Il seguente articolo è tratto dalla relazione di Jorge Martin in occasione di un recente incontro della direzione internazionale dell’Internazionale Comunista Rivoluzionaria, è un’analisi della crisi esistenziale del capitalismo europeo e l’impatto che essa avrà sulla lotta di classe.
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Il capitalismo europeo sta affrontando una crisi esistenziale. Nell’ultimo periodo, abbiamo discusso a lungo le relazioni internazionali concentrandoci principalmente su Stati Uniti, Russia e Cina. Ma ovviamente, il declino relativo dell’imperialismo americano e l’ascesa di Cina e Russia mettono l’Europa in una situazione molto particolare.
Questa crisi non è in realtà un fenomeno nuovo. Essa si è sviluppata per un lungo lasso di tempo. In effetti, potremmo farla risalire al periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, con l’emergere degli Stati Uniti in quanto potenza imperialista dominante a livello mondiale e dell’Unione Sovietica come unica sua controparte.
Oggi, il declino relativo dell’imperialismo americano ha portato in superficie la crisi del capitalismo europeo. È stata messa allo scoperto, davanti agli occhi di tutti.
Allo stesso tempo, l’ascesa dell’imperialismo cinese, un processo che è durato trent’anni, gioca ora un ruolo molto importante in questa crisi.
La crisi del 2008 ha rappresentato uno dei numerosi punti di svolta nella crisi del capitalismo europeo.
Prima della crisi del 2008, le economie combinate dell’Unione Europa, inclusa la Gran Bretagna che allora era parte dell’UE, superavano del 23% l’economia degli Stati Uniti. Oggi, l’economia americana è del 18% più grande delle economie combinate dell’Unione Europea e della Gran Bretagna.
Sia gli Stati Uniti sia l’Europa sono stati colpiti allo stesso modo dalla crisi del 2008, ma ne sono usciti in maniera abbastanza differente. È in quel momento che si è creata una divergenza tra le due.
Dal 2008, la crescita del PIL degli Stati Uniti è stata al 123%. La crescita del PIL cinese è stata del 435%. Ma la crescita combinata dell’Unione Europea e della Gran Bretagna è stata solo del 53%. Ciò corrisponde a meno della metà di quella degli Stati Uniti e meno di un ottavo di quella cinese. È questo che mette il capitalismo europeo in una posizione di enorme svantaggio.
Ciò avviene in un momento in cui ha luogo peraltro un mutamento drastico nel carattere dell’economia mondiale, dalla globalizzazione e il libero scambio ad una situazione in cui l’economia mondiale si frammenta in blocchi commerciali rivali in guerra tra loro.
L’integrazione europea
Quello di cui stiamo parlando è il processo di declino di lungo periodo del capitalismo europeo.
Già negli anni Settanta, vi fu una crisi mondiale del capitalismo, la prima dopo il prolungato boom economico del dopoguerra. La classe dominante reagì con quello che viene comunemente chiamato neoliberalismo, che consiste fondamentalmente in un attacco allo stato sociale, all’apertura al profitto privato di tutta una serie di settori economici che erano precedentemente nelle mani dello Stato.
È stato grossomodo dopo quel periodo che abbiamo assistito ad una forte spinta verso l’integrazione europea, che è sfociata nell’introduzione dell’euro come valuta unificata dell’Unione Europea.
L’idea di creare l’Unione Europea è stata presente, in una forma o nell’altra, per decenni. È stato un lungo processo, ma si trattava fondamentalmente di un tentativo delle fragili potenze capitaliste europee di mettersi insieme per provare a strappare un pur minimo vantaggio nella competizione nel mercato mondiale.
Prima di ciò, si erano assommati diversi fattori per vari decenni. Gli Stati Uniti furono tra i primi a promuovere l’integrazione europea sotto il dominio degli Stati Uniti. Ma essa rappresentava anche il tentativo di stipulare un patto tra la borghesie di Francia e Germania per un accordo economico che impedisse la guerra sul suolo europeo.
Tuttavia, la realtà è che quando l’euro venne infine introdotto, ciò avvenne sotto il saldo dominio del capitale tedesco, che era il più forte in quell’affastellato di diverse potenze capitaliste.
Esso venne inoltre introdotto sulla base dell’imposizione di politiche di austerità permanente. Se ricordate, i criteri del trattato di Maastricht, che nessuno ha mai rispettato davvero, prevedevano che i paesi non dovessero avere un rapporto debito/PIL maggiore del 60% e un deficit di bilancio non superiore al 3%.
All’epoca, a molti paesi non sembrava niente di che. Solo per dare un’idea, prima della crisi del 2008, il rapporto debito/PIL della Spagna era circa del 30%. Eppure anche allora questi criteri equivalevano a politiche di austerità.
Come ho detto, tutto ciò avvenne sotto il dominio della Germania. Il capitale tedesco beneficiò enormemente dell’introduzione dell’euro. Ciò fece il paio in Germania con tutta una serie di contro-riforme del lavoro, riforme che accrebbero la competitività dei prodotti tedeschi.
Vi fu un enorme trasferimento di denaro europeo verso i paesi dell’Europa meridionali in progetti infrastrutturali e così via, che a propria volta crearono un mercato vincolato per l’esportazione di prodotti tedeschi.
All’epoca, c’era una marea di denaro a basso costo, con tassi di interessi molto bassi, e questo portò ad una discreta crescita dell’economia.
Ebbene, noi spiegammo allora che era impossibile unire economie che avevano esigenze differenti e che andavano in direzioni diverse. Raccomando ai compagni di rileggere il documento che Alan Woods scrisse nel 1997, che si intitola Un’alternativa socialista all’Unione Europea, che analizza questo processo.
Dobbiamo ammettere che la classe capitalista europea si è spinta oltre quello che ritenevamo possibile in questo processo di integrazione europea.
Tuttavia, la contraddizione fondamentale che evidenziammo è rimasta al cuore dell’Unione Europea: e cioè l’impossibilità di unire economie di diversi paesi che si stanno muovendo in direzioni diverse.
Supponiamo, per esempio, che l’economia greca entri in crisi. Non possono svalutare la loro moneta perché non hanno una propria valuta. Sono pertanto costretti ad attuare una “svalutazione interna” mediante la distruzione massiccia delle condizioni di vita dei lavoratori. Questo è l’unico modo di riconquistare competitività in quel frangente del ciclo economico.
La classe dominante europea è alle prese con questo problema da allora anche con i tentativi di raggiungere l’unità politica al fine di rinforzare l’unità economica. Ovvero l’unità politica sotto il dominio della Germania.
Tuttavia, la realtà è che dopo tutti questi anni, questa unità politica non è mai stata raggiunta. Non c’è niente di comune nella politica comune europea. E adesso, sotto i colpi martellanti della crisi economica e dei mutamenti nelle relazioni mondiali, si sta ulteriormente disintegrando.
Piuttosto che promuovere l’unità, quello che stanno discutendo ora è l’abolizione del veto, il sistema del consenso per prendere le decisioni, visto che non sta funzionando. Il sistema del veto significa che Orbán in Ungheria poteva tenere in ostaggio l’UE su svariate questioni di suo interesse.
Poi arrivò, come ho detto, la crisi del 2008, che venne seguita da un massiccio salvataggio delle banche che diede vita a propria volta alla crisi dei debiti sovrani del 2011-2015.
Questo spinse davvero l’UE al limite e provocò in tutti i paesi movimenti di massa contro l’austerità, la cui principale vittima fu la Grecia.
Dopodiché, abbiamo avuto lo shock del Covid-19. Di nuovo, ciò comportò un enorme accumulo di debito. Il debito complessivo dell’UE è passato dal 58% di prima del 2008 all’88%, che è ben al di sopra dei parametri di Maastricht.
La cifra complessiva dell’88% non riflette la situazione reale. La Germania si aggira ancora attorno al 60% ed è la più grande economia nell’UE.
Ma le economie della Gran Bretagna, che non è più nell’UE, del Belgio, dell’Italia, della Francia e della Spagna sono tutte al di sopra del 100% per quanto riguarda il rapporto debito/PIL. In alcuni casi sono al 130% o al 120%, che è del tutto insostenibile. Questa è la principale ragione della loro crisi politica.
Rimasti a secco
Come se non fosse abbastanza, poi abbiamo avuto la guerra in Ucraina nel 2022. Le sanzioni contro la Russia passeranno alla storia come uno dei migliori esempi di come i capitalisti europei si siano gettati la zappa sui piedi. È particolarmente vero nel caso della Germania.
L’Europa si è tagliata fuori dall’accesso al petrolio e al gas russi a basso costo. Il petrolio russo rappresentava precedentemente il 27% delle importazioni di petrolio dell’Europa. Ora è crollato al 2% (parliamo delle importazioni dirette, dal momento che un po’ di petrolio russo continua ad arrivare passando dall’India). Il gas russo, rispetto all’insieme delle importazioni dell’Europa è crollato dal 45% al 13%.
Ciò ha effetti diseguali nei diversi paesi. Alcuni paesi sono stati colpiti in maniera molto più pesante. Altri hanno proprie fonti alternative o canali di approvvigionamento domestici. Il paese che è stato colpito con maggiore forza è stata la Germania.
Questo ha portato ad una spinta da parte degli Stati Uniti a conquistare il mercato energetico europeo.
La lotta per il dominio dei mercati energetici mondiali è una parte molto importante nella lotta inter-imperialistica globale. Ovviamente, la Cina è in vantaggio sulle energie rinnovabili: pannelli solari, batterie elettriche, ma anche nell’installazione di centrali nucleari. Gli Stati Uniti non hanno un vantaggio in questo campo.
Gli Stati Uniti sono passati negli ultimi decenni dall’essere un importatore netto di energia ad essere un esportatore netto. La sviluppo del fracking ha giocato una parte importante in questo cambiamento.
Le importazioni europee di gas americano sono passate dal 2% al 28%. Per quanto riguarda il GNL trasportato via mare, gli Stati Uniti sono passati dal fornire il 25% a fornire il 66% delle importazioni complessive di gas dell’Europa. Il petrolio americano è passato dall’8% al 15% nelle importazioni europee.
Questo è un indice chiaro, possiamo dire, dell’accresciuto dominio degli Stati Uniti sul capitalismo europeo come effetto della guerra in Ucraina.
La guerra in Ucraina non rientrava chiaramente nell’interesse nazionale della classe dominante tedesca e ciò spiega la sua iniziale riluttanza a venirvi coinvolta.
Ora gli Stati Uniti stanno provando a volgere questa situazione pienamente a proprio vantaggio. Si tratta di un processo che ha avuto inizio due o tre anni fa, ma che ha accelerato nel corso dell’ultimo anno e persino negli ultimi sei mesi.
Gli Stati Uniti stanno provando a sviluppare una serie di gasdotti e terminal per il gas in Europa sotto il proprio controllo al fine di costringere tutta una serie di paesi a rifornirsi dagli Stati Uniti, in particolare nei Balcani e in Europa Orientale.
Ci sono tre impianti che sono cruciali per questa infrastruttura. Uno è il terminal in Croazia sull’isola di Krk, che lega ormai la Croazia alle forniture di gas dagli Stati Uniti. L’accordo è di costruire un gasdotto dalla Croazia alla Bosnia ed Erzegovina. Non è stato ancora costruito, ma l’accordo c’è. Si tratta di un accordo con aspetti equivoci che viola apparentemente le regole di appalto europee. È parte della lotta tra Unione Europea e Stati Uniti.
C’è il terminal FSRU in Grecia, che è anch’esso sotto il controllo americano. E c’è un terminal in Polonia chiamato terminal di Świnoujście.
L’idea è di costruire una serie di gasdotti che li colleghi tutti in un gasdotto verticale che va dalla Polonia fino a questi terminal in Europa Meridionale.
Alcuni di questi gasdotti già esistono. Alcuni sono stati costruiti in parte. Ma l’obiettivo è chiaro: sostituire su base permanente l’accesso ai rifornimenti russi di gas ed energia.
Si sono tenuti numerosi incontri e vertici. Il ministro dell’Energia americano Chris Wright è volato in Bosnia, in Croazia, in Grecia e in tutti questi paesi. C’è l’iniziativa dei Tre Mari per connettere l’Adriatico, il Baltico e il Mar Nero, che è un campo di dura battaglia tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti.
Poi c’è il Vertice Transatlantico sulla Sicurezza del Gas, che coinvolge 12 paesi (Grecia, Bulgaria, Ungheria, Polonia, Romania, Slovacchia, Moldavia, Ucraina, Croazia, Lituania, Serbia, Bosnia ed Erzegovina) sotto l’egida degli Stati Uniti.
Ciò cui stiamo assistendo è una lotta molto, molto aspra tra l’imperialismo americano e il capitalismo europeo per il controllo del mercato dell’energia.
Tuttavia, l’impatto più significativo della perdita delle forniture di energia a basso costo dalla Russia è stato in Germania.
Non voglio dare troppe cifre, ma penso che i compagni debbano comprendere tutta la portata della questione.
La produzione industriale in Germania è crollata del 9,5% dall’inizio della guerra in Ucraina. Ci sono alcuni settori industriali che sono a maggiormente energivori, come il settore chimico, che è fondamentale per il capitale industriale tedesco. In questo settore, la produzione è crollata del 20%. Nell’industria metallurgica e cartiera, tra l’8 e il 9% di tutti i posti di lavoro è stato distrutto in questo periodo.
Stiamo parlando di un colpo molto duro in un periodo di tempo molto breve.
Nell’ultimo anno, l’industria tedesca ha perso 15mila posti di lavoro al mese, ovvero 180mila in un anno. E il peggio deve ancora arrivare, ovviamente.
La perdita dell’energia a basso costo non è l’unico fattore, ma è certamente stato un colpo enorme che ha impresso una drammatica accelerazione a questo processo.
La verità è che l’industria tedesca, che è il cuore della potenza industriale europea, è già diventata, in una certa misura, obsoleta. È rimasta indietro rispetto ad altre potenze industriali più dinamiche, principalmente la Cina.
Hamid ha fatto un’osservazione molto interessante in uno degli episodi del podcast Against the Stream. La Germania per decenni ha costruito il proprio punto di forza all’interno dell’economia mondiale principalmente su un settore industriale: l’industria automobilistica, attorno alla quale si è sviluppato tutto un indotto. E erano diventati molto bravi in questo.
Ma poi hanno cominciato ad essere autocompiacenti. A causa del peso molto rilevante dell’industria dei veicoli a combustione interna nel complesso dell’economia, sono stati meno capaci di innovare, quando è arrivato il cambiamento, e di passare dai veicoli a combustione interna a quelli a batteria elettrica.
La Cina, se volete, aveva il vantaggio dell’arretratezza. Non c’era nessuna industria automobilistica importante in Cina in precedenza. Quella che esisteva era principalmente di proprietà straniera, come le aziende tedesche che usavano la manodopera cinese a basso costo per produrre auto a benzina.
A causa di ciò, è stato relativamente facile per la Cina fare il salto verso i veicoli elettrici. In effetti, se ci fate caso, alcune delle principali aziende di veicoli elettrici che oggi dominano il mercato mondiale hanno cominciato come produttori di batterie per i telefoni cellulari: è fondamentalmente la stessa tecnologia.
Schiacciati tra l’America…
Poi, dopo tutti questi shock, Trump è tornato al potere. Ha deciso che non era più interessato a mantenere l’alleanza transatlantica nella sua forma precedente. Questo è stato un altro duro colpo per i capitalisti europei.
Questo si è incarnato in due incontri.
Il primo è stato quando JD Vance è andato alla Conferenza per la Sicurezza di Monaco all’inizio dell’anno scorso. Egli ha lanciato fondamentalmente un attacco all’Europa su questa falsariga: “Gli Stati Uniti hanno garantito la sicurezza dell’Europa per decenni. Avete avuto un atteggiamento da parassiti. Ora è tempo che paghiate.”
Questa non è semplicemente un’idea di Trump. C’erano già conflitti commerciali tra l’Europa e gli Stati Uniti sotto l’amministrazione Biden e prima ancora sotto la prima amministrazione Trump su numerosi dossier: l’acciaio, i dazi, le aziende tecnologiche, il vino francese, il whisky scozzese. Tuttavia, questo è stato indubbiamente un salto di qualità in questo conflitto.
Poi c’è stato l’incontro a luglio lo scorso anno mentre Donald Trump stava giocando a golf in Scozia. I leader europei, guidati dalla von der Leyen, sono andati lì a porgere i propri omaggi. Hanno raggiunto un accordo che era umiliante per l’Europa, in cui quest’ultima si impegnava a comprare enormi quantità di energia dagli Stati Uniti.
Il totale era qualcosa dell’ordine di 750 miliardi di dollari di energia americana. Non è chiaro se ciò stia effettivamente avendo luogo, ma è il corso generale delle cose. Si trattava di un impegno generale per compiacere Trump.
I capitalisti europei hanno compreso sempre di più che gli Stati Uniti non possono più essere considerati un alleato.
Eppure la relazione commerciale tra l’Europa e gli Stati Uniti è la più grossa relazione commerciale al mondo. Ma non è più una relazione che si svolge più o meno in buona fede. Ora c’è una competizione spietata tra i due. O meglio, un attacco spietato, un’aggressione da parte degli Stati Uniti contro l’Europa e i suoi mercati.
L’abbiamo visto su qualsiasi aspetto: la regolamentazione delle aziende tecnologiche, la questione dell’energia, la questione della Groenlandia.
Oltre a questo, gli Stati Uniti hanno detto apertamente di essere in guerra aperta contro l’élite politica dell’Europa. Hanno intenzione di promuovere la nascita di governi compiacenti in diversi paesi e stanno apertamente appoggiando i partiti populisti di destra in più luoghi.
Si tratta di una relazione molto transazionale, che è la parola del giorno. Significa fondamentalmente che gli Stati Uniti utilizzeranno qualsiasi mezzo a propria disposizione per ottenere i propri obiettivi. Se non otterranno pienamente il proprio obiettivo fin dall’inizio, lo otterranno in parte e poi continueranno a spingere nella direzione che desiderano.
Tutto questo è stato scritto nel famoso documento di Strategia di Sicurezza Nazionale.
L’obiettivo è anche quello di prendere i paesi uno ad uno per vedere su quale di essi riescano ad esercitare maggiore influenza.
Ovviamente, non sempre funziona come previsto. Gli Stati Uniti hanno appoggiato in maniera molto scoperta e pesante la rielezione di Orbán in Ungheria. E hanno perso.
Tuttavia, lo scopo e la direzione generali di questa relazione sono molto chiare.
Ciò non significa necessariamente che gli Stati Uniti abbiano l’intenzione di distruggere la NATO, ad esempio. Tuttavia, quello che vogliono è fondamentalmente una relazione dalla quale traggano maggiori benefici, che questo comporti o meno la distruzione della NATO.
Vogliono che i paesi europei spendano maggiormente nella difesa, che significa ovviamente spendere in armi di produzione americana. Pensano che i paesi europei debbano aiutare gli Stati Uniti ogniqualvolta gli Stati Uniti lo chiedano all’Europa, senza avere voce in capitolo o essere stati consultati sulle decisioni che gli Stati Uniti prendono, per esempio in Iran.
Su questo aspetto, gli Stati Uniti sono molto seri e determinati.
Lo scorso venerdì, hanno dato inizio ad una revisione generale della presenza della NATO in Europa, che significa il ritiro delle truppe dalla Germania, che è già cominciato. Ora alcune di queste truppe sono state spostate in Polonia o altrove, ma emerge una chiara direzione di marcia.
Per inciso, gli Stati Uniti non si stanno ritirando militarmente dalla Germania. Vogliono ancora il controllo sulle basi militari americane di grande importanza in Germania, che hanno giocato un ruolo decisivo nelle guerre in Ucraina e in Iran.
Tuttavia vediamo ormai cose che erano impensabili persino 24 mesi fa. Per esempio, il governo spagnolo ha negato agli americani l’uso delle loro basi militari in Spagna per le operazioni in Iran. Ci sono stati conflitti simili, meno intensi, con Francia e Italia sull’uso delle basi aeree americane, riguardo al fatto se i permessi fossero stati richiesti o no e riguardo al trasporto di armi verso Israele.
Alcuni dei governi di questi paesi hanno negato parzialmente l’accesso agli Stati Uniti per ragioni di pubblico consenso, per propaganda. Ma non si tratta solo di questo. C’è un grave conflitto tra le potenze capitaliste europee e gli Stati Uniti che si riflette anche in questi aspetti.
… e la Cina
L’aggressione degli Stati Uniti è solo un lato del problema che sta affrontando il capitalismo europeo. L’altro è l’ascesa della Cina.
La Cina è stata ormai parzialmente esclusa dal mercato americano per mezzo delle sanzioni e della guerra commerciale. Essa ha un’enorme sovracapacità in praticamente qualsiasi settore e ha bisogno di un mercato per vendere questi prodotti.
Questa è la logica dell’imperialismo nella sua essenza più pura. E ciò sta avendo un impatto negativo sull’economia europea, che non è in grado di competere con l’economia cinese.
Questo non avviene più solamente a causa del fatto che i costi di produzione sono inferiori in Cina, ma anche perché la Cina è più sviluppata tecnologicamente dell’Europa.
Ci sono stati due o tre casi di aziende automobilistiche europee, principalmente in Francia, in cui i produttori di auto cinesi sono subentrati e hanno acquistato la capacità produttiva inutilizzata che esisteva negli impianti europei per costruire le proprie automobili senza alcun trasferimento di tecnologia.
Abbiamo visto Macron alzarsi e prendere la parola al World Economic Forum a gennaio per dire: “sì, vorremmo che i cinesi investissero in Europa. Ma devono farlo con correttezza. Dovrebbero trasferire parte della loro tecnologia a noi”.
Questo era impensabile 15 anni fa. La relazione era al contrario.
Questa questione, in particolare quella dei produttori di batterie elettriche e di auto elettriche, sta creando enormi divisioni all’interno dell’Unione Europea. Alcuni paesi dicono: “No, dobbiamo introdurre dazi protettivi per difendere le nostre industrie!”. Altri fanno a gara per accogliere gli investimenti cinesi nel proprio paese prima che siano altri a riceverli. C’è un grande scontro tra Spagna, Turchia e Ungheria per offrire le migliori condizioni per gli investimenti delle aziende cinesi.
C’è questa azienda cinese, CATL, che sta costruendo una fabbrica di batterie elettrica a Zaragoza in Spagna, a fianco allo stabilimento automobilistico di proprietà di Stellantis. Questa fabbrica di batterie è stata costruita in una piccola cittadina in cui vivono solo 1.300 persone. Hanno portato più di 2.200 operai cinesi per montare la fabbrica dal momento che: primo, non vogliono trasferire nessuna tecnologia o competenza su come la fabbrica sia stata costruita e, secondo, non ci sono 2.200 operai specializzati in Spagna che sarebbero in grado di costruire questo tipo di impianto.
Una volta che la fabbrica sarà pienamente funzionante, ci saranno 4mila operai spagnoli, e solo mille operai cinesi, ma i primi svolgeranno solo mansioni basilari e scarsamente qualificate.
A Natale, ero in vacanza in Spagna e ho visto queste macchine Ebro nelle strade. Ho chiesto a mia sorella: chi costruisce queste macchine? Cos’è questa? Ebro era un vecchio marchio spagnolo che faceva veicoli tipo Land Rover e camion.
Così ho chiesto all’AI e si dà il caso che si tratti di un produttore di auto cinesi che ha installato una fabbrica di automobili dove c’era un tempo la fabbrica della Nissan a Barcellona, che è stata chiusa alcuni anni fa. E adesso fanno auto in Spagna usando un marchio spagnolo che hanno acquistato da questa azienda che era ormai praticamente scomparsa.
In realtà, ci sono numerosi marchi di auto europei che non sono più di proprietà di aziende europee e che sono stati acquistati da aziende cinesi.
È un fatto abbastanza importante che riguarda numerosi settori dell’economia.
Nel frattempo, la Cina sta attaccando il ventre molle dell’Europa, l’Europa Orientale, dove è in competizione diretta con il capitale tedesco. In Ungheria, hanno già costruito una fabbrica di batterie elettriche.
Ma la parte più importante di questo attacco cinese al capitale europeo è la Germania. La relazione tra la Cina e la Germania è stata completamente ribaltata.
Nel 2022, per la prima volta, la Germania aveva un deficit commerciale con la Cina piuttosto che avere un surplus. E nel 2025, per la prima volta, la Cina ha esportato più beni capitali in Germania di quanti la Germania non ne abbia esportati in Cina.
La Germania aveva un tempo un surplus commerciale di 1,5 miliardi di euro con la Cina e adesso ha un deficit di mezzo miliardo. In tre o quattro anni, c’è stato un ribaltamento di 2 miliardi di euro in questa relazione commerciale.
Il capitale tedesco è estremamente preoccupato. È un po’ come il proverbiale cerbiatto abbagliato dai fari di un’auto. È completamente basito e non sa realmente cosa fare.
Ci sono alcuni capitalisti che dicono: “no, no, dobbiamo imporre dazi”. Altri dicono: “no, no, questi dazi non funzionano. Dobbiamo ottenere la tecnologia!”. Sono completamente divisi.
Sulla questione dell’Europa Orientale, è apparso un articolo molto interessante nel Wall Street Journal che diceva quanto segue sull’esportazione della Cina di fabbriche e non di prodotti:
“Quando un produttore in Europa Orientale o in Sud America costruisce un nuovo impianto, può adesso comprare un intero ecosistema da un singolo venditore cinese: presse a iniezione, i bracci robotici, gli essiccatori e i software per la gestione del cloud.
‘La Cina ha già mangiato gran parte del pranzo dell’industria tedesca e si sta preparando per la cena’, ha detto il Centre for European Reform, un think tank con base a Londra, in un recente report”.
Questa è la dinamica del processo in atto.
Vi darò solo un altro esempio. C’è un grosso produttore di elettrodomestici in Cina chiamato Midea. Esporta in tutto il mondo e ha molto peso in Brasile, Malesia, Giappone e in altri paesi.
Le sue fabbriche hanno bisogno di robot industriali. Quindi cosa hanno fatto? Hanno comprato un’azienda tedesca chiamata Kuka, che è il terzo maggiore produttore di robot industriali al mondo.
Questa azienda ha ancora il proprio quartier generale ad Augusta, ma è ormai, a tutti gli effetti, un’azienda cinese. È questa l’esportazione di capitale che dà ai cinesi un enorme vantaggio. E sicuramente si stanno mangiando la torta dell’industria tedesca.
Se questo non bastasse, l’economia mondiale è ora molto più frammentata, come ricordavo prima. Le relazioni commerciali tra i paesi sono molto più ostili e i capitalisti europei non sono proprio in grado di competere in questa situazione.
La principale ragione di ciò è stata evidenziata nel noto rapporto Draghi di qualche anno fa. Egli disse fondamentalmente che il problema che l’Europa deve affrontare per competere nell’economia mondiale in questo particolare contesto è che l’Europa non è un singolo paese con un unico sistema di regolamentazione e con un mercato di capitale abbastanza grande per gli investimenti necessari per queste nuove tecnologie, come costruire data center, fabbriche di microchip e così via.
E ciò di cui l’Europa dispone, come ASML (un’azienda olandese che produce sistemi fotolitografici per l’industria dei semiconduttori), è sotto la palese dominazione politica degli Stati Uniti.
C’è stato un altro incidente rivelatore all’inizio di quest’anno. In Olanda, c’è una fabbrica cinese, Nexperia, che produce semiconduttori principalmente per l’industria automobilistica: sistemi frenanti elettronici, gruppi motopropulsori e sensori per i veicoli.
Come parte del tentativo dell’Unione Europa di contrapporsi alla Cina, il governo olandese ha preso il controllo di questa azienda. Erano anche sotto pressione da parte degli Stati Uniti affinché adottassero una politica per escludere la Cina da queste tecnologie.
Ciò non ha precedenti. Hanno praticamente assunto la gestione di questa azienda cinese che non appartiene loro.
Così, i cinesi hanno deciso che avrebbero interrotto la produzione di questi microchip. Nell’arco di una settimana o di dieci giorni, la maggior parte delle fabbriche automobilistiche e dei produttori europei sono stati costretti ad interrompere la produzione dal momento che non avevano i chip necessari. Infine, gli olandesi sono stati costretti a ritirare il proprio intervento e a restituire questa fabbrica ai suoi legittimi proprietari in Cina.
E questo rivela davvero la reale natura della relazione tra i due.
Il limite del capitalismo europeo è in effetti che esiste ancora una competizione nazionale tra tutti questi differenti paesi.
Corsa al riamo
Questo si manifesta chiaramente nella spinta verso il militarismo.
I capitalisti europei comprendono ormai di doversi sostenere da soli. Primo, gli Stati Uniti non sono più disposti a garantire la loro difesa sotto il proprio ombrello di sicurezza. Secondo, non sono più un alleato affidabile in tale frangente.
Trump ha parlato di consegnare caccia F-35 all’Europa, ma con una restrizione nelle loro funzionalità in modo che l’Europa non possa mai davvero combattere con gli Stati Uniti.
Tutta questa situazione non fa pensare ad una relazione amichevole.
C’è stato un incidente nel corso della guerra in Iran, quando gli svizzeri hanno ordinato alcune batterie di difesa aerea Patriot e caccia da combattimento F-35. Le batterie Patriot non venivano consegnate, o venivano consegnate in ritardo, dal momento che gli Stati Uniti ne avevano bisogno in Medio Oriente. E così gli svizzeri hanno detto: “va bene, non abbiamo ricevuto i vostri prodotti. Non ve li pagheremo più”.
E allora gli Stati Uniti hanno detto: “va bene, prenderemo questi soldi, 126 milioni di dollari, che avete già pagato per gli F-35 e li metteremo sul conto dei missili Patriot, che ancora non stiamo consegnando”.
Dunque, non è una relazione amichevole.
La questione centrale è che gli europei si rendono conto di non avere più l’ombrello di sicurezza degli Stati Uniti in un momento in cui la Russia sta emergendo come una potente macchina industriale-militare al fianco dell’Europa.
Se vogliono difendere i propri interessi, cioè gli interessi capitalistici e imperialistici di ciascuna delle potenze capitaliste europee, devono armarsi il più rapidamente possibile.
Ma stanno affrontando seri ostacoli nel farlo.
Il primo è il denaro. La gran parte di questi paesi, con l’eccezione della Germania fino a questo momento, sono gravemente indebitati. Dove troveranno il denaro per finanziare il riarmo?
Inoltre, sono molto, molto indietro. Gli eserciti europei cadono a pezzi. In particolare l’esercito britannico, ma non solo. Questo è il primo ostacolo.
Il secondo ostacolo è il fatto che si tratta di singole classi capitalistiche nazionali in competizione che tentano tutte di fare la stessa cosa.
Nel passato, erano soliti mettersi insieme per alcuni progetti: un caccia europeo, un sistema satellitare europeo, un carro armato europeo. Le industrie militari di Italia, Francia e Germania condividevano progetti comuni.
Ma ora non è più così. Tutti questi accordi stanno saltando.
I tedeschi vogliono che la produzione avvenga in Germania da parte di fabbriche tedesche e i francesi vogliono la produzione in Francia con aziende francesi. E gli italiani vogliono lo stesso. Ci sono tutta una serie di accordi di questo tipo che stando andando in frantumi.
Tagliare lo stato sociale per costruire uno stato di guerra
Questo ci porta ovviamente alla questione successiva: questa spinta verso le spese militari comporta inevitabilmente un attacco drastico al sistema di welfare europeo.
Abbiamo già citato in precedenza l’articolo di uno dei redattori del Financial Times, Jana Ganesh, intitolato: L’Europa deve tagliare lo stato sociale per costruire uno stato di guerra.
“Non è possibile difendere il continente senza tagli alla spesa sociale”, scrive. “Chiunque, chiunque abbia meno di 80 anni”, ovvero tutti i presenti, “dopo aver vissuto la propria vita in Europa, può essere perdonato se considera un gigantesco stato sociale come il normale corso delle cose”.
In realtà, lo stato sociale europeo non è un gigante. È già stato ridotto di molto negli ultimi trenta o quarant’anni. Ma è ancora troppo grosso per i criteri della classe dominante nelle attuali condizioni di crisi. Ganesh scrive:
“In verità, esso è stato il prodotto di circostanze storiche atipiche che hanno prevalso nella seconda metà del XX secolo e che ormai sono scomparse. Una era il sovvenzionamento implicito americano attraverso la NATO, che ha permesso ai governi europei di spendere in burro una certa somma che sarebbe altrimenti andata in cannoni. Un’altra era il fatto che, durante l’epoca d’oro dello stato sociale, l’Europa aveva poca competizione da parte della Cina o anche dell’India.”
Si sostiene che lo stato sociale è giunto al termine, che non è più possibile e debba essere distrutto. Poi arriva il punto cruciale dell’articolo. Scrive:
“Questo non è sostenibile. La questione è se l’opinione pubblica è d’accordo. Sono giunto a dubitare che le società ricche e democratiche siano capaci di attuare riforme difficili…”
Sta dicendo fondamentalmente che sarebbe meglio se avessimo una dittatura, così non dovremmo disturbarci ad andare alle elezioni per avere un governo che sia in grado di portare avanti questi tagli!
È questa in realtà l’origine della crisi in Francia negli ultimi uno o due anni, o anche da prima. Non riescono ad ottenere una maggioranza parlamentare che appoggi l’applicazione dei tagli necessari di cui la classe dominante ha bisogno.
Nel caso della Francia, si tratta di 40 miliardi di euro di tagli o forse di più. Non riescono ad ottenere una maggioranza parlamentare per farlo. È per questo che i governi nascono e che cadono con tale frequenza.
Tutti questi parlamentari hanno pur sempre il proprio posto di lavoro da proteggere. Sanno che se votano per certe cose come i tagli alle pensioni, i tagli allo stato sociale, non verranno rieletti alle prossime elezioni.
Nel caso della Germania, hanno usato un altro trucco per evitare questo problema. Visto che non avevano una maggioranza nel nuovo parlamento, che era già stato eletto dalla volontà popolare, per approvare le misure che volevano introdurre, hanno convocato un ultima riunione del vecchio parlamento per approvare queste misure. Per inciso, Die Linke ha appoggiato questa manovra, altrimenti non sarebbe passata.
In Germania, stanno anche discutendo una revisione da 30 miliardi di euro del sistema di welfare. Ma lo stesso è vero in ogni singolo paese.
E poi Ganesh dice:
“Deve subentrare un elemento di paura reale, come forse è avvenuto adesso. Qui c’è una ragione ulteriore per credere che i tagli alla spesa siano più facili da fare accettare motivandoli con la difesa.”
Quindi sta praticamente ammettendo che le classi dominanti europee stanno promuovendo istericamente l’idea che vi sia il pericolo che la Russia invada l’Europa domattina al fine di giustificare i tagli.
Non saranno in grado di portare a termine quello che serve, cioè costruire un esercito moderno abbastanza forte da difendere efficacemente i loro interessi imperialistici.
Ho spiegato i diversi motivi che limitano il programma di riarmo dell’Europa, ma il motivo principale è che questo provocherà un enorme contraccolpo politico e sociale, visto che ciò avviene in un momento in cui la legittimità di tutte le istituzioni borghesi, dei partiti politici e dei media borghesi è ai minimi storici, in seguito a tutti questi anni di crisi capitalistica dopo il 2008, agli scandali di corruzione, alle misure di austerità, ai salvataggi delle banche e alle disuguaglianze nei redditi e nei patrimoni.
Alcuni dicono che la popolarità di Trump sia crollata vertiginosamente. È vero. Tuttavia, paragonato ai leader europei, Trump è estremamente popolare. La popolarità netta di Starmer, che ormai è finito, era a -51 punti, quella di Macron è a -60 e quella di Merz è a -64! Merz è al potere da appena un anno o giù di lì.
Questi sono i governi più impopolari da lungo tempo in Europa. E ora stanno provando a portare avanti le misure più impopolari da lungo tempo. E poi la gente si stupisce che ci sia un’ascesa del populismo di destra ovunque, in Gran Bretagna, in Austria, in Francia, in Germania.
In Germania, che è il paese capitalista più importante in Europa, ad appena un anno dalle elezioni l’Afd è al 29%, la Cdu è crollata al 22% e l’Spd è al 12%, sotto i Verdi. In alcuni sondaggi i Verdi vengono dati al 13% e Die Linke è ora all’11%, a un solo punto di distanza dall’Spd.
C’è una situazione simile in Austria. Quanti mesi hanno impiegato per provare a creare una coalizione per impedire alla FPÖ di andare al potere? Ebbene, alla fine hanno creato una coalizione frankensteiniana con i socialdemocratici, i conservatori e i liberali. Questo ha portato la FPÖ a raggiungere il 38% nei sondaggi, con un vantaggio di 12 punti sul secondo partito con più consensi.
Questo non dovrebbe sorprendere nessuno. Più i liberali borghesi costituiscono un cordone sanitario, più questi partiti possono presentarsi come anti-sistema e ottenere maggiore consensi.
Disunione Europea
Dunque, riassumendo, questa situazione lascia il capitalismo europeo in una posizione di estrema debolezza, sottoposta a pressioni da ogni lato: l’ascesa della Cina come potenza tecnologicamente avanzata, l’aggressione degli Stati Uniti e l’ascesa della Russia come potenza militare poderosa vicino a casa propria.
Di conseguenza, tutte le tendenze centrifughe all’interno dell’Unione Europea si rafforzano enormemente. I paesi europei vengono spinti da una parte e dall’altra, nel tentativo di trovare una soluzione alla crisi, un assetto che si confaccia ad ognuno di essi.
Così assistiamo a fenomeni come, ad esempio, quello della Spagna che entra in conflitto con gli Stati Uniti e si riorienta verso la Cina. Non fraintendete, le relazioni commerciali e finanziarie tra Spagna e Stati Uniti sono ancora molto più importanti di quelle con la Cina. Tuttavia, la Spagna sta cercando di ottenere alcuni vantaggi costruendo una relazione con la Cina e corteggiando gli investimenti cinesi.
Numerosi paesi in Europa Orientale e Centrale vengono spinti in direzione o degli Stati Uniti o della Russia.
E poi c’è la Gran Bretagna. Nel passato, il ruolo della Gran Bretagna era quello di agire più o meno come una testa di ponte degli interessi americani in Europa. Ma adesso, la Gran Bretagna è fuori dall’Unione Europea e non può giocare più quel ruolo allo stesso modo.
Un settore della classe dominante vorrebbe riallinearsi con l’UE. Comprendono che la Brexit è stato un grande errore da un punto di vista economico. Allo stesso tempo, sono sotto una forte pressione da parte degli Stati Uniti.
L’idea che sarebbero usciti dall’euro per poi siglare accordi commerciali bilaterali con tutti (Cina, India e Stati Uniti) è completamente fallita. Al contrario, se l’Europa e gli Stati Uniti continuano a sgretolarsi, la Gran Bretagna sta precipitando nel crepaccio.
Nel caso della Germania, che, lo ripetiamo, è il paese più importante in Europa dal punto di vista del capitale e della lotta di classe, questa crisi significa l’inizio di una frattura profonda tra i diversi settori della classe dominante. Era possibile osservare l’inizio di questo processo in occasione della presenza di alcuni imprenditori tedeschi al Forum Economico di San Pietroburgo, in compagnia di politici di alto profilo dell’AfD.
È una cosa abbastanza seria. Questi due paesi dovrebbero essere teoricamente in guerra l’uno con l’altro. Tuttavia, ci sono ancora alcune aziende tedesche che hanno interessi in Russia. E ci sono altri che, per diversi motivi (accesso all’energia, ecc.) vogliono ripristinare questo rapporto.
Così in molti paesi, l’ascesa dei populisti di destra riflette anche, in una certa misura, le divisioni e le fratture interne alla stessa classe dominante. Settori differenti, magari industrie differenti, interessi differenti stanno guardando in direzioni diverse, mettendo i propri interessi particolari al di sopra di quello che potrebbe ritenersi l’interesse generale della classe dominante.
La rivoluzione europea
Ebbene, tutto questo è molto interessante. Dobbiamo discuterlo in dettaglio. Tuttavia, allo stesso tempo non dovremmo dimenticare l’altro aspetto di questa discussione. Se osservate tutti questi fattori differenti, potete vedere che si sta preparando un’enorme esplosione di lotta di classe.
Già nel continente europeo abbiamo visto delle avvisaglie. Gli scioperi di massa con lo slogan “blocchiamo tutto” in Francia nel settembre dello scorso anno. Gli scioperi politici generali in Italia nell’ottobre dello scorso anno per Gaza. Gli scioperi di massa a oltranza in Belgio contro le misure di austerità.
In Portogallo, ci sono stati due scioperi generali che sono riusciti a far ritirare una contro-riforma reazionaria del lavoro che era stata proposta. Questo è avvenuto non tanto perché il secondo sciopero generale fosse molto, molto forte – in realtà non lo era, anzi è riuscito a metà- ma perché Chega, il partito della destra populista, non era disposto a votare la riforma in parlamento quando è arrivato il momento di farlo.
Questi partiti populisti di destra sono formazioni molto instabili, perché rispondono a diversi interessi. Hanno bisogno di mantenere la propria base sociale apparendo come anti-sistema. Ma in ogni paese, tanto più si avvicinano al governo, quanto più moderano le loro politiche e perciò perdono la propria base sociale. Vivono in questa contraddizione.
In Catalogna, c’è stato uno sciopero degli insegnanti circa due mesi fa. È stato convocato dai sindacati più importanti, eccetto Comisiones Obreras (CcOo), che è il sindacato più grosso in Spagna, legato tradizionalmente al Partito Comunista. CcOo non ha aderito allo sciopero fino all’ultimo minuto, quando lo sciopero era già in corso da un po’. Infine hanno aderito allo sciopero e il giorno dopo hanno firmato un pessimo accordo. Si sono uniti allo sciopero con l’obiettivo deliberato di tradirlo.
Gli insegnanti hanno votato in maniera preponderante contro questo accordo e lo sciopero è proseguito. Allora, il principale sindacato a dirigere lo sciopero è diventato USTEC, che era precedentemente un sindacato di base di sinistra e che ora è il sindacato di maggioranza tra gli insegnanti in Catalogna.
Dopo che questo sciopero è andato avanti per varie settimane, l’USTEC ha detto: “Tutti sono stanchi. Non c’è nient’altro che possiamo ottenere. L’anno scolastico sta giungendo al termine. E quindi proponiamo questo accordo”, che era molto simile al pessimo accordo che era stato già rifiutato.
Questo è il sindacato di maggioranza del settore. Hanno messo l’accordo ai voti e gli insegnanti hanno votato contro! Così sono rimasti con un piccolo sindacato, che rappresenta forse il 10% degli insegnanti, che dirige l’intero movimento.
Più o meno nello stesso momento, c’è stato uno sciopero generale degli insegnanti a Valencia. Le condizioni lì erano leggermente differenti da un punto di vista politico, ma si trattava comunque di un movimento di massa degli insegnanti. Uno sciopero generale degli insegnati è stato convocato nella regione di Madrid per l’inizio dell’anno scolastico a settembre di nuovo a partire da assemblee di massa e comitati di base.
Va bene. Potreste ribattere che questi sono impiegati pubblici, insegnanti, che hanno condizioni particolari. Ma poi, qualche settimana fa, ha avuto inizio uno sciopero molto interessante ad Airbus, un’azienda aerospaziale con forti investimenti nella difesa, che ha alle proprie dipendenze 14mila lavoratori in Spagna.
Lo sciopero ha avuto inizio poiché l’azienda stava attaccando i diritti dei lavoratori sotto molti aspetti diversi. Gli impiegati, alcuni dei quali sono ingegneri che lavorano al design, avevano due giorni a settimana di smart working, che sono stati ridotti ad uno. Prima potevano prendersi le ferie in qualunque momento volessero, ma poi sono stati costretti a prenderli in periodi specifici: piccole cose come queste che si sono accumulate.
Lo sciopero ha avuto inizio. È stato convocato principalmente da un sindacato molto particolare, una specie di sindacato di mestiere che organizza per lo più gli impiegati. Tuttavia, lo sciopero ha ottenuto un ampio appoggio tra gli operai, gli impiegati, tra tutti. Ci sono state assemblee di massa con migliaia di lavoratori, picchetti di massa.
A quel punto, CcOo si è unita allo sciopero. Il giorno dopo hanno firmato un pessimo accordo… che è stato però rifiutato dall’80% della forza lavoro. I lavoratori di Airbus in Francia sono partiti per discutere con i loro colleghi spagnoli per capire cosa stesse succedendo. Lo sciopero è durato per un’altra settimana o una decina di giorni.
Infine, questo sindacato, che aveva per primo convocato lo sciopero, ha detto: “Non c’è molto altro da ottenere. Dovremmo firmare questo accordo”. Hanno messo l’accordo ai voti. E i lavoratori hanno votato contro questo secondo accordo, il 49% contro e il 44% a favore!
Era stato loro offerto un aumento salariale del 12%. Hanno detto che non era abbastanza perché fondamentalmente copriva appena l’inflazione per quest’anno e quello successivo. Quello che volevano era recuperare il potere d’acquisto perso negli ultimi anni, che equivale al 18%.
Non è chiaro cosa succederà. Al momento ci sono le vacanze e i lavoratori torneranno ad agosto. Ma queste cose sono molto sintomatiche del tipo di lotta di classe che vedremo nel prossimo periodo.
Se i sindacati esistenti si metteranno a capo del movimento, i lavoratori seguiranno i sindacati. Ma ci saranno anche condizioni in cui, se i sindacati non saranno disposti a guidare la lotta, i lavoratori useranno qualsiasi strumento abbiano a disposizione per portarla avanti.
È proprio in questo momento in cui il capitalismo europeo è nella sua crisi più profonda che la sinistra ufficiale ha raggiunto il suo punto più basso e patetico. Ovunque.
C’è un vuoto enorme, che a volte viene riempito da ogni sorta di fenomeni casuali.
Per due settimane abbiamo avuto Your Party in Gran Bretagna, di fianco all’ascesa del Green Party. Così, la parziale ascesa di Die Linke nelle elezioni in alcune aree della Germania e così via.
Infine, ciò che forse è la cosa più importante per noi è il processo di radicalizzazione politica della gioventù su questioni come la Palestina e il militarismo. Molti di essi si stanno orientando verso le idee comuniste.
Abbiamo visto, per esempio, l’ascesa del Movimento Socialista in Spagna. Hanno convocato una manifestazione il Primo maggio con lo slogan “Dobbiamo costruire un’alternativa rivoluzionaria”. Sono riusciti a portare in piazza migliaia di giovani nel Paese Basco, in Catalogna, a Madrid e a Valencia con questo slogan.
In Francia c’è stata tutta una serie di scissioni dalla Gioventù Comunista, alcuni in direzione del maoismo. Gruppi comunisti locali stanno nascendo in Germania, organizzati da ragazzi molto giovani.
Dobbiamo avere il senso delle proporzioni. Le nostre forze ovunque in Europa sono molto, molto piccole. Ma le condizioni sono ottimali per noi.
C’è un settore di giovani molto radicalizzati che possiamo raggiungere direttamente con le nostre idee, reclutarli, istruirli e formarli nei nostri ranghi.
Questo è il lavoro preparatorio necessario se vogliamo essere in grado di intervenire nei grandi eventi che senza dubbio avverranno nel prossimo periodo.




