È curioso che Trump abbia scelto il palazzo di Versailles per la cerimonia della firma dell’accordo con cui ha posto fine alla guerra con l’Iran. Eppure, considerato che era lì per firmare di fatto un documento di resa, il luogo non era poi così inappropriato.
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Il Memorandum di Intesa (MDI) in 14 punti tra gli Stati Uniti e l’Iran rappresenta un’umiliazione per Trump, una sconfitta strategica per l’imperialismo americano e un punto di svolta nella situazione mondiale. Per gli israeliani, che non sono stati consultati né risultano tra i firmatari di un accordo che tuttavia li vincola, le implicazioni sono potenzialmente ancora più gravi.
La rivista Foreign Policy la descrive come “una sconfitta peggiore del Vietnam”. Infatti, sebbene sia stata una guerra più breve e meno logorante di quella del Vietnam, le implicazioni del conflitto in Iran sono sotto molti aspetti ancora più profonde.
Il controllo dello Stretto di Hormuz è stato affidato all’Iran. I paesi produttori di petrolio della regione sono stati ridotti alla posizione di tributari in ginocchio di fronte agli iraniani.
La Russia e la Cina emergono rafforzate. Sono i soli paesi ad avere influenza sull’Iran. È stato un alleato della Cina, il Pakistan, a fungere da mediatore in gran parte dei negoziati. Avrà luogo un riequilibrio a livello mondiale, dal momento che tanto gli alleati quanti i nemici degli Stati Uniti prendono atto della debolezza delle carte in mano agli Stati Uniti.
Per quanto riguarda Israele, questa notizia è caduta sul paese come una bomba. Se l’accordo terrà, potrebbe essere la fine di Benjamin Netanyahu. Ciò solleva un punto di domanda anche sul futuro della stessa relazione tra gli Stati Uniti e Israele. O potrebbe darsi che Netanyahu abbia in mente qualche nuovo piano per salvarsi la pelle, che comporterebbe soltanto nuovi orrori nella regione.
Gli uomini disperati sono inclini a azioni disperate. Mentre scriviamo queste righe, Netanyahu sta bombardando il Libano in un chiaro tentativo di mandare all’aria l’accordo. Ad incoraggiarlo è l’establishment neocon degli Stati Uniti.
L’ultima notizia è che Israele è stato costretto a firmare un cessate il fuoco con Hezbollah. Sebbene la situazione rimanga incerta, possiamo affermare questo: non è possibile un accordo migliore di questo per Trump. Sebbene l’accordo ponga condizioni di resa, l’imperialismo americano non può sperare di averne di migliori!
Cosa dice il Memorandum
Diamo un’occhiata alle condizioni dell’accordo.
Il primo punto afferma chiaramente che le parti “dichiarano l’immediata e permanente interruzione delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano…” e garantiscono inoltre “l’integrità territoriale” del Libano.
Dunque, non solo gli iraniani hanno ottenuto la pace dagli americani, ma questo accordo vincolerebbe gli israeliani non solo ad un cessate il fuoco, ma anche a ritirarsi dal Libano.
Con la fine delle ostilità, comincia ora un periodo di 60 giorni, “prorogabile mediante mutuo accordo” di negoziati in vista di un’intesa finale. Nel corso di questo periodo, si dovrebbe raggiungere un accordo sulla questione spinosa dell’uranio arricchito iraniano. Se ciò mai avverrà, agli iraniani vengono promessi 300 miliardi di dollari in investimenti, la fine permanente di tutte le sanzioni e il totale ritiro della marina americana.
Sebbene Trump abbia assicurato che i 300 miliardi di dollari non proverranno dalle tasse degli americani, bensì da investitori regionali e non, siamo chiari: qui abbiamo un’America sconfitta che paga le riparazioni di guerra.
In attesa di questo accordo finale, il Memorandum prevede comunque “l’esenzione dell’Iran dalle sanzioni riguardanti le esportazioni di greggio, prodotti petroliferi e derivati, e tutti i servizi associati, incluse transazioni bancarie, assicurazioni, trasporti, ecc.”.
Vale a dire che, sotto ogni aspetto, si eliminano a tutti gli effetti tutte le sanzioni fin dal primo giorno!
A dispetto di futuri negoziati, questo Memorandum garantisce immediatamente:
• La fine dell’aggressione israeliana contro il Libano;
• La fine di fatto delle sanzioni;
• Il riconoscimento del diritto dell’Iran del controllo dello Stretto di Hormuz;
• Il rilascio di miliardi di dollari da beni congelati.
È altrettanto significativo quello che il Memorandum non menziona.
Non si fa menzione di un cambio di regime, né degli alleati dell’Iran, né della proibizione nei confronti dell’Iran di imporre tariffe sul traffico marittimo attraverso lo Stretto, né si fa menzione dei missili balistici iraniani. “Se li hanno altri paesi, ha detto Trump parlando dei missili balistici, “è un po’ ingiusto che loro non li abbiano”. Non ha tutti i torti!
Non si fa menzione, in effetti, di nessuno dei numerosi e disparati obiettivi di guerra che Trump ha reso noti in vista e nel corso di questa guerra.
Cosa ottengono gli americani in cambio?
La promessa che gli iraniani non costruiranno armi atomiche (promessa cui gli iraniani hanno sempre acconsentito), un po’ di formule sdolcinate e una concessione vera e propria: la riapertura dello Stretto di Hormuz che, prima che la guerra cominciasse, non era affatto chiuso e sarà ora sotto il controllo iraniano.
Cosa significa questo per gli Stati Uniti
Anche un bambino di sei anni capirebbe che si tratta di una resa da parte degli americani.
È ovvio perché ciò sia avvenuto. Sebbene gli USA abbiano praticamente svuotato i propri arsenali missilistici, non sono riusciti a piegare l’Iran con mezzi militari ed economici. Sono passati quattro mesi da quando l’Iran ha chiuso lo Stretto. In questo periodo, gli Stati Uniti hanno drenato le proprie riserve strategiche di petrolio per mantenere bassi i prezzi. Ormai queste riserve si stanno esaurendo ed incombe un cataclisma economico.
Trump lo ha ammesso con franchezza: “Non volevo vedere una catastrofe economica. Se si fosse continuato, sarebbe potuto accadere”. Con l’apertura dello Stretto, il petrolio è calato a 80 dollari al barile e il mercato azionario è schizzato in alto.
Questo Memorandum ha molti detrattori, ma che il mercato azionario non sia uno di essi è motivo di sollievo per Trump. “Il mercato azionario è più intelligente di chiunque qui, incluse le persone sul palco. Tranne me, ovviamente”, ha sorriso, mentre le altre “persone sul palco”, tra cui Marco Rubio, si contorcevano dall’imbarazzo.
Trump si sente ora allegro e felice. Può permettersi un sospiro di sollievo. Tuttavia, l’America accuserà le conseguenze di questa guerra per anni.
Nell’immediato, ciò scatenerà il furore dell’establishment repubblicano neoconservatore. Sono furiosi. L’establishment americano non può accettare a livello psicologico l’idea che essi, gli onnipotenti americani, siano stati sconfitti e in maniera così plateale.
All’interno del movimento MAGA, scoppierà la guerra. Se i neoconservatori non riusciranno a mettere fine immediatamente a questa pace, vorranno vendetta, magari dopo un periodo di riassestamento.
Ma le conseguenze si ripercuoteranno su tutta la società americana. Quando Trump prova a millantare i fatti, spingendosi a definire questo accordo una “resa incondizionata” da parte di Teheran, cosa fa se non aggiungere una farsa comica all’umiliazione dell’America?
Questa non è una sconfitta eroica come quella della battaglia di Alamo (del 1836, Ndt), che può far gonfiare agli americani il petto di orgoglio patriottico, come sarebbe successo in passato. Il gusto del ridicolo di Trump, espresso nell’assurdità di un incontro di arti marziali miste e una gara di motocross sul prato della Casa Bianca in occasione del 250esimo anniversario della Repubblica americana, rende impossibile la pur minima solennità che avrebbe potuto esserci. Tutto il comportamento di Trump, che è rivolto al salvarsi la faccia, ispira solo disprezzo e odio.
Abbiamo già visto in passato che le sconfitte all’estero delle potenze imperialiste in declino preparano il terreno alla lotta di classe all’interno. È stata la sconfitta della Francia in Algeria a porre le basi per il Maggio ’68. In Portogallo, fu la costosa guerra in Africa che pose le basi per la Rivoluzione dei Garofani del 1974. Questo avvenimento accelererà la tendenza verso l’ascesa della lotta di classe all’interno degli Stati Uniti.
Le implicazioni nella regione
Anche in Iran, tuttavia, l’accordo ha i suoi critici. Ironicamente, questi critici ritengono che l’Iran abbia mercanteggiato la propria condizione di vantaggio troppo facilmente e vogliono imporre niente meno che una sconfitta assoluta agli americani. Ciò equivarrebbe al totale ritiro degli americani dal Medio Oriente e il riconoscimento del diritto dell’Iran ad arricchire l’uranio.
Il fatto che la leadership della Repubblica Islamica non abbia insistito ulteriormente indica che sono sotto pressione, in particolare da parte di Russia e Cina, che ci rimetterebbero se il mondo intero venisse fatto piombare in una profonda crisi economica.
Tuttavia, non era necessario che gli iraniani si incaponissero su questi aspetti. Anche senza un ritiro formale, gli Stati Uniti saranno d’ora in poi più deboli che mai.
Le sue basi militari sono in macerie. In tutta la regione, tutti hanno potuto saggiare l’impotenza americana e la forza dell’Iran. Al momento, i vari Stati del Golfo stanno firmando accordi separati con l’Iran.
Dopo aver subito enormi danni a causa dei bombardamenti iraniani nella prima parte della guerra, pare che gli Emirati Arabi Uniti abbiano concordato di pagare all’Iran 10-20 miliardi di dollari, di cui 3 miliardi sono già stati pagati. I qatarioti hanno fatto un accordo simile. I sauditi dovranno farlo presto. Si tratta del pagamento di un tributo.
Poi, ci sono le alleanze americane nella regione, che si stavano già incrinando prima di questa guerra. Dall’inizio della guerra, gli EAU si sono ritirati dall’OPEC, sancendo a tutti gli effetti la morte di questo cartello e cementando la frattura tra sauditi ed emiratini. Le fredde relazioni tra Turchia e Israele si sono ulteriormente deteriorate.
Infine, c’è l’alleato numero uno dell’America, Israele. Per la classe dominante israeliana, è uno scenario da incubo.
Il principale perdente: Israele
I governanti israeliani bramano da decenni una resa dei conti con l’Iran. Non si sarebbero accontentati di un semplice cambio di regime e di una rinuncia al nucleare. Volevano la distruzione dell’Iran in quanto Stato nazione, come primo passo per ridisegnare completamente la mappa del Medio Oriente.
All’inizio della guerra, pensavano che fosse la loro occasione per farlo. Immaginavano persino di poter distruggere qualsiasi Stato nazionale, ad eccezione di Israele stesso, seminando la barbarie e dominando sulle macerie.
A metà marzo, quando la guerra con l’Iran era al culmine, Naftali Bennett, pensando già al futuro, definiva la Turchia come “il nuovo Iran”. Questo stesso Naftali Bennet è ora il candidato favorito dei liberali per sfidare Netanyahu alle prossime elezioni!
A febbraio e a marzo, la classe dominante israeliana era euforica, ebbra delle proprie illusioni.
Tuttavia, si sono ora schiantati da quelle vette a terra con un fragoroso boato.
Proprio adesso, tutto lo spettro dell’élite sionista sta gridando ad una “capitolazione catastrofica”. Stanno puntando il dito contro Netanyahu per aver commesso un errore strategico permettendo che la questione del Libano si intrecciasse con la guerra in Iran.
Ma era in questo nesso che risiedeva l’intera strategia di Netanyahu! Come abbiamo spiegato altrove, gli israeliani si sono assuefatti a forzare la mano ai propri benefattori americani, lasciandoli senza altra scelta se non quella di appoggiare Israele.
Netanyahu ha invaso il Libano simultaneamente all’inizio della guerra in Iran, con il preciso obiettivo di legare i due conflitti. Se gli americani avessero provato a ritirarsi, per arrivare a un accordo con l’Iran, Netanyahu avrebbe potuto continuare a provocare gli iraniani in Libano e trattenere gli americani in guerra ad ogni costo.
Qui sorge il problema: dal momento che Netanyahu ha collegato i due conflitti in questo modo, Trump non ha altra scelta se non di porre fine all’intervento israeliano in Libano per potersi districare a sua volta da questa guerra.
La classe dominante israeliana è allibita e nel panico. Per Netanyahu va ancora peggio. La sconfitta in questa guerra significa la sua fine, con l’estromissione dalla carica e forse persino la prigione.

Netanyahu può bloccare l’accordo?
Alcuni alleati di Netanyahu stanno insistendo per proseguire la guerra da soli. “L’accordo di Trump non ci vincola. Israele non è subordinato agli Stati Uniti”, ha protestato Ben Gvir. “Siamo un paese indipendente e sovrano.”
Avete capito? JD Vance gli ha rammentato:
“Numero uno, Donald J. Trump è l’unico capo di Stato in tutto il mondo ad essere accondiscendente con la nazione di Israele al momento attuale. E si dà il caso che sia il capo di Stato della superpotenza mondiale. Se fossi nel governo israeliano, non attaccherei l’unico alleato potente che mi è rimasto in tutto il mondo…
L’altra cosa che vorrei dire è che nel corso degli ultimi tre mesi, due terzi delle armi difensive che hanno protetto la vostra patria, sono state costruite da mani americane e pagate con i dollari delle tasse degli americani.”
Una minaccia neanche troppo velata: “Non mettere a rischio la tua relazione con noi, Bibi! Lo rimpiangerai!”. Ma Netanyahu in passato si è già districato da situazioni difficili. Starà tramando per tirarsi fuori anche da questa. La domanda è: può farlo?
Ci sono molte incognite e sono coinvolti molti personaggi imprevedibili. Tuttavia, nell’immediato, uno di questi tre fattori è destinato ad andare in frantumi: l’economia mondiale, la relazione tra Israele e gli Stati Uniti, la società israeliana; o una combinazione dei tre.
Scenario 1: il crollo dell’economia mondiale
Se anche Netanyahu e i neoconservatori riuscissero a spingere Trump a ricominciare questa guerra, l’equilibrio militare rimarrebbe comunque invariato. Gli arsenali di munizioni costose sono drammaticamente sguarniti. Perciò, se gli iraniani ricominciassero a bombardare Israele, gli americani non avrebbero i missili di difesa aerea per proteggerli anche se lo volessero!
Lo scenario sarebbe, nel migliore dei casi, ancora una volta la chiusura dello Stretto di Hormuz e una catastrofe per l’economia mondiale. Gli iraniani hanno però anche la capacità di aggiungere la chiusura dello Stretto di Bab al Mandab e quindi l’accesso al Mar Rosso, attivando i loro alleati Huthi in Yemen. Così, verrebbe interrotta la principale rotta commerciale tra Europa e Asia.
Al momento, l’economia mondiale rimane ancora appesa ad un filo. Vale la pena osservare che già adesso ci vorrebbero settimane, se non mesi, prima che le compagnie di navigazione siano in grado di risolvere gli effetti delle interruzioni logistiche e riacquistare abbastanza fiducia per attraversare lo Stretto a livello sostenuto.
Molte delle infrastrutture petrolifere e del gas in tutta la regione richiederanno anni di riparazioni prima di poter tornare a rifornire il mercato mondiale. Nel frattempo, l’esaurimento delle riserve strategiche rende il mondo intero molto più sensibile a nuovi shock, senza menzionare il fatto che la domanda sarà ora più elevata anche solo per rimpinguare le suddette riserve.
Tutto questo è materia di riflessione per Trump.
Scenario 2: la relazione tra Stati Uniti e Israele va in frantumi
Questo potrebbe non impedire a Netanyahu di spingere la situazione al limite. Netanyahu sta già tentando una provocazione in Libano. Ha dovuto firmare per il momento un cessate il fuoco, ma cercherà ogni pretesto per infrangerlo. E il giorno dopo la firma del Memorandum, egli ha annunciato una “zona cuscinetto” di occupazione permanente israeliana, infrangendo direttamente l’accordo.
Comportandosi così, Netanyahu potrebbe però giocarsi la relazione stessa tra Stati Uniti e Israele.
Da parte sua, lo stesso Netanyahu ha previsto che la sua politica ha in sé come logica conseguenza una rottura con gli Stati Uniti. In una certa misura, ha già cercato di preparare psicologicamente a questo la società israeliana. Lo scorso anno, ha parlato dell’esigenza di rendere la società israeliana indipendente dagli aiuti americani nel prossimo decennio, trasformando Israele in una specie di “Super Sparta” in grado di combattere le proprie battaglie.
Forse ci proverà. Tuttavia, una rottura con gli Stati Uniti metterebbe in discussione la stessa esistenza di Israele, per essere comunque seguita poi dalla sconfitta.
Scenario 3: Israele va in frantumi
L’ultima possibilità è che Netanyahu sia costretto a cedere. Ma allora, tutte le contraddizioni all’interno della società israeliana, che abbiamo visto esplodere nelle proteste contro la riforma giudiziaria nel 2023, e riemergere periodicamente con le proteste per il rilascio degli ostaggi, eromperebbero nuovamente.
Dopo il 7 ottobre 2023, Netanyahu ha provato a incanalare le contraddizioni della società israeliana verso l’esterno. Esse si riproporranno nuovamente al suo interno.
Tre anni di guerra hanno lasciato la società israeliana a pezzi. A partire dal 2024, c’è stato un aumento del 240% delle terapie riguardanti la salute mentale. “La gente ha perso fiducia nella propria società, nel proprio governo e nelle proprie istituzioni”, ha detto a Al Jazeera un veterano e professionista della salute mentale.
Secondo alcune stime, più della metà dei riservisti non si presentano quando vengono convocati.
Tutto questo minaccia di scoppiare ancora una volta. Dopo essersi appoggiato agli elementi reazionari religiosi nella società israeliana, proprio adesso Netanyahu sta fronteggiando proteste di massa da parte degli ebrei ultra-ortodossi che si rifiutano l’arruolamento nelle IDF.
Ci sono state proteste di massa, blocchi delle autostrade, disordini fuori dalle case dei giudici della Corte Suprema. Anche le case di comandanti delle IDF sono state prese d’assalto. Lo Shin Beit (servizi segreti interni, Ndt) ha cominciato a produrre documenti di intelligence riguardanti il terrorismo ebraico di estrema destra.
Le numerose contraddizioni all’interno di Israele potrebbero esplodere in maniera imprevedibile.
Questo fornisce a Netanyahu una ragione ulteriore per dirottare l’attenzione all’esterno ancora una volta. Se non in Libano, allora dove? Abbiamo visto un’intensificazione degli attacchi delle IDF a Gaza. La settimana scorsa, Smotrich ha ripreso le provocazioni nella città cisgiordana di Hebron. Forse accelereranno il processo di annessione della Cisgiordania?
Altri ancora, come il ministro del Likud Amichi Chikli, hanno promesso che Israele sarà presto in guerra con la Siria, parte di quello che la classe dominante israeliana chiama sempre di più l’“Asse del Male sunnita radicale” guidato dalla Turchia. Costretto dagli Stati Uniti a non attaccare l’Iran o i suoi alleati, Israele potrebbe rivolgersi contro gli alleati regionali proprio dell’America?
Gli esiti
Ironicamente, uno degli esiti di questa guerra è precisamente quello di rendere gli Stati Uniti più dipendenti da Israele come proprio vicario nella regione, a causa del generale indebolimento degli Stati Uniti nell’area! Man mano che Israele continua a sbandare fuori controllo, potrebbe innescare nuovi focolai nella regione e coinvolgere ulteriormente gli americani.
Ma facciamo un passo indietro e mettiamo a fuoco i punti generali più importanti.
L’Iran esce rafforzato: politicamente, militarmente e con ogni probabilità, in un futuro non così distante, anche economicamente, grazie ai miliardi di dollari scongelati.
Per l’America e i suoi alleati, questo è un disastro completo e senza appello, che porterà allo scoperto tutte le contraddizioni all’interno dell’America, di Israele e dell’intero occidente e che ha seriamente indebolito l’influenza americana nella regione e fuori di essa.
Nell’Asia sud-orientale, le Filippine, l’Australia, il Vietnam, la Cambogia, il Laos, la Tailandia, il Myanmar, il Bangladesh hanno inviato delegazioni in Cina durante la guerra per implorare fertilizzanti, petrolio e altri beni critici. E così hanno fatto gli europei! E così ha fatto Trump! Era lì non molto tempo fa, senza dubbio a implorare Xi di fare pressione sugli iraniani.
Non dimentichiamoci che da quando la guerra è cominciata, gli americani si sono indispettiti per quello che vedevano come una mancanza di appoggio da parte degli europei e hanno ridotto la propria presenza militare nel continente. Questo è l’ennesimo chiodo sulla bara del cosiddetto “Occidente collettivo”.
Nel frattempo, l’economia mondiale emerge più fragile che mai. Gli iraniani sono i padroni riconosciuti dello Stretto di Hormuz, mentre i pigmei europei stanno commettendo atti di pirateria contro la cosiddetta “flotta ombra” della Russia. Si tratta di un ulteriore grande strappo nel commercio mondiale, che imprime un ulteriore impulso verso il protezionismo e la rimilitarizzazione.
Dall’altro lato, questo è un duro colpo per la principale potenza imperialista al mondo. L’imperialismo americano continua ancora a opprimere ed intimidire, specialmente nell’emisfero occidentale. In precedenza, le masse lo avrebbero accettato con fatalismo. Chi potrebbe mai sconfiggere la potenza concentrata dell’imperialismo americano? Ebbene, ora è successo.
Nel quadro più generale delle cose, questa sconfitta verrà considerata come una svolta cruciale nel declino dell’imperialismo americano.




