La guerra in Iran, iniziata come una scommessa avventata di Trump, si sta trasformando in una sconfitta strategica di primaria importanza per l’imperialismo americano, che potrebbe avere gravi conseguenze per l’economia mondiale, per la posizione dell’America come potenza mondiale e per le relazioni mondiali in generale.
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Siamo ormai alla settima settimana della guerra di aggressione israelo-americana contro l’Iran. Gli Stati Uniti non sono riusciti ad ottenere nessuno dei propri obiettivi e, in effetti, è ormai chiaro che non sono in grado di raggiungerli.
Gli obiettivi dichiarati di questa guerra, illustrati da Trump il primo giorno, erano: costringere l’Iran a fermare il proprio programma di arricchimento nucleare e rinunciare alle sue riserve di uranio arricchito; abbandonare il programma di sviluppo di missili balistici; interrompere il suo appoggio ai gruppi e alle forze filo-iraniane nella regione; e, soprattutto, il cambio di regime. Quest’ultimo punto significa, lo ribadiamo, l’instaurazione a Teheran di un regime compiacente nei confronti degli Stati Uniti. Lo ha spiegato chiaramente lo stesso Trump: “Devo essere coinvolto nella nomina [del futuro governo iraniano, Ndt]”, ha detto ad Axios il 5 marzo, “come con Delcy [Rodriguez, Nda] in Venezuela”.
A partire dal 27 febbraio, gli Stati Uniti e Israele hanno condotto più di 24mila attacchi contro obiettivi militari, civili e infrastrutture in Iran. Eppure, ciò non ha convinto l’Iran ad abbandonare il proprio programma di arricchimento nucleare. È ancora in grado di lanciare missili e droni e colpire obiettivi all’interno di Israele e dei Paesi del Golfo. Ha mantenuto stretti legami con i propri alleati nella regione, in particolare con Hezbollah in Libano e con le milizie sciite in Iraq. Inoltre, il regime non solo è rimasto in piedi, ma sembra che si sia rafforzato e riesca a mobilitare un consenso popolare ben maggiore rispetto all’inizio della guerra.
In effetti, non solo l’Iran si è dimostrato resiliente e capace di contenere i danni (per Teheran si tratta di una guerra esistenziale), ma ha anche dimostrato la propria capacità di infliggere a sua volta danni ai propri nemici e ai loro alleati, con attacchi sia contro obiettivi militari sia contro infrastrutture.
Nei primi giorni della guerra, l’Iran ha distrutto strumentazioni radar americane di importanza cruciale dal valore di 2-3 miliardi di dollari. In totale, ha distrutto o danneggiato più di 50 velivoli americani (metà dei quali droni ed il resto aerei ed elicotteri militari guidati da piloti) dal valore di 41,4 miliardi di dollari, e ha reso inagibili 13 basi militari americane nella regione.
Per rappresaglia per gli attacchi contro le infrastrutture petrolifere, i gasdotti e gli stabilimenti industriali , l’Iran ha attaccato e danneggiato a sua volta infrastrutture petrolifere, del gas e industriali in Israele e nei Paesi del Golfo.
Soprattutto, ha dimostrato la propria capacità di infliggere danni enormi all’economia mondiale, prima chiudendo e poi controllando il passaggio delle navi attraverso lo strategico Stretto di Hormuz. Questa stretta via navigabile viene solcata dal 20-30% del petrolio e del gas trasportato per mare a livello mondiale, oltre che da una parte importante dei fertilizzanti e dei derivati di petrolio e gas che giocano un ruolo chiave in catene di approvvigionamento mondiali di primaria importanza.
Dal punto di vista della capacità di Stati Uniti e Israele di attaccare l’Iran e proteggere se stessi e i Paesi del Golfo da rappresaglie, il tempo corre a vantaggio dell’Iran, che ha riserve di droni a basso costo e di missili sofisticati. L’esaurimento dei missili intercettori ha diminuito l’efficacia delle difese aeree israeliane dal 95% al 63%, il che significa che un numero molto maggiore di missili e droni iraniani penetrano nel territorio israeliano.
Mentre l’Iran sta vendendo il proprio petrolio a prezzi molto rincarati, è l’economia mondiale – a partire dall’Asia, ma sempre di più anche in Europa e negli Stati Uniti- che sta accusando il colpo dei prezzi molto superiori per quantità molto inferiori di petrolio e gas.
D’altro canto, i prezzi maggiorati di energia e fertilizzanti, e la loro quantità limitata, stanno già avendo un importante impatto politico in tutto il mondo. Una delle principali promesse della campagna di Trump era di abbattere l’inflazione, oltre che di mettere fine alle “guerre infinite”. La guerra in Iran sta erodendo fortemente la sua base elettorale prima delle elezioni di mid-term e sta provocando una frattura monumentale all’interno del movimento MAGA. La guerra non ha mai avuto molto consenso negli Stati Uniti, ma adesso solo il 24% dell’opinione pubblica americana pensa che “valesse la pena” fare la guerra in Iran.
Nessuna opzione praticabile
A causa della combinazione di questi tre fattori (l’incapacità di raggiungere gli obiettivi militari con mezzi militari, l’impatto sull’economia mondiale e l’impatto politico all’interno e all’esterno del paese), Donald Trump si trova ora in una situazione impossibile in cui qualsiasi azione intraprenderà sarà un passo falso.
Se ammette la sconfitta e si ritira senza avere ottenuto nulla, sarà una sconfitta umiliante, una cosa che non può prendere in considerazione, perché è un narcisista megalomane, ma anche per il prezzo politico colossale che pagherebbe. Varrebbe la pena notare che tanto il settore neocon della classe dominante americana quanto quello liberale credono che gli Stati Uniti siano un egemone globale onnipotente, in grado di imporre la propria volontà in qualunque situazione. Non riescono a contemplare alcun risultato in cui non siano i vincitori, in cui debbano negoziare i termini della propria sconfitta e sicuramente non di una sconfitta di tale portata.
L’unica opzione che gli rimane è quella di alzare l’asticella dello scontro. C’è stato chiaramente un dibattito al riguardo prima dell’annuncio della tregua di due settimane in corso. Si è parlato di truppe sul terreno per prendere l’isola di Kharg o svariati isolotti nella costa settentrionale dello Stretto di Hormuz. È stato persino elaborato un piano per l’invio di un grosso numero di truppe speciali allo scopo di impossessarsi dell’uranio arricchito iraniano, che giace al momento in magazzini sotterranei.
Anche queste opzioni sono però state scartate, almeno per ora. Gli strateghi militari devono aver detto a Trump che i rischi inerenti erano enormi e che avrebbero comportato gravi perdite da parte dell’esercito americano. Anche se si riuscisse ad occupare realmente una o più isole grazie alla superiorità militare americana, le truppe dispiegate in tali aree diventerebbero facili obiettivi per i missili e i droni iraniani, creando uno scenario da incubo.
Per di più, la raffazzonata operazione di soccorso dei due piloti americani sul caccia F-15 che è stato abbattuto dall’Iran deve aver agito da deterrente. È stato riferito che l’operazione è terminata con la messa in salvo dei due piloti, ma, nel corso dell’operazione, gli americani hanno perso 12 velivoli in un solo fine settimana.
Gli iraniani si sono chiesti se l’intera operazione non fosse una copertura per provare a prendere l’uranio arricchito nel vicino impianto di Isfahan. Gli americani hanno preso possesso di una piccola pista di atterraggio e hanno usato centinaia di truppe. Se l’obiettivo fosse solo il soccorso del secondo pilota o se l’operazione avesse ulteriori obiettivi, potremmo non saperlo mai.
Una cosa è chiara: la distruzione di un velivolo dal costo di centinaia di milioni di dollari nel corso dell’operazione dovrebbe aver dissuaso anche il più ottuso a Washington dal perseguire tale via. Almeno per adesso.
Hanno anche accarezzato l’idea di “bombardare l’Iran fino a ridurlo all’Età della Pietra”, per mezzo di una massiccia campagna di distruzione delle infrastrutture civili (ponti, depositi di petrolio, impianti di desalinizzazione). Ma il piano è stato abbandonato perché l’Iran ha dimostrato di essere capace di fare una rappresaglia simmetrica, minacciando di colpire obiettivi speculari nei Paesi del Golfo.
I tentativi di Washington di convincere le potenze europee a riaprire lo Stretto di Hormuz con la forza militare sono anch’essi falliti. La Germania e la Francia non erano in vena di condurre quella che sarebbe stata una missione suicida. Specialmente, per conto di un “alleato” che si era spinto solo qualche mese prima fino a umiliarli minacciando di occupare la Groenlandia. Neanche il solitamente servile primo ministro britannico è stato disposto a correre in aiuto di Trump.
I negoziati
Questo è il retroterra della tregua in corso e del fallimento del primo giro di negoziati ad Islamabad. Quando Trump ha lanciato le sue folli minacce di cancellare l’intera civiltà iraniana, era sicuramente già coinvolto, dietro le quinte, in tentativi frenetici di far partire i negoziati e quelle minacce erano un tentativo di costruire una narrativa del tipo “le mie minacce hanno costretto gli iraniani a venire a patti”.
La verità potrebbe non essere così distante e questo può essere chiaramente dimostrato dal fatto che Trump abbia accettato la proposta in dieci punti dell’Iran come base per i negoziati. È probabile che non abbia neanche letto la proposta prima di annunciare l’accordo sui social media. Questo non è altro che un riflesso della sua disperazione nell’ottenere un cessate il fuoco in un momento in cui la campagna militare si stava dimostrato così disastrosamente fallimentare.
I negoziati sono saltati dopo circa 20 ore di colloqui ininterrotti, come era prevedibile. Non c’è assolutamente alcun terreno comune tra le proposte del documento di 10 punti dell’Iran e i 15 punti degli Stati Uniti, che chiedono niente meno che la capitolazione dell’Iran. L’imperialismo americano si trova di fronte ad una sconfitta strategica sul campo, ma vuole far credere di aver raggiunto tutti i propri obiettivi al tavolo negoziale!
È anche significativo che Trump abbia mandato Vance ad Islamabad, un personaggio all’interno dell’amministrazione Trump che non ha mai aderito convintamente alla guerra contro l’Iran e che da quando è cominciata è restato ai margini. Gli iraniani hanno dichiarato di considerare Witkoff e Kushner dei pagliacci, sulla base del loro atteggiamento nei colloqui precedenti all’aggressione americana… e chi può dare loro torto?
Netanyahu chiaramente non è felice della tregua o dei negoziati. Alcune fonti riferiscono che durante i colloqui ad Islamabad Vance stesse tenendo regolarmente al corrente degli sviluppi non solo Trump, ma anche Bibi. Senza dubbio, Netanyahu deve aver esercitato una pressione enorme per mettere fine ai negoziati.
Lo sganciamento di 160 bombe da parte di Israele sul Libano nel giro di 10 minuti il giorno dell’entrata in vigore del cessate il fuoco era chiaramente rivolto a interrompere i negoziati e riprendere la guerra dove si era interrotta. Per adesso, tuttavia, Netanyahu ha fallito, visto che gli iraniani continuano a rispettare la tregua nonostante i bombardamenti in corso di Israele sul Libano.
Trump attua il suo blocco di Hormuz
Sebbene i negoziati diretti a Islamabad siano saltati, dietro le quinte, le comunicazioni stanno ancora continuando. L’ultima iniziativa strampalata di Trump è l’idea di bloccare lo Stretto di Hormuz… per costringere l’Iran a riaprirlo. Posta così, l’intera idea sembra farsesca. Una delle ragioni che stanno costringendo Trump a fare un passo indietro sono i danni inflitti all’economia mondiale e l’impatto sui prezzi dell’energia della chiusura dello Stretto. Perché dovrebbe volerne aggiungere altri?
La situazione precedente era quella in cui l’Iran si stava indirizzando ad una riapertura progressiva del traffico sotto il proprio controllo e con l’esazione di pedaggi, pedaggi che si erano stimati nell’ordine di 2 milioni di dollari a nave. Già si erano raggiunti accordi con tutta una serie di paesi, mentre altri erano sul punto di accordarsi, tra cui India, Cina, ecc. Com’è logico, l’Iran aveva comunicato che le navi dei paesi che lo stavano attaccando o stavano collaborando all’attacco non sarebbero state lasciate passare, ma che le altre avrebbero ricevuto il permesso, sotto controllo iraniano e dietro pagamento di un pedaggio. Il pedaggio, inoltre, sarebbe stato pagato in yuan cinesi.
Il calcolo di Trump era che, impedendo l’operatività del controllo iraniano sul traffico nello Stretto, avrebbe costretto Teheran ad abbandonare alcune delle sue richieste negoziali o costringerebbe la Cina a fare pressione sull’Iran ad abbandonarle.
Trump, che aveva a tutti gli effetti levato le sanzioni americane all’Iran all’inizio della guerra per incrementare le forniture mondiali e fare calare i prezzi, ha adesso imposto di nuovo le sanzioni. La Cina è il primo acquirente di petrolio iraniano e sarebbe, verosimilmente, la prima ad essere colpita dal blocco. Nel frattempo, solo qualche giorno fa, la sospensione delle sanzioni sul petrolio russo è scaduta, il che significa che torneranno in vigore.
Il risultato più probabile di questo ultimo disperato tentativo degli Stati Uniti è che non funzionerà neanche questo. Le sanzioni economiche alla Russia hanno fallito e, se gli americani tentassero di fermare le navi cinesi, i cinesi potrebbero rispondere interrompendo di nuovo le esportazioni di terre rare. Questo avverrebbe in un momento in cui la domanda di terre rare da parte degli Stati Uniti è alle stelle, a causa della necessità di rimpinguare le riserve di armi che si sono svuotate.
Sebbene il blocco americano sia ampiamente in vigore, secondo alcune notizie esso non è del tutto impenetrabile, visto che numerose navi sono passate usando tattiche di camuffamento. Il danno per Trump e per gli Stati Uniti, causato dall’impatto che questo avrà sull’economia mondiale, probabilmente diventerà insostenibile per loro prima di riuscire a costringere l’Iran a fare una qualche concessione.
Nel frattempo, l’Iran possiede ancora mezzi per infliggere danni agli Stati Uniti che ancora non ha impiegato. Ad esempio, se gli Houthi in Yemen entrassero in gioco, potrebbero chiudere lo Stretto di Bab al Mandab nel Mar Rosso, un altro importante collo di bottiglia per l’economia mondiale.
Che succederà?
Al momento, gli Stati Uniti stanno dispiegando ulteriori truppe nella regione, tra cui 6mila truppe a bordo della portaerei USS George H.W. Bush e il suo gruppo di attacco e altri 4.200 soldati del Boxer Amphibious Ready Group e della 11th Marine Expeditionary Unit. Vale la pena notare che la USS Bush sta giungendo a destinazione seguendo la rotta più lunga, circumnavigando l’Africa, piuttosto che attraversando il Canale di Suez, dove potrebbe venire attaccata dagli Houthi. Anche una volta che queste ulteriori truppe saranno in zona di combattimento, gli Stati Uniti non avrebbero neanche lontanamente le truppe necessarie per una vera e propria invasione di terra dell’Iran.
Presto o tardi, questa guerra terminerà con un qualche tipo di accordo, che sia un accordo firmato o un’intesa de facto.
Diventa sempre più chiaro che il risultato sarà molto più favorevole all’Iran che agli Stati Uniti. Le condizioni molto ragionevoli che l’Iran aveva offerto nei negoziati prima della guerra sono ora fuori discussione.
Questa guerra, la prima guerra di Trump in senso stretto, avrà conseguenze enormi. Sarà una grande sconfitta per Trump che indebolirà enormemente la posizione dell’imperialismo americano nel mondo e lo indebolirà politicamente in patria. È questa la ragione per cui appare sempre più incoerente, agitato e frustrato nei suoi post sui social media, in cui sbraita contro gli influencer MAGA o il papa, e diventa sempre più incoerente con il passare dei giorni.
Si parla molto della salute mentale di Trump. Tuttavia, dovremmo dire chiaramente che, per quanto egli possa essere squilibrato, Trump non è tanto un’anomalia, quanto invece un sintomo: una manifestazione particolarmente perversa di un sistema in crisi e in un declino terminale. Le sue caratteristiche personali sicuramente aggravano la crisi e vi aggiungono un forte elemento di incertezza, ma non sono la causa della crisi.
Una sconfitta in Iran potrebbe rendere l’amministrazione Trump più incline a lanciare un’altra avventura all’estero in un teatro che egli pensa possa garantire una vittoria veloce prima delle elezioni di mid-term, per distrarre l’attenzione dal fallimento nel Medio Oriente. Cuba è in cima alla lista. Sarebbe un’altra scommessa colossale, di cui un esito favorevole per l’imperialismo americano non è affatto scontato.
Una sconfitta umiliante per gli Stati Uniti in questa guerra significherà anche una vittoria per l’Iran, che rafforzerà la sua influenza nella regione, dopo aver subito un importante contraccolpo in Siria.
Questa guerra avrà come esito probabile anche una sconfitta plateale per gli interessi di Israele nella regione e forze l’inizio della fine di Netanyahu. In Libano, l’ultima volta egli non ha chiaramente raggiunto i propri obiettivi né li ha raggiunti adesso. Se viene costretto a porre fine alla guerra, potrebbe decidere di lanciare un’altra campagna di sterminio contro i palestinesi, con l’annessione formale della Cisgiordania. Qualunque cosa faccia, Israele uscirà indebolito da un nuovo riequilibrio delle forze nella regione e questo farà emergere le contraddizioni già acute all’interno della società israeliana.
La posizione di Israele nel mondo è già stata enormemente compromessa a livello di opinione pubblica e, di conseguenza, dei governi. Negli Stati Uniti, il saldo netto di gradimento di Israele tra gli uomini sotto i 50 anni era pari a -3 nel 2022, è crollato a -22 nel 2024 e ora si attesta su un incredibile -47.
I Paesi del Golfo stanno già valutando cosa fare ora che l’alleanza con gli americani si è dimostrata così onerosa. Stanno facendo aperture nei confronti della Russia e della Cina e saranno costretti a ricalibrare la loro relazione con l’Iran.
Ciò rafforzerà anche l’influenza di Russia e Cina nel mondo e la loro collaborazione con l’Iran. Una sconfitta degli Stati Uniti spingerà numerosi paesi ad allontanarsi da essi e ad avvicinarsi ai loro avversari. Abbiamo già visto le prime avvisaglie di questo nel viaggio del primo ministro spagnolo in Cina, nelle dichiarazioni al vetriolo della Corea del Sud riguardo a Israele e nella visita del leader dell’opposizione taiwanese in Cina.
La guerra ha anche approfondito la cesura tra Stati Uniti ed Europa. Sembra esserci una crescente inclinazione tra i leader europei nel tenere testa a Trump. Non sono stati consultati rispetto alla guerra. In misura diversa, si sono rifiutati di avere un coinvolgimento diretto, sebbene abbiano offerto un importante appoggio logistico. E ora che Trump è stato indebolito, hanno ritrovato un briciolo di autostima.
Ci sono dei limiti a quanto l’Europa possa tracciare un cammino separato e in opposizione a quello degli Stati Uniti. Prima di tutto, a causa della crisi lunga e protratta delle potenze capitaliste europee, che non hanno il forza economica necessaria per reggersi in piedi da sole. L’Europa rimane strettamente legata agli Stati Uniti in termini di esportazioni, importazioni (inclusi i data center e l’AI), i mercati di capitali, gli hardware militari e l’intelligence e, pertanto, ne dipende enormemente.
Il tentativo dei paesi capitalisti europei di riarmarsi, di fronte ad una situazione in cui vengono abbandonati dal loro alleato dominante e decennale nell’Atlantico e si trovano a fronteggiare una Russia potente e vittoriosa a livello militare, condurrà inevitabilmente ad una ripresa della lotta di classe. La spesa militare, in un periodo di stagnazione economica, può essere accresciuta solo al prezzo di tagli massicci alle pensioni, alla sanità, all’istruzione, ecc., portando a importanti scontri tra le classi.
La posizione della Gran Bretagna è particolarmente fragile. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il suo ruolo è diventato quello di un alleato minore e servile degli Stati Uniti, che si faceva carico di difendere gli interessi di Washington in Europa. Ora che gli Stati Uniti e l’Europa si stanno allontanando, la Gran Bretagna contempla l’abisso. Settori importanti della classe dominante britannica, anche una parte di coloro che qualche mese fa guardavano a Trump, stanno dicendo adesso che l’unica strada per il Regno Unito è tornare a orientarsi all’Unione Europea.
Una sconfitta di Trump in Iran indebolirà anche le forze della destra populista in Europa e altrove che erano sorte alla sua ombra. Orban è stato sconfitto in Ungheria. In Gran Bretagna, Reform aveva il 30% nei sondaggi e ora i suo consensi sono leggermente diminuiti di circa 5 punti percentuali.
Tuttavia, le ragioni profonde della loro ascesa (la crisi di legittimità dell’establishment liberale, l’assenza di un’alternativa radicale seria a sinistra, l’accumulazione della rabbia da parte di settori della classe operaia) non sono state prodotte da Trump e non scompariranno con lui. Questi personaggi e partiti populisti di destra dovranno forse riconsiderare il proprio appoggio a Trump e assumere un atteggiamento più nazionalistico, ma come negli Stati Uniti si screditeranno una volta che verranno messi alla prova al governo.
Infine, non dovremmo dimenticarci che anche se la crisi iraniana si risolvesse domani mattina, ed è molto improbabile, l’impatto economico sarà durevole.
Le ripercussioni della chiusura dello Stretto di Hormuz e dell’estromissione materiale di milioni di barili di petrolio e di gas dal mercato si sta accusando a pieno solo in Asia. Ci vorranno alcune settimane prima che ciò impatti pienamente in Europa e negli Stati Uniti. Gli alti prezzi dell’energia rimarranno elevati almeno per tutto l’anno in corso. Il prezzo dei future sul petrolio è sopra gli 80 dollari al barile per le consegne di dicembre nell’indice del Brent, un aumento netto di 15 dollari sul prezzo precedente alla guerra.
Se questo shock basterà a produrre una recessione mondiale resta da vedere. Ma l’impatto politico degli alti prezzi alla pompa di benzina si sente già e prende la forma di una disaffezione nei confronti di Trump negli Stati Uniti e dei blocchi stradali degli agricoltori e dei camionisti in Irlanda.
Quella che è cominciata come una colossale scommessa da parte di Trump, inebriato dal successo immediato nella sua incursione in Venezuela e abbastanza stupido da credere alle rassicurazioni sconnesse di Netanyahu riguardo ad una vittoria facile ed epocale in una guerra di tre giorni, verranno considerate in retrospettiva non solo come un punto di svolta cruciale nello sgretolamento della presidenza Trump, ma anche uno sviluppo fondamentale nel declino dell’imperialismo statunitense.




