La situazione nel Kashmir occupato dal Pakistan è in bilico. Il movimento di massa, che si è consolidato negli ultimi tre anni e che ora ha raggiunto proporzioni rivoluzionarie, è in pieno fermento. Man mano che è cresciuto in termini di dimensioni, sono cresciute anche le sue rivendicazioni. Con tali azioni, ha lanciato una sfida alle autorità del Kashmir e al governo pakistano.
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Inizialmente le rivendicazioni vertevano sul ripristino dei sussidi per il grano e l’elettricità, ma ora hanno abbracciato altre questioni sociali, quali l’occupazione e i diritti democratici. Con un tasso di disoccupazione giovanile doppio rispetto alla media nazionale, i giovani sono stati in prima linea nella lotta, insieme alle donne, che si sono dimostrate le combattenti più determinate.
Il governo centrale, da parte sua, ha reso chiara la propria intenzione di schiacciare il movimento nel sangue, usando contro i manifestanti tutta la forza dello Stato. Di conseguenza oltre cento persone sono state uccise in scontri sporadici: il più alto numero di vittime degli ultimi decenni.
La classe dominante capisce che i sollevamenti di massa nel cosiddetto “Azad Kashmir” (libero) sono la continuazione del fermento rivoluzionario di massa che ha attraversato il Bangladesh, lo Sri Lanka e il Nepal negli ultimi due anni. Simili esplosioni rivoluzionarie di massa hanno fatto passare loro notti insonni.
Il movimento in Kashmir si è riacceso all’inizio di giugno di quest’anno, con proteste di massa, manifestazioni e scioperi che hanno paralizzato l’intera regione. I manifestanti hanno eretto blocchi stradali per impedire l’arrivo dei rinforzi armati del governo. Questi rappresentano elementi di dualismo di potere che sono emersi.
“Il governo del Pakistan si trova di fronte a una dura prova rispetto alla propria autorità”, ha scritto di recente il Financial Times.
Il movimento di massa è stato guidato dal Joint Awami Action Committee (JAAC, Comitato d’Azione Popolare Unitario), che lo Stato pakistano ha bollato come “organizzazione terroristica”. Ne sono seguiti una stretta repressiva e l’arresto di molti attivisti, nel tentativo di soffocare il malcontento crescente.
I manifestanti sono stati oggetto di una crescente repressione da parte delle autorità, disposte a tutto pur di tenere sotto controllo la situazione. La polizia e i Rangers, una forza paramilitare, hanno intensificato la loro brutale repressione, sparando indiscriminatamente contro la folla composta da manifestanti disarmati, causando numerosi morti e migliaia di feriti.
Le autorità hanno poi tagliato internet e le comunicazioni telefoniche per isolare le proteste. Ma anche questo non è riuscito a fermare il movimento.
In risposta, la “Lunga Marcia” verso Muzaffarabad, capitale della regione, annunciata dai leader del JAAC, ha guadagnato slancio da diverse città e zone, con l’obiettivo di radunarsi alla periferia di Rawalakot, punto di appoggio per una marcia verso la capitale stessa. Mentre decine di migliaia di persone arrivavano al luogo di concentramento, il passo successivo era entrare a Rawalakot, ma la strada verso la città era bloccata dalle forze di sicurezza di occupazione.
C’era molta esitazione e indecisione riguardo all’ingresso a Rawalakot, dati gli scontri sanguinosi e la presenza delle forze statali. Questa cautela era particolarmente evidente da parte della direzione del movimento. Ma la crescente pressione dal basso, soprattutto da parte delle donne combattive, hanno costretto la direzione ad annunciare una marcia sulla città. Una volta entrati, hanno stabilito una testa di ponte di resistenza per respingere le forze di sicurezza.
Tuttavia, i Rangers erano determinati a usare la forza per mantenere le loro posizioni, uccidendo e ferendo indiscriminatamente numerosi manifestanti. Anche città di altre zone del Kashmir si sono mobilitate, ma sono state a loro volta attaccate dalla polizia e dalle forze statali.
Comitati d’Azione Awami
I primi Comitati d’Azione Awami furono istituiti su iniziativa dei nostri compagni pakistani del Partito Comunista Inqalabi (RCP). L’iniziativa e l’appello dei marxisti rispondevano esattamente alle esigenze del movimento di trovare un’espressione organizzativa. I comitati si diffusero quindi ben oltre le città e i villaggi in cui erano presenti i marxisti, culminando nel 2023 con l’unione di questi comitati nel Comitato d’Azione Awami Unificato nell’autunno di quell’anno.
Due anni dopo, alla fine del 2025, la sua campagna di blocchi e scioperi paralizzò la regione a sostegno di un programma di rivendicazioni in 38 punti. Sotto pressione, le autorità furono prese dal panico e accettarono le proposte principali, promettendo di esaminare tutte le rivendicazioni entro sei mesi.
Si trattava chiaramente di uno stratagemma per disperdere il movimento di massa e ristabilire il proprio controllo, in modo da prepararsi al meglio a eventuali scontri futuri.
È stato proprio questo tradimento da parte delle autorità, che si sono rifiutate di attuare qualsiasi delle rivendicazioni concordate, a portare alla situazione attuale.
In risposta, il JAAC ha annunciato una serie di marce per far valere le proprie rivendicazioni. Questo appello alla mobilitazione è stato raccolto con energia dalle masse oppresse in una magnifica dimostrazione di coraggio. Allo stesso modo, i nostri compagni del RCP hanno adempiuto al loro dovere spiegando la strada da seguire in ogni fase.
Purtroppo, nonostante avessimo lanciato l’idea della formazione dei comitati, date le nostre esigue dimensioni non siamo stati in grado di guidare il movimento, sebbene abbiamo avuto un’influenza crescente nel comitato d’azione di Rawalakot. Tuttavia, la natura, come sappiamo, aborrisce il vuoto.
Di conseguenza, la guida del JAAC è finito nelle mani non di rivoluzionari determinati, ma di elementi casuali, avvocati, commercianti e altri strati piccolo-borghesi. Purtroppo, questi strati non avevano una prospettiva chiara per il movimento. Quando i nostri compagni inizialmente hanno sollevato questioni politiche, questi leader hanno risposto loro di non creare scompiglio, che la politica doveva essere tenuta fuori dal movimento per “preservarne l’unità”.
Ci siamo trovati di fronte a tali argomentazioni molte volte da parte di individui simili. Il grido di “unità” viene usato come scusa per imbavagliare il movimento e come tentativo di soffocare la discussione. Soprattutto, è una misura per mettere a tacere le idee rivoluzionarie, che essi considerano una sfida alla loro autorità. Ma i nostri compagni, che hanno contribuito a costruire questo movimento sin dall’inizio, non possono essere messi a tacere.
I nostri compagni hanno quindi avanzato l’idea che i Comitati d’Azione dovessero andare oltre la semplice lotta per strappare concessioni alle autorità – alle quali queste ultime non danno mai seguito – e che le masse dovessero prendere il potere in prima persona come unica vera via da seguire.
La situazione tra le masse nell’“Azad” Kashmir è disperata. La regione si basa in gran parte sull’agricoltura, l’orticoltura, il turismo e l’artigianato tradizionale, ed è una delle regioni più povere del Pakistan. Sebbene non vi sia praticamente alcun proletariato industriale, le masse oppresse provano un senso bruciante di privazione. Stanno quindi cercando una via d’uscita, a qualunque costo.
I lavoratori presenti nella regione sono concentrati principalmente nel settore idroelettrico e in quello pubblico, soprattutto nell’istruzione e nella sanità. L’“Azad” Jammu e Kashmir produce attualmente circa 2.300 MW di elettricità, provenienti principalmente dal progetto di innalzamento della diga di Mangla e dal progetto idroelettrico Neelum-Jhelum. Sono in corso diversi grandi progetti pubblici e privati, sostenuti in gran parte da prestiti cinesi, che amplieranno ulteriormente la produzione. L’energia generata nella regione viene poi immessa nella rete nazionale del Pakistan, mentre il consumo locale rappresenta solo circa 400 MW: il fatto che la maggior parte dell’energia prodotta nella regione vada al Pakistan ha reso l’energia idroelettrica un punto centrale dei dibattiti e delle proteste riguardanti le tariffe dei servizi pubblici regionali.
Lenin affrontò la questione di come procedere in tali condizioni al Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista nel 1920, quando parlò dei compiti relativi alla questione nazionale e coloniale. Nella lotta rivoluzionaria, disse, era necessario che i comunisti dei paesi coloniali ed ex coloniali stabilissero legami diretti con i settori oppressi della società. In questa lotta, era loro dovere “condurre propaganda a favore dei soviet dei contadini o dei soviet dei lavoratori”.
Una volta istituiti con successo tali comitati d’azione, il passo successivo consiste nel definire un programma che tracci la via da seguire, partendo dalle rivendicazioni economiche e sociali fondamentali e collegandole alla questione del potere. È chiaro a tutti che il movimento di massa in Kashmir si è trasformato in un movimento rivoluzionario, andando ben oltre le rivendicazioni iniziali. Ogni giorno che passa, le masse percepiscono sempre più il proprio potere.
Ancora una volta, fu Lenin nel 1905 a riconoscere il neocostituito Soviet dei deputati operai come la vera autorità del paese, e a esortarlo a prendere il potere in qualità di legittimo “governo provvisorio rivoluzionario”. Ciò, nonostante il fatto che i bolscevichi fossero in minoranza. In realtà, inizialmente avevano adottato un approccio settario nei confronti del Soviet di San Pietroburgo, che Lenin fu costretto a correggere. Trotskij, eletto presidente del Soviet, giunse alla stessa conclusione di Lenin.
Il bastone e la carota
Temendo la pressione crescente del movimento, le autorità pakistane hanno diffamato il JAAC definendolo un’“organizzazione terroristica”, accusandolo falsamente di essere finanziato dall’India. Ciò ha portato alla messa al bando dell’organizzazione e all’arresto di una schiera di leader e attivisti. Ma questa azione non ha fatto altro che rendere il movimento ancora più ribelle e farlo crescere ulteriormente.
Il regime teme che l’instabilità in Kashmir si diffonda oltre i confini della regione. Infatti, per molti versi, il Kashmir è un microcosmo dello stesso Pakistan, in preda a crescente instabilità e rabbia in molte parti del paese, dal Punjab al Baluchistan e al Khyber Pakhtunkhwa. La maggior parte della popolazione soffre di povertà e fame estreme, in peggioramento, mentre l’economia crolla sotto la pressione della guerra con l’Iran e dei dettami del FMI.
Il governo pakistano è sempre più screditato agli occhi delle masse e il paese è seduto su una polveriera.
Nel tentativo di contrastare il movimento, il governo pakistano ha indetto elezioni sfalsate dal punto di vista temporale per l’Assemblea legislativa nell’“Azad” Kashmir . Ma le masse kashmire hanno capito che queste elezioni erano chiaramente truccate, con “seggi riservati”, per garantire un governo favorevole a Islamabad.
Elezioni di questo tipo, che si svolgono in tali condizioni, sono una farsa. Sono state giustamente boicottate dalle masse. Tutti i vecchi partiti politici corrotti vi hanno preso parte nella speranza di mettere le mani sui vantaggi derivanti dalle cariche istituzionali. Ma ciò non ha fatto altro che rafforzare la loro mancanza di legittimità agli occhi delle masse. Mentre le cabine elettorali erano quasi vuote a causa del boicottaggio, i vincitori sono stati proclamati sulla base di decine di migliaia di “voti” falsi.
Tuttavia, come previsto, le autorità pakistane hanno utilizzato sia la carota che il bastone. Si sono date da fare per cercare di dividere il Comitato d’Azione attraverso discussioni dietro le quinte tra loro e i leader del JAAC per concordare una qualche soluzione. Avvocati e attivisti delle ONG hanno cercato di mediare tra le due parti. Prima dell’ultimo spargimento di sangue del 28 luglio, il leader del JAAC Umar Nazir Kashmiri era coinvolto in questi negoziati. Ma la repressione statale ha per il momento interrotto questo processo.
I leader del Comitato d’Azione hanno esitato e temporeggiato in ogni occasione, per poi essere spinti ad agire sotto la pressione del movimento di massa. È chiaro che l’attuale direzione del movimento vorrebbe trovare un compromesso pacifico per risolvere la crisi. Sono come un uomo che vuole disperatamente cavalcare una tigre affamata, ma senza esserne divorato.
Il movimento, però, si trova a un bivio. Le masse sono in fermento e pronte alla battaglia. Qualsiasi passo indietro da parte del movimento sarebbe vista come un segno di debolezza. E la debolezza invita all’aggressione.
I nostri compagni hanno sempre sostenuto che la Lunga Marcia dovrebbe mirare a conquistare la capitale, spazzare via la vecchia amministrazione corrotta e instaurare un governo rivoluzionario popolare. Questa è chiaramente l’aspirazione irrefrenabile delle masse. Tuttavia, ciò significa sfidare non solo le autorità regionali, ma lo stesso Stato pakistano. Si tratta, ovviamente, di un passaggio molto serio.
Salvo brevi intervalli di tempo, i militari hanno sempre dominato il Pakistan. I generali al vertice discuteranno su come procedere e giungeranno alla conclusione che l’unica cosa da fare sia dare una lezione alle masse schiacciando il movimento nel sangue. È sempre stato il loro modo di agire.
Gli spari contro i manifestanti da parte della polizia e dei Rangers sono solo un assaggio. Indicano fino a che punto sono disposti a spingersi per reprimere il movimento. Tuttavia, le masse sono tuttora mobilitate. Non mostrano alcun timore e affrontano con coraggio le forze di sicurezza.
In queste circostanze, la direzione del JAAC, invece di cercare di persuadere le autorità pakistane che rappresentano un “movimento pacifico” – cosa che Islamabad non condivide – deve essere pronta a prendere provvedimenti per difendersi.
Come in tutti i grandi movimenti rivoluzionari, di fronte alla violenza di Stato, è necessario ricorrere all’autodifesa. Ciò significa procurarsi armi con ogni mezzo. Se ciò avvenisse, la polizia e i Rangers se la darebbero a gambe ben presto. Sono coraggiosi quando sparano a uomini, donne e bambini disarmati, ma non altrettanto coraggiosi quando incontrano una resistenza armata.
La lotta per il potere è, ovviamente, una questione molto seria. Purtroppo, sembra che ai leader del JAAC manchi la volontà necessaria. Sono timidi rispetto al radicalismo delle masse e privi di una reale prospettiva di presa del potere. Ma la presa del potere è l’unica strada verso la vittoria.
Se vogliamo essere onesti, ciò che manca in questa situazione è una leadership e un partito rivoluzionari. È stato così in Bangladesh, in Sri Lanka e in Nepal. In questi casi, le masse rivoluzionarie erano in movimento, ma la loro direzione era più che disposta al compromesso, ed è proprio questo che ha condotto alla loro sconfitta finale.
L’energia delle masse è stata inutilmente dissipata e sperperata. Il potere era letteralmente nelle loro mani. Le forze repressive dello Stato erano state spazzate via. Ma i leader hanno cercato il compromesso e si sono accontentati semplicemente di un cambio di facce ai vertici. L’occasione è sfuggita e l’opportunità di prendere il potere è andata perduta. Questa è una lezione fondamentale per il Kashmir.
Per la rivoluzione socialista in tutto il subcontinente indiano!
In un movimento di massa come questo, non si può certo restare in disparte, come fanno i settari da salotto. I nostri compagni stanno facendo il loro dovere. In ogni fase, il loro compito è dire la verità e spiegare chiaramente la via da seguire, proprio come stanno facendo. In Kashmir, la questione nazionale ha un carattere urgente ed è strettamente legata alla questione sociale. Non può esserci liberazione nazionale senza liberazione sociale. E l’emancipazione nazionale non può essere raggiunta finché le élite dominanti rimangono al potere a Islamabad e a Delhi.
Senza dubbio, la presa del potere in Kashmir da parte delle masse provocherebbe l’intervento dell’esercito pakistano e di quello indiano, nel tentativo di schiacciare il movimento rivoluzionario. Non ci facciamo illusioni al riguardo. L’unico modo per affrontare questa situazione è rivolgere un appello di classe alle fila dell’esercito, ai soldati semplici, molti dei quali sono kashmiri, che sarebbero ricettivi all’agitazione rivoluzionaria.
Gli imperialisti inviarono 21 eserciti stranieri di intervento per schiacciare la Rivoluzione bolscevica. Nonostante la supremazia degli imperialisti, questi furono sconfitti dagli appelli di classe rivolti alle truppe dal governo sovietico e dalla solidarietà dei lavoratori occidentali.
La rivoluzione in Kashmir deve avere una prospettiva internazionalista. Una volta conquistato il potere, l’appello deve essere rivolto alle masse lavoratrici del Pakistan affinché seguano il loro esempio e mettano fine alle miserie del latifondismo e del capitalismo. Le masse pakistane sono in fermento, oppresse dall’aumento dei prezzi, dei costi del carburante e dei trasporti, imposti dai diktat del FMI. Risponderebbero se venisse data una guida concreta.
Allo stesso modo, in India esiste un malcontento diffuso nei confronti del regime, come ha dimostrato la rapida espansione del “Partito degli Scarafaggi”. Si è trattato di un sintomo della reale situazione esplosiva all’interno del paese. Anche in questo caso, un appello rivoluzionario alle masse indiane troverebbe una pronta risposta. Non c’è mai stato un momento migliore.
In altre parole, il destino del Kashmir e della sua liberazione nazionale è direttamente legato alla rivoluzione socialista in tutto il subcontinente indiano.
Ecco perché i nostri compagni stanno anche adottando misure urgenti per costruire il RCP in Kashmir, come Lenin esortò i quadri del partito a fare nel 1905, persino nel mezzo dei tumulti rivoluzionari dell’epoca.
Tuttavia, se il JAAC stringesse un accordo con le autorità pakistane per sospendere il movimento in cambio di future concessioni, ciò costituirebbe una trappola. La cricca di Islamabad si limiterebbe a sfruttarlo, come in passato, per ingannare il movimento. Una volta che le masse saranno state smobilitate con false promesse, lo Stato pakistano colpirà con pugno di ferro per schiacciare il movimento. Vorranno vendicarsi. Non permetteranno che il movimento di massa rialzi la testa, se potranno evitarlo.
Pertanto, dobbiamo mettere in guardia dalla situazione estremamente grave che si è venuta a creare. L’unica via verso la vittoria sarà la presa del potere da parte delle masse in Kashmir e la diffusione della rivoluzione, come un incendio, in tutto il subcontinente indiano. La via del compromesso in queste condizioni sarà una via di sconfitta e di ulteriore spargimento di sangue. In questa prospettiva è racchiuso il destino amaro delle masse del Kashmir.




