Di fronte alle pressioni insostenibili esercitate dall’imperialismo statunitense, durante una sessione straordinaria tenutasi il 18 giugno, l’Assemblea Nazionale (il Parlamento, ndt) di Cuba ha adottato una serie di proposte economiche. Se attuate, tali proposte porteranno direttamente alla restaurazione del capitalismo.

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Venerdì 12 giugno, nel corso di una conferenza stampa tenutasi in mattinata, il presidente Díaz-Canel ha annunciato riforme economiche di ampia portata. Mercoledì 17 giugno si è riunita la sessione plenaria del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba (PCC) e, con una rapidità senza precedenti, il giorno seguente l’Assemblea Nazionale del Potere Popolare ha approvato ben 176 misure. Nel loro insieme, queste misure, se attuate, segnano la fine dell’economia pianificata e la restaurazione del capitalismo.

Non c’è altro modo di analizzare le decisioni prese. Non si tratta di qualche riforma, né di una parziale apertura al mercato. Stiamo parlando nientemeno che della restaurazione completa di un’economia di mercato capitalista a Cuba. Un salto qualitativo, non solo quantitativo. E questo avrà conseguenze molto gravi e storiche.

La restaurazione del capitalismo

Cominciamo con il descrivere le misure approvate:

• La fine della pianificazione statale dell’economia e dell’allocazione delle risorse da parte dello Stato, che saranno sostituite da “segnali politici per tutti gli attori economici” (pubblici e privati) e dal primato dei “segnali di mercato”.

• La fine del monopolio del commercio estero.

• “Trasformare le imprese statali socialiste in società commerciali con azioni o partecipazioni azionarie” e consentire al capitale privato, sia nazionale che straniero, di acquistarne le azioni.

• Le imprese statali avranno piena autonomia nel decidere la propria politica di investimento, i settori di attività, le retribuzioni dei lavoratori e la vendita dei propri beni al settore privato; fisseranno i propri prezzi in base ai costi e quelle che non realizzeranno profitti saranno liquidate.

• La creazione di un settore bancario e finanziario privato.

• L’espansione illimitata dei settori aperti agli investimenti privati, sia nazionali che esteri.

• L’usufrutto a tempo indeterminato dei terreni da parte di soggetti privati.

• L’abolizione dei sussidi universali, che saranno sostituiti da un sostegno mirato alle persone vulnerabili.

• L’allentamento delle norme in materia di licenziamenti e l’introduzione di un’indennità di disoccupazione della durata compresa tra i tre e i sei mesi.

• “Attuare successive svalutazioni della moneta nazionale per ridurre i differenziali di cambio. Le imprese incapaci di resistere alla svalutazione saranno liquidate.“

• Consentire alle imprese private di assumere più di 100 lavoratori.

• “Consentire alle agenzie immobiliari di effettuare compravendite di immobili residenziali.“

• “Consentire agli investitori stranieri di avere pieno accesso ai propri proventi in valuta estera, di operare in modo flessibile in un contesto di parziale dollarizzazione dell’economia e garantire loro l’accesso al mercato dei cambi.“

• “Consentire a tutte le forme di attività commerciale di operare nei Cayos, nelle zone storiche dell’Avana Vecchia e a Trinidad.“

• “Consentire lo sviluppo immobiliare in tutte le aree turistiche del paese.“

• “Invitare le catene di fast food a investire nel paese.“

Queste sono solo alcune delle proposte approvate, che includono anche altri aspetti rilevanti. Ho inserito nell’elenco solo quelle che mi sembrano più significative.

A prescindere dalle intenzioni e dalle parole di chi ha preso queste decisioni, in pratica si tratta della restaurazione del capitalismo a Cuba.

All’abolizione della pianificazione economica si accompagna la trasformazione delle imprese statali in società per azioni, la loro sottomissione alle regole del mercato capitalista e, inoltre, l’abolizione del monopolio del commercio estero che fungeva da barriera (seppur parziale e fortemente indebolita, ma pur sempre una barriera) contro la pressione del mercato capitalista globale sull’economia cubana.

Le proposte affermano inoltre che tutte le imprese (statali e private) saranno tenute a dimostrare “responsabilità sociale” – un deputato dell’Assemblea Nazionale ha affermato che le imprese private “sono anch’esse socialiste”! – e che lo Stato si riserva il diritto di detenere una quota di maggioranza nelle imprese dei settori chiave. In pratica, nulla di tutto ciò avrà importanza. I capitalisti non agiscono sulla base di un imperativo morale nei confronti della società nel suo complesso, ma sulla base della necessità di massimizzare il profitto; altrimenti, la concorrenza li condurrebbe alla bancarotta.

Il profitto privato di una minoranza di capitalisti, sia nazionali che stranieri, diventerà la forza motrice dominante dell’economia cubana se queste proposte saranno messe in pratica.

Le misure approvate sono state presentate sia dal ministro Marrero che dal presidente Díaz-Canel come provvedimenti che sarebbero stati adottati a prescindere dall’ultima escalation dell’offensiva statunitense e come parte di un “perfezionamento e rafforzamento del modello socialista”.

È stato inoltre affermato che queste misure “sciolgono il nodo che soffocava le forze produttive”… come se il problema fosse la proprietà statale e la pianificazione, piuttosto che la burocrazia e le modalità burocratiche con le quali viene condotta la pianificazione.

Questo è forse il problema più grave. Si potrebbe sostenere che alcune di queste concessioni al mercato fossero inevitabili di fronte alla pressione insostenibile esercitata dall’imperialismo negli ultimi mesi, che ha portato al soffocamento quasi totale dell’economia cubana. Ma in tal caso, occorre dire apertamente che queste misure costituiscono un grave e pericolosissimo passo indietro, anziché lodarle come un passo avanti o presentarle come un rafforzamento del socialismo.

In mezzo a questo vortice vertiginoso di decisioni, il presidente Díaz-Canel ha anche annunciato di aver consultato quelli che ha definito economisti cubani “critici” per ottenere pareri su queste misure. Tra questi figurano Omar Everleny e Triana Cordoví, che da circa vent’anni sostengono, sia all’interno del Centro di Studi sull’Economia Cubana che al di fuori di esso, la via cinese-vietnamita verso la restaurazione capitalista. È come mettere la volpe a guardia del pollaio.

In diversi discorsi all’Assemblea Nazionale del Potere Popolare (ANPP) e alle riunioni del Comitato Centrale (CC) del Partito, è stato spiegato che le proposte sono scaturite “dallo studio delle esperienze di altri paesi socialisti”, vale a dire Cina e Vietnam.

Per essere chiari, in Cina e in Vietnam la leadership dei rispettivi partiti “comunisti” ha restaurato il capitalismo. In quei casi, il processo ha richiesto decenni; a Cuba, invece, vogliono portarlo avanti nel giro di pochi giorni o settimane.

La differenza sta nel fatto che in Cina la restaurazione capitalista, in un paese di grandi dimensioni, con un’enorme riserva di manodopera a basso costo e uno Stato forte, ha portato alla fine a uno sviluppo sovrano che ha trasformato il paese in una potenza mondiale in grado di sfidare il dominio statunitense. La Cina è un paese capitalista, e gli interessi di una manciata di miliardari, strettamente legati all’apparato statale e al Partito – chiamato impropriamente – Comunista, dominano l’economia e traggono profitto dallo sfruttamento del lavoro di milioni di persone. Ma almeno è un paese capitalista che determina la propria politica e compete sul mercato mondiale su un piano di parità con l’imperialismo statunitense.

Cuba non è in grado di replicare quel processo. Dobbiamo dirlo chiaramente. L’afflusso illimitato e incontrollato di capitali stranieri nella fragile economia cubana porterà molto rapidamente al suo completo dominio e assoggettamento. Alla perdita della sovranità economica seguirà, prima piuttosto che poi, la perdita della sovranità politica.

È chiaro che molti, anche all’interno del Comitato Centrale e dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, guardano con diffidenza a queste misure, in particolare a causa dell’impatto economico che avranno. Ad esempio, durante la riunione dell’organo direttivo del Partito, Miriam Nicado ha spiegato come le misure economiche adottate “possano ampliare le disparità all’interno della popolazione”… “e possano persino portare a una maggiore concentrazione della ricchezza in determinati settori”.

Di conseguenza, per rafforzare le proposte, è stata presentata una lettera firmata da Raúl Castro che le avallava. L’intero prestigio del gruppo dirigente storico della rivoluzione – coloro che hanno espropriato il capitalismo per mantenere la promessa di sovranità e giustizia sociale fatta da los barbudos– è stato così utilizzato per giustificare l’esatto contrario.

La brutale e crudele campagna di soffocamento economico da parte degli Stati Uniti

Nonostante si affermi che queste misure siano adottate di propria libera e sovrana volontà, la realtà è innegabile. Lo strangolamento economico imposto dagli Stati Uniti ha raggiunto livelli insostenibili.

L’embargo petrolifero imposto a gennaio sta rapidamente paralizzando l’economia del paese, causando interruzioni di corrente che durano più di 24 ore, impedendo il trasporto di persone e merci (compresi i generi alimentari) e compromettendo i servizi pubblici (tra cui scuole e ospedali). Rende impossibile alla popolazione la conservazione di quel poco cibo a cui riesce ad accedere, costringendola a cucinare con il carbone.

Marco Rubio è riuscito a minacciare i paesi dei Caraibi e dell’America Centrale fino a costringerli a espellere le missioni mediche cubane, una fonte cruciale di reddito.

Molte compagnie aeree hanno sospeso i voli verso l’isola a causa della mancanza di carburante per l’aviazione (conseguenza del blocco petrolifero), infliggendo un duro colpo al turismo, in particolare quello proveniente dalla Russia e dal Canada.

Le sanzioni secondarie imposte da Rubio il 1° maggio hanno costretto al ritiro la società mineraria canadese Sherritt International (che aveva stretto una partnership con un’impresa statale cubana per l’estrazione di nichel e cobalto); hanno costretto le catene alberghiere indonesiane, turche, spagnole e canadesi a porre fine alle loro partnership con l’azienda statale Gaviota; hanno portato Visa e Mastercard a sospendere le loro operazioni sull’isola; e hanno costretto le compagnie di navigazione europee Hapag-Lloyd e CMA CGM a sospendere i servizi di trasporto merci. Persino il rivenditore Envioscuba.com, che spedisce merci ai clienti sull’isola per conto dei loro parenti negli Stati Uniti, è stato costretto a cessare l’attività.

Il duo criminale Trump-Rubio ha sistematicamente preso di mira tutte le fonti di valuta estera di Cuba: l’esportazione di servizi sanitari, il turismo, le rimesse, l’estrazione mineraria… e ha anche interrotto l’approvvigionamento energetico.
A questo ricatto economico senza precedenti si aggiungono le provocazioni bellicose di Trump e Rubio, le minacce militari – sia palesi che occulte – e la visita “alla Rambo” di Hegseth alla base di Guantánamo.

La via cinese verso la restaurazione del capitalismo… con gli imprenditori americani?

Una possibile spiegazione di queste misure è quindi che la leadership cubana abbia deciso di ripristinare il capitalismo mantenendo il controllo politico (in stile cinese) come modo per prevenire l’intervento militare imperialista e il cambio di regime, al fine di negoziare in cambio la revoca delle sanzioni.

Ciò sarebbe in linea con una serie di recenti mosse e dichiarazioni. Alla fine di maggio, l’uomo d’affari americano e candidato a governatore del Rhode Island sostenitore di Trump, Vic Mellor, si è recato a Cuba “su invito di imprenditori cubani”. Durante la sua visita, ha incontrato due volte il nipote di Raúl Castro.

“Ho avuto modo di incontrare Raúl [Rodríguez Castro] e condivido la sua visione di un’apertura di Cuba al mondo degli affari; penso che Cuba ne abbia bisogno, penso che il mondo ne abbia bisogno”, ha dichiarato Mellor all’AFP. “Penso che sia ora di andare avanti, è tempo di cambiare, e anche Raúl la pensa così”.

Roba che scalda il cuore.

Il giorno dopo che l’Assemblea Nazionale del Potere Popolare (ANPP) ha approvato la restaurazione del capitalismo – il popolo cubano non è stato consultato e non ha ricevuto praticamente alcuna spiegazione – Raulito ha rilasciato un’intervista esclusiva al quotidiano di Abu Dhabi The National, invocando un “rapporto cordiale” con gli Stati Uniti. Ha aggiunto che si potrebbe raggiungere un accordo riguardo al risarcimento per i cubano-americani per le proprietà espropriate dalla rivoluzione.

Nella stessa intervista, il viceministro del Commercio e del Turismo, Carlos Méndez, si è rivolto direttamente alla comunità imprenditoriale statunitense. “Vogliamo che gli imprenditori statunitensi sappiano e comprendano che Cuba è un paese aperto agli investimenti… in settori quali l’estrazione mineraria, il turismo, il settore immobiliare, quello bancario e quello finanziario”, ha affermato. “Esistono divergenze tra i nostri governi che non dovrebbero impedire alla comunità imprenditoriale di partecipare all’economia cubana.”

Esistono chiaramente differenze tra Marco Rubio e Donald Trump nel loro atteggiamento nei confronti della Rivoluzione cubana. Entrambi vogliono distruggerla, questo è certo, ma divergono su quale sia l’obiettivo finale. Per Rubio, si tratta di un cambio di regime e di far assumere il controllo ai “gusanos” controrivoluzionari cubano-americani di Miami. Per Trump, probabilmente basterebbe ottenere il controllo dell’isola e delle sue risorse economiche ed espellere Cina e Russia, indipendentemente da chi sia al potere all’inizio: il modello venezuelano.

Un indizio che è passato quasi inosservato. Quando le sanzioni secondarie di Rubio hanno costretto la società mineraria canadese Sherritt International a lasciare l’isola, l’azienda – che dipende quasi interamente dai propri investimenti a Cuba – è fallita. A quel punto, è intervenuta una società statunitense di proprietà di un ex consigliere della prima amministrazione Trump, offrendosi di acquistare una quota di maggioranza.

Che interesse potrebbe mai avere un investitore texano in una società canadese rimasta senza attività a causa delle sanzioni di Rubio contro Cuba?… a meno che non ritenga di poter ottenere da Trump una licenza per operare a Cuba! Un accordo del genere, se portato a termine, significherebbe che l’estrazione di nichel e cobalto a Cuba passerebbe dal controllo canadese… a quello statunitense, in un momento in cui l’imperialismo statunitense sta battagliando per assicurarsi l’accesso a minerali strategici.

È così inverosimile pensare che un’operazione simile possa essere in cantiere in altri settori dell’economia, compreso quello del turismo e della ricezione alberghiera?

Il ricatto imperialista ha già costretto le multinazionali spagnole e canadesi a ritirarsi parzialmente dal settore. Le grandi catene statunitensi sarebbero disposte a sostituirle? O forse aziende di altri paesi che non siano rivali degli Stati Uniti? Si parla di un gruppo degli Emirati Arabi Uniti interessato a costruire una “Trump Island” a Cayo Santa María (!!).

Comunque sia, che avvenga tramite un accordo con una fazione della burocrazia statale e del Partito Comunista a Cuba o con la forza, il controllo dell’economia cubana da parte degli interessi commerciali statunitensi comporterà la totale perdita di sovranità.

Dobbiamo ribadire ciò che abbiamo spiegato più e più volte. Le conquiste della Rivoluzione cubana si fondano sull’espropriazione del capitalismo. Se il capitalismo venisse restaurato, sarebbe inevitabilmente impossibile mantenere tali conquiste (che, sebbene gravemente indebolite da decenni di attacchi imperialisti, esistono ancora).

Il completamento del processo di restaurazione capitalista comporterà senza dubbio una maggiore stratificazione sociale, l’accumulazione della ricchezza nelle mani di pochi e l’emergere di una classe capitalista cubana che userà il proprio potere economico per esercitare, alla fine, il potere politico. Non stiamo parlando di una manciata di micro, piccole e medie imprese (MIPYME) con una dozzina di lavoratori ciascuna, ma di grandi investitori stranieri che assumeranno il controllo dei settori redditizi dell’economia. Inoltre, la nascente borghesia cubana sarà sostenuta dalla (o meglio, sarà sotto il suo controllo) potenza imperialista più forte del pianeta, a sole 90 miglia di distanza.

Con la distruzione dell’economia pianificata, tutte le conquiste della rivoluzione andranno perdute, compresa la sovranità nazionale. Una Cuba capitalista si troverebbe in una situazione di asservimento semicoloniale agli Stati Uniti.

C’era forse un’altra alternativa?

A Cuba, molti rivoluzionari e comunisti sono ben consapevoli dei pericoli e delle conseguenze di queste proposte, nonostante l’insistenza dei vertici cubani sul fatto che si tratti di “perfezionare il modello socialista” e di “cambiare ciò che deve essere cambiato” (sfruttando cinicamente una citazione di Fidel).

Ma l’opposizione alla restaurazione capitalista deve affrontare gravi difficoltà.

La prima è la mancanza di una cultura del dibattito politico decisionale all’interno del Partito e dello Stato in generale. A Cuba ci sono state molte consultazioni e referendum. Quindici anni fa, le linee guida economiche sono state oggetto di una discussione molto ampia, ma alla fine le decisioni sono state prese dall’alto senza alcuna partecipazione diretta della classe operaia al processo.

La seconda è il comprensibile riflesso verso l’unità e la serrata dei ranghi di fronte all’aggressione imperialista. La sindrome della “fortezza assediata”. A questo rispondiamo che durante i negoziati per il Trattato di Brest-Litovsk nella Russia sovietica, in un momento di imminente pericolo militare, i bolscevichi organizzarono un ampio dibattito all’interno del Partito e delle istituzioni sovietiche. C’erano tre posizioni contrapposte, e tutte utilizzarono i media statali e le riunioni pubbliche per promuovere il proprio punto di vista. Alla fine, si dovette prendere una decisione in fretta.

Durante gli anni ’60, in un momento di minaccia militare imminente per la Rivoluzione cubana, si svolsero molti intensi dibattiti tra i rivoluzionari – riguardanti l’uso dei manuali sovietici, il modello economico, la necessità della rivoluzione internazionale e la politica in materia di arte e cultura. Nulla di tutto ciò indebolì la rivoluzione; al contrario.

L’unità di fronte al nemico serve a difendere la rivoluzione, ma l’unità con chi propone di ripristinare il capitalismo è falsa, perché significa acconsentire a una decisione che in realtà serve a minare e distruggere la rivoluzione.

Il terzo punto è la mancanza di una risposta chiara alla domanda: “Ma quale altra alternativa c’è?”. Questo è il punto più importante.

Va detto che è assolutamente vero che la situazione è disperata. Ma è importante parlare chiaramente e chiamare le cose con il loro nome. Quello che in realtà è un passo indietro molto significativo non può essere mascherato con la retorica sul “rafforzamento del progetto socialista”. Ciò è già stato fatto con le riforme economiche dell’Ordenamiento nel 2020, e le conseguenze disastrose sono sotto gli occhi di tutti.

Combattere la burocrazia per mezzo del controllo operaio

Le concessioni al mercato possono essere (e sono) necessarie, ma c’è un enorme salto da poche concessioni alla piena restaurazione capitalista. Si tratta di una differenza non di grado ma di qualità. Qualsiasi concessione al capitalismo deve essere accompagnata (come nel caso della NEP nella Russia sovietica) da meccanismi di controllo operaio e di gestione dell’economia e della società.

Alcuni di questi aspetti sono accennati nell’articolo dell’economista cubano Liu Mok, ripubblicato sulla rivista cubana Juventud Técnica con il titolo “Esiste un’altra alternativa per Cuba?”:

“Riconoscere la necessità di una trasformazione non significa accettare che l’unica via da seguire sia quella di ampliare progressivamente lo spazio per l’accumulazione di capitale privato o di trasformare le imprese statali in società per azioni aperte a nuovi investitori…
“È sorprendente che non vi sia quasi alcun dibattito sulle alternative che potrebbero rafforzare la partecipazione diretta dei lavoratori e delle comunità alla gestione economica. Il dibattito sembra oscillare tra due estremi: mantenere strutture burocratiche rigide e inefficienti, oppure concedere maggiore spazio al capitale privato. Tra questi due estremi si estende un terreno in gran parte inesplorato…
“Un’opzione diversa sarebbe quella di orientarsi verso forme di autogestione dei lavoratori e delle comunità. Anziché trasformare le imprese statali in società per azioni in cui il potere decisionale dipende in ultima analisi da chi detiene la maggior parte del capitale, potremmo orientarci verso imprese gestite democraticamente dai propri lavoratori.”

Negli ultimi anni, altri esponenti hanno sottolineato la necessità del controllo operaio per combattere la burocrazia. Ciò è del tutto corretto.

La rivoluzione internazionale per rompere l’isolamento

Inoltre, è necessaria una politica volta a promuovere la rivoluzione internazionale, poiché in ultima analisi la fonte della maggior parte dei problemi che minacciano la rivoluzione (compresa la burocrazia) è il suo isolamento. Non è possibile costruire il socialismo in un solo paese. Non fu possibile nella Russia sovietica, che si estendeva su un intero continente con vaste risorse materiali e umane. Lo è ancora meno su una piccola isola caraibica a 90 miglia di distanza dalla potenza imperialista più grande e reazionaria del mondo.

È degno di nota il fatto che, nonostante tutte le difficoltà del “Periodo Speciale”, Cuba non abbia restaurato il capitalismo negli anni ’90 in seguito al crollo dell’URSS. All’inizio degli anni 2000, Cuba ha beneficiato dello sviluppo della Rivoluzione Bolivariana in Venezuela, che le ha fornito un’ancora di salvezza non solo dal punto di vista economico, ma anche politico. Tuttavia, poiché la Rivoluzione venezuelana non si è conclusa con l’abolizione del capitalismo, è entrata in crisi, con ripercussioni anche su Cuba.

Se la Rivoluzione venezuelana avesse seguito l’esempio della Rivoluzione cubana nel periodo 1959-’62, espropriando l’imperialismo e l’oligarchia capitalista, ciò avrebbe agito come una potente forza di attrazione in tutto il continente e oltre, consolidandone le conquiste. Ma così non è stato.

Una parte molto significativa della responsabilità di quel fallimento ricade anche sulla politica della leadership cubana, la quale, invece di incoraggiare la rivoluzione venezuelana a imparare dalle proprie esperienze, ha costantemente consigliato moderazione, “di non provocare il nemico”, “di comprendere le differenze” e “di non copiare modelli”. Alcune figure di spicco cubane si sono dedicate a una campagna contro il controllo operaio in Venezuela, dichiarandolo “controrivoluzionario”.

La sconfitta della rivoluzione venezuelana – poiché non fu portata a termine – ha aggravato l’isolamento della rivoluzione cubana, gettando le basi per la situazione attuale. Nessuno può negare la solidarietà internazionale dimostrata dalla Rivoluzione cubana, che ha inviato medici in tutte le parti del mondo dove ce n’era bisogno, né le gesta eroiche di Cuba in Angola. Ma, ad eccezione dell’era del Che, quando negli anni ’60 si parlava di “creare due, tre, molti Vietnam”, la direzione cubana non ha perseguito una politica leninista di internazionalismo proletario: quella di promuovere e preparare le condizioni per la rivoluzione mondiale.

I vertici cubani hanno invece perseguito una politica di sottomissione, dapprima all’approccio stalinista “delle due fasi” dell’URSS (con risultati disastrosi in Nicaragua), e successivamente all’utopia riformista dell’”antineoliberalismo” sostenuta dai governi “progressisti”, nonché all’approccio geopolitico del “mondo multipolare” basato sull’affidarsi ai governi capitalisti di Russia e Cina.

L’Internazionale Comunista Rivoluzionaria ha sempre difeso la necessità della democrazia e del controllo dei lavoratori e della rivoluzione mondiale in ogni occasione e in tutte le sedi a cui abbiamo avuto accesso, compresi Cuba e il Venezuela negli ultimi 25 anni.

Alcuni diranno che questa linea – controllo operaio e internazionalismo proletario – è utopistica. Ebbene, il “realismo” di coloro che hanno sostenuto la geopolitica mantenendo al contempo il soffocamento burocratico è in gran parte responsabile di averci portato al punto in cui la restaurazione capitalista appare a molti come l’unica possibilità.

Negli ultimi tempi non sono mancate le opportunità rivoluzionarie in America Latina e in tutto il mondo: le rivolte insurrezionali in Ecuador e Cile nel 2019, gli scioperi nazionali in Colombia, la rivoluzione in Sudan, il rovesciamento dei governi in Sri Lanka, Bangladesh e Nepal, e i massicci scioperi generali in Francia e in Italia contro il genocidio imperialista a Gaza.

In tutte queste occasioni, in misura maggiore o minore, le masse operaie e contadine hanno dato il massimo per trasformare radicalmente le proprie condizioni di vita e porre fine all’oppressione e alla miseria.

L’unica cosa che mancava era una direzione rivoluzionaria all’altezza del compito di portare la classe operaia al potere.

Il ritardo nella costruzione del fattore soggettivo – il partito rivoluzionario – è anche un fattore chiave che contribuisce all’isolamento della Rivoluzione cubana e spinge il paese verso la restaurazione capitalista. È nostra responsabilità, mentre difendiamo la Rivoluzione cubana con tutte le nostre forze, accelerare la costruzione dello strumento con cui la nostra classe può rovesciare il capitalismo.

La vittoria della classe operaia in qualsiasi paese sarebbe una leva potente per rompere l’isolamento della Rivoluzione cubana e impedire la restaurazione capitalista.

È necessario e urgente dedicarci a questo compito.