L’8 aprile, cinquantamila persone hanno protestato contro il progetto di riforma della costituzione giapponese del primo ministro Sane Takaichi, che porrebbe fine allo status del Giappone come paese “pacifista” e darebbe inizio ad un periodo di rimilitarizzazione aperta. Si tratta del più grande movimento di protesta nel corso degli ultimi anni e, per la prima volta, nelle strade c’erano principalmente giovani.
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Takaichi è salita al potere appena un anno fa con una maggioranza record e sperava di poter procedere con queste riforme in maniera spedita. Ora che la guerra in Iran sta mettendo la riforma costituzionale sotto una luce nuova, mostrando concretamente lo spargimento di sangue e il caos economico che la guerra imperialista produce, essa si trova di fronte ad un’opposizione crescente.
Al momento, le proteste si limitano ad agitare in aria torce elettriche e a scandire slogan come “No alla guerra!” e “Proteggiamo la Costituzione!”, mentre solo una piccola minoranza sta chiedendo il rovesciamento di Takaichi. Tuttavia, dopo anni di inattività delle masse giapponesi, queste proteste significano che una nuova generazione sta entrando nell’arena politica. Le proteste possono solo allargarsi, man mano che le conseguenze della guerra in Iran cominceranno a farsi sentire e che la spinta a riarmarsi da parte della borghesia americana e giapponese diventerà sempre più forte: un riarmo a spese delle condizioni della classe lavoratrice.
L’opposizione alla guerra in Iran
Sebbene queste manifestazioni siano state provocate dalla minaccia della rimilitarizzazione, la guerra in Iran ha aggravato il malcontento. Come in molti altri paesi, gli attacchi israelo-americani contro l’Iran fin dall’inizio sono stati enormemente impopolari. Solo il 9% della popolazione giapponese era in favore dell’aggressione e l’82% era contrario.
Questa era la situazione prima di accusare l’impatto economico della chiusura dello Stretto di Hormuz, il cordone ombelicale dell’Asia. Il 95% del greggio giapponese viene importato dal Medio Oriente, il che lo rende particolarmente vulnerabile a qualsiasi interruzione del traffico nello Stretto.
Il governo ha dovuto ricorrere al rilascio di proprie riserve di petrolio equivalenti a 70 giorni di approvvigionamento e ha introdotto anche sussidi statali sul carburante. Per adesso, queste misure sono riuscite a stabilizzare i prezzi della benzina a circa 167 yen al litro (0,90 euro circa, Ndt). Tuttavia, il governo non è riuscito ad impedire che schizzassero in alto i prezzi di beni che richiedono l’utilizzo di fertilizzanti, elio e petrolio per essere prodotti. In altre parole, questa guerra sta solo intensificando la crisi del carovita che stava già colpendo la classe lavoratrice giapponese.
Rimilitarizzazione
La vera forza trainante di queste proteste è la paura che il Giappone verrà coinvolto in un conflitto come la guerra in Iran a causa delle politiche di Takaichi volte alla rimilitarizzazione.
Di recente, il governo ha approvato la spesa militare più ingente della storia giapponese, 66,5 miliardi di dollari, con l’obiettivo di aumentarla ulteriormente nel 2027. Sono anche state tolte le restrizioni all’esportazione di armi, cosicché il Giappone può inviare armi letali come caccia da combattimento, navi da guerra e sottomarini a paesi che hanno accordi su tecnologie difensive con il Giappone. Questo include tutta una serie di paesi del Sud Est asiatico, oltre a Regno Unito, Stati Uniti, India e Australia.
Firmando accordi di difesa e vendendo armi letali a paesi come l’Indonesia e le Filippine, il Giappone spera di strapparli all’imperialismo cinese che sta aumentando la propria influenza nella regione.
Allo stesso tempo, l’attenzione dell’imperialismo americano è indubbiamente rivolta altrove. Trump è impantanato in Medio Oriente e ha mobilitato più di 2mila marines che erano di stanza ad Okinawa. Il segnale forse più grave è però che ci si cominci a chiedere se gli Stati Uniti sarebbero in grado di fermare un’invasione cinese, visto che stanno perdendo contro l’Iran. Questo ha fatto sì che gli imperialisti giapponesi siano sempre più preoccupati di non poter fare affidamento sugli USA per un appoggio contro la Cina nel caso di un’invasione di Taiwan, per esempio.
Così, essi stanno assumendo in prima persona il compito di riarmarsi e di proteggere i propri interessi nella regione. Le intimidazioni di Takaichi a proposito di Taiwan dello scorso novembre erano rivolte a suscitare un clima di nazionalismo nel paese per spianare la strada al riarmo a livello ideologico.
Gli eventi in Iran hanno accelerato questo processo.
Storicamente, il Giappone ha mantenuto relazioni amichevoli con l’Iran e avrebbe potuto agire come mediatore nei negoziati per la tregua. In effetti, il 20 marzo l’Iran ha offerto di lasciar passare le navi giapponesi attraverso lo Stretto, dal momento che non sono nemici dell’Iran. Un tale accordo avrebbe alleviato il problema degli alti prezzi dell’energia che minacciano l’industria e i consumatori giapponesi, ma avrebbe anche scatenato l’ira di Trump.
Nel tentativo di dimostrare che il Giappone è un alleato obbediente degli americani, Takaichi ha preso la strada opposta. Trump ha chiesto a Takaichi di inviare le Forze Marittime di Autodifesa (FMA) nello Stretto di Hormuz. Anche se questo avrebbe violato direttamente la Costituzione, essa era ben contenta di essere coinvolta ed è stata trattenuta solo dagli elementi più moderati del Partito Liberal Democratico (PLD), che l’hanno avvertita delle pericolose conseguenze politiche: solo il 4% della popolazione avrebbe appoggiato il dispiegamento delle FMA prima di un cessate il fuoco, mentre il 49% è del tutto contrario.
Viste le implicazioni politiche ed economiche, è improbabile che il Giappone entrerà direttamente in questo conflitto specifico. Tuttavia, la pressione crescente di una Cina in ascesa e di un’America in declino e inaffidabile, pressione che diventerebbe ancora più intensa in caso di una sconfitta americana in Iran, sta costringendo la classe dominante giapponese a riarmarsi. Questo la sta portando in collisione frontale con la vecchia Costituzione “pacifista” del Giappone.
In cosa consiste la “riforma costituzionale”?
La Costituzione giapponese venne creata dall’imperialismo americano, che occupò il Giappone sconfitto alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Al fine di assicurarsi che il Giappone non si sarebbe mai più risollevato, tornando ad essere un rivale nel Pacifico, gli USA stabilirono severi limiti costituzionali alla possibilità di mantenere un esercito permanente, tra cui l’Articolo 9, la cosiddetta “clausola pacifista”
Da allora, questa è stata una spina nel fianco della borghesia giapponese e il PLD, fin dalla sua fondazione, ha tentato per decenni di emendare la Costituzione. Quando le priorità dell’imperialismo americano cominciarono a cambiare, di fronte alla minaccia dell’estendersi della rivoluzione nel Pacifico, dalla Cina alla Corea, anch’esso cominciò ad appoggiare la rimilitarizzazione del Giappone per mezzo di una riforma costituzionale.
La riforma costituzione tornò alla ribalta sotto l’ex primo ministro Shinzo Abe, che rappresentava gli elementi più reazionari all’interno del PLD.
Le sue proposte includevano emendare l’articolo 9 affinché il Giappone potesse ufficialmente avere un esercito – garantendo il diritto di imporre uno stato d’emergenza, che sarebbe a tutti gli effetti una forma di legge marziale, oltre ad una legge anti-spionaggio.
Tuttavia, questa proposta venne bloccata interamente dalla diffusa opposizione tra le masse giapponesi, che volevano mantenere una rottura netta e permanente con il passato militarista. Quando Abe tentò di fare passare queste controriforme nel 2015, centinaia di migliaia di persone scesero nelle strade per opporsi. Dopo le dimissioni e la morte di Abe, i governi di Suga, Kishida e Ishiba erano tutti troppo deboli e divisi su questa questione per portare avanti questa svolta.
Tuttavia, la recente vittoria di Takaichi ha fornito al partito una maggioranza di due terzi nella Camera Bassa. Anche se il PLD è in minoranza nella Camera Alta, sempre più partiti dell’opposizione borghese stanno appoggiando apertamente la riforma costituzionale.
L’ultimo ostacolo è che, per emendare la Costituzione, Takaichi deve vincere un referendum con una maggioranza di due terzi. Ma i toni minacciosi nei confronti della Cina su Taiwan lo hanno reso possibile, dal momento che ciò ha spinto al 59% nei sondaggi il consenso per una riforma costituzionale, mentre solo il 31% è contrario. Ciò significa che la riforma costituzionale è più realistica oggi di quanto non lo fosse persino durante il governo Abe, sebbene non abbia ancora raggiunto la maggioranza di cui ha bisogno e in molti continuino ad opporsi.
In altre parole, sebbene la rabbia contro la militarizzazione si stia esprimendo nelle strade, una parte consistente della popolazione è stata influenzata dalla propaganda del PLD che tenta di alimentare un clima di paura nei confronti di Cina e Corea del Nord. La tendenza è alla polarizzazione. Tuttavia, le gravi conseguenze economiche della guerra possono provocare ulteriori svolte e contro-svolte nell’opinione pubblica.
Le lotte antimilitariste in Giappone
I movimenti di massa contro il militarismo hanno una lunga storia in Giappone, ma l’esempio più significativo è il movimento contro il Trattato di mutua cooperazione e sicurezza tra Stati Uniti e Giappone (Anpo) del 1960, che raggiunse proporzioni rivoluzionarie. Partecipò un terzo della popolazione, ebbero luogo tre scioperi generali che coinvolsero milioni di lavoratori e le masse giunsero quasi ad invadere la Dieta Nazionale, il parlamento giapponese.
Sebbene il movimento non arrivò ad ottenere una vittoria completa, costrinse tuttavia gli americani a tagliare il numero di soldati di stanza in Giappone del 37%, alle dimissioni dell’odiato criminale di guerra Kishi Nobusuke e portò alla cancellazione del viaggio in Giappone dell’allora presidente americano Eisenhower.
Questo mostra il potere della classe operaia organizzata quando viene mobilitata in massa.
Più di recente, la nascita di Azione di Emergenza Studentesca per la Democrazia Liberale (AESDL) nel 2015 aveva anch’essa il potenziale per aggregare le masse contro il militarismo e contro i tentativi di Abe di riformare la Costituzione. Sfortunatamente, a causa del fallimento degli studenti di connettersi con i settori più ampi della classe lavoratrice giapponese, l’occasione è sfumata.
Esiste un chiaro desiderio di una lotta vera contro la guerra e il riarmo. Il problema è che queste lotte sono state permeate dalle idee pacifiste di gruppi come il Partito Comunista Giapponese (PCG), che è una delle organizzazioni più esposte nel movimento.
Il PCG continua a mantenere un atteggiamento conciliante nei confronti della classe dominante, limitandosi a criticare gli Stati Uniti e Israele solo sulla base del fatto che violano il diritto internazionale, piuttosto che affrontare la questione centrale dell’imperialismo e del capitalismo. Il presidente del PCG, Shii Kazuo, ha fatto vergognosamente appello all’Iran a “usare moderazione ed evitare rappresaglie” durante la Guerra dei 12 giorni contro l’Iran dell’anno passato, schierandosi con il resto della stampa liberale.
Poniamo fine a tutte le guerre con la lotta di classe!
Il movimento in corso ha acquisito maggiore forza e slancio dopo ogni manifestazione, passando dai 3.600 della prima manifestazione ai 50mila della terza. Al posto dei soliti veterani degli anni ’60 e ’70 che compongono solitamente le manifestazioni contro la guerra, queste proteste erano per lo più composte da giovani e da attivisti non organizzati.
Questo è solo l’embrione di quello che potrebbe diventare. Man mano che Takaichi tenterà di imporre il suo programma di rimilitarizzazione e le conseguenze della guerra in Iran si faranno sentire, potrebbe sfociare però in un movimento più ampio conquistando un consenso di massa. Tuttavia, rimane la questione di quale tattica e quale strategia debbano essere adottate.
In queste manifestazioni, la tendenza dominante è il pacifismo, guidato dal Comitato Esecutivo di Azione Generale “No alla Guerra! Non Cancellare l’Articolo 9!” e da Azione Nazionale dei Cittadini “No all’emendamento dell’Articolo 9!” (NCA). Si tratta di organizzazioni civiche, composte principalmente da gruppi di giuristi, religiosi e di attivisti che sono legati in maniera lasca ai partiti di opposizione di sinistra come il PCG.
L’NCA sottolinea correttamente i crimini dell’imperialismo giapponese in patria e all’estero, oltre che i livelli record di spesa militare del governo che sta inasprendo le tensioni con la Cina. Tuttavia, la sua proposta di azione è chiedere all’opinione pubblica di firmare una petizione per fermare qualsiasi tentativo di emendare la Costituzione.
Chiedere in modo educato agli imperialisti di astenersi dalla rimilitarizzazione è come chiedere ad una tigre di diventare vegetariana.
L’imperialismo non è una scelta ma, come spiegava Lenin, la forma suprema e più matura del capitalismo. Le grandi potenze si spartiscono e ripartiscono il mondo per appropriarsi di mercati, materie prime e sfere di influenza. In ultima istanza, questo richiede la forza.
Nel caso del Giappone, l’idea che la classe dominante possa semplicemente “scegliere” di restare disarmata, nonostante le pressioni dell’amministrazione Trump e il fatto che i suoi interessi imperialistici nel Pacifico vengano sfidati dalla Cina, è utopica.
Né si può riporre alcuna fiducia in istituzioni liberali come le Nazioni Unite o in quel pezzo di carta che è la Costituzione. Trump ha mostrato che, quando i nodi vengono al pettine, gli imperialisti riescono a disfarsi delle regole, se non si allineano ai loro interessi
Tuttavia, comprendiamo anche che i giovani che partecipano in maniera sincera al movimento in corso intendono il “pacifismo” come una richiesta di porre fine alle guerre imperialiste. I dirigenti dicono loro che devono affidarsi alla protezione della Costituzione e agire all’interno del sistema capitalista per ottenerlo. Noi, i comunisti, ci opponiamo a questo.
L’unica forza nella società su cui si può fare affidamento per combattere realmente e con successo contro la guerra imperialista è la classe operaia, che soffre mentre i guerrafondai fanno i loro profitti. Senza il lavoro degli operai, le leve fondamentali dell’economia, incluse le fabbriche di armi in Giappone, si fermerebbero: sono loro che hanno il potere di bloccarle.
Pertanto, l’attuale movimento contro la guerra deve allargare il proprio orizzonte al di là della “difesa della Costituzione” e lottare per rovesciare il governo Takaichi come primo passo per porre fine all’imperialismo giapponese. Bisogna penetrare nei luoghi di lavoro, nelle università e nei quartieri in tutto il paese e coordinare una campagna nazionale di sciopero per colpire gli imperialisti dove fa male: nei profitti.
Un simile movimento potrebbe porre la questione di chi ha il potere nella società e negli interessi di chi viene usata la ricchezza sociale: i padroni o i lavoratori.
Un Giappone in mano ai lavoratori non avrebbe alcun interesse nelle aggressioni imperialiste all’estero e, al contrario, fornirebbe la maggiore assistenza possibile alla lotta contro l’imperialismo e contro il capitalismo ovunque possa
Noi diciamo: se vuoi la pace, prepara la guerra di classe! Nessuna illusione nella Costituzione! Solo la classe lavoratrice può fermare la guerra! Poniamo fine all’imperialismo rovesciando il capitalismo! Per una federazione socialista dell’Asia Orientale!




