchi stradali, scatenati dalla lotta contro le misure di austerità e l’inflazione. Ora la lotta è andata oltre queste rivendicazioni e chiede la caduta del governo di destra filo-statunitense. Come siamo arrivati a questo punto e dove sta andando il movimento?

Il procuratore federale della Florida ha incriminato il leader della Rivoluzione cubana Raúl Castro con l’accusa di cospirazione per l’uccisione di cittadini statunitensi e di omicidio. Si tratta di una pericolosissima escalation della campagna di Trump e Rubio volta a distruggere la Rivoluzione cubana e deve essere fermamente condannata dal movimento operaio a livello internazionale.

L’8 aprile, cinquantamila persone hanno protestato contro il progetto di riforma della costituzione giapponese del primo ministro Sane Takaichi, che porrebbe fine allo status del Giappone come paese “pacifista” e darebbe inizio ad un periodo di rimilitarizzazione aperta. Si tratta del più grande movimento di protesta nel corso degli ultimi anni e, per la prima volta, nelle strade c’erano principalmente giovani.

Convocata sotto l’egida della “Mobilitazione Progressista Globale” e sotto la guida del primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, la quarta edizione dell’incontro “In difesa della democrazia” si è tenuta a Barcellona dal 17 al 19 aprile. L’incontro è stato presieduto da Sánchez e ha visto la partecipazione di importanti leader nazionali quali Claudia Sheinbaum (Messico), Gustavo Petro (Colombia) e Lula da Silva (Brasile), tra gli altri.

La guerra in Iran, iniziata come una scommessa avventata di Trump, si sta trasformando in una sconfitta strategica di primaria importanza per l’imperialismo americano, che potrebbe avere gravi conseguenze per l’economia mondiale, per la posizione dell’America come potenza mondiale e per le relazioni mondiali in generale.

A quattro settimane dall’inizio della guerra di aggressione di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, gli obiettivi bellici dell’imperialismo statunitense non solo non sono stati raggiunti, ma sembrano più lontani che mai. Trump si trova di fronte a una situazione impossibile. Se decidesse di limitare i danni e dichiarasse vittoria adesso, ciò rappresenterebbe un’enorme umiliazione per l’imperialismo statunitense e un duro colpo a livello personale. Ma qualsiasi tentativo di intensificare il conflitto sarebbe irto di pericoli e comporterebbe gravi rischi, con ben poche possibilità di successo. Al momento sembra che stia cercando di fare entrambe le cose contemporaneamente.

L’embargo petrolifero deciso da Trump il 29 gennaio sta asfissiando in maniera lenta ma inesorabile Cuba, che fa affidamento sulle importazioni di petrolio per il 60% della sua produzione di energia. Il governo cubano ha ammesso che si stanno svolgendo negoziati con gli Stati Uniti, ma questo sta avvenendo in condizioni di ricatto estremo da parte dell’imperialismo. Come possiamo difendere la Rivoluzione cubana?

Mentre i commentatori dibattono sui prezzi del petrolio e fanno calcoli geopolitici, la realtà della guerra in Medio Oriente non si misura in grafici, ma in vite umane. In solo pochi giorni, sono state uccise più di mille persone. Tra di esse, sono morte 165 bambine in età scolare con i propri insegnanti, in attacchi contro le infrastrutture civili in Iran.

Cogliendo l’occasione, il 22 settembre 1980 Saddam Hussein invase l’Iran. L’esercito iraniano si era in gran parte dissolto in seguito alla Rivoluzione iraniana del 1979 e la Repubblica Islamica, nata da meno di un anno, era ben lungi dall’aver consolidato il proprio potere. Gli islamisti dovevano affrontare l’arduo compito di ricostruire lo Stato borghese iraniano, dato che il potere rimaneva di fatto nelle strade.

Il compagno Ehsan Ali, presidente dell’Awami Action Committee (AAC) del Gilgit Baltistan e dirigente nazionale dell’Inqalabi Communist Party (Partito comunista rivoluzionario – RCP) in Pakistan, è stato arrestato la notte del 10 marzo nella sua casa di Gilgit, durante un raid della polizia. Successivamente, sono state perquisite le abitazioni di diversi altri leader dell’AAC e altri quattro sono stati arrestati, tra cui: Nusrat Hussain, Mehboob Wali, Nafees Advocate e Mehar Ali. Sono stati accusati di aver organizzato una riunione della direzione dell’AAC durante l’iftar [la cena che segna l’interruzione del ramadan, ndt], per discutere il funzionamento dell’AAC e pianificare le

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“I ricchi vogliono la guerra, i giovani vogliono un futuro!” era lo slogan principale col quale oltre 50mila studenti medi hanno scioperato il 5 marzo durante in oltre 140 città tedesche contro la reintroduzione del servizio militare obbligatorio da parte del governo tedesco. A Berlino erano poco meno di 10mila, ad Amburgo 5mila e a Monaco oltre 800. Questo fa seguito a una mobilitazione simile avvenuta il 5 dicembre dello scorso anno, in cui oltre 55mila studenti sono scesi in piazza.

Ebbro del successo in Venezuela, Trump ha creduto che gli stessi metodi potessero essere usati per costringere l’Iran alla sottomissione. O tramite la minaccia di forza navale che, circondando il paese. avrebbe portato alla capitolazione, oppure sulla base di un blitz volto alla decapitazione dei vertici, con il quale si sarebbe prodotto un cambio di regime e sarebbe emersa una nuova leadership disposta a soddisfare le richieste degli imperialisti (una “Delcy a Teheran”, come la definirono alcuni).