Da settimane le città di La Paz ed El Alto sono teatro di manifestazioni, scontri violenti con la polizia, scioperi e blocchi stradali, scatenati dalla lotta contro le misure di austerità e l’inflazione. Ora la lotta è andata oltre queste rivendicazioni e chiede la caduta del governo di destra filo-statunitense. Come siamo arrivati a questo punto e dove sta andando il movimento?
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Da quando il movimento è iniziato il Primo Maggio, oltre 120 persone sono rimaste ferite e almeno sette sono state uccise dalla repressione della polizia. Un uomo, gridando per strada, ha colto lo stato d’animo popolare, dicendo:
“Compagni! Abbiamo detto basta! … Non vogliamo più sfruttatori! In Bolivia non abbiamo bisogno di sfruttatori. In Bolivia non dovrebbero esserci né sfruttatori né sfruttati. Quello che vogliamo è il progresso per tutti. E voglio dire al popolo boliviano che, se vogliamo andare avanti, dobbiamo andare fino in fondo”.
Questo movimento è una fonte di ispirazione per milioni di persone in tutto il mondo. Le notizie sui lavoratori e i contadini che occupano interi quartieri sono seguite con attenzione e sollevano la questione di chi gestisca realmente la società. Sabato scorso, il convoglio di auto del ministro dei Lavori pubblici Mauricio Zamora è stato vittima di un’imboscata mentre si recava a supervisionare lo sblocco dei blocchi stradali. Lavoratori e contadini lo hanno bersagliato con pietre e candelotti di dinamite. Zamora è fuggito lungo una strada sterrata, solo per essere nuovamente oggetto di un’imboscata prima di riuscire a scappare. Lo Stato sta ora mobilitando bulldozer e militari per sgomberare i blocchi che hanno soffocato milioni di dollari di scambi commerciali.
Ma i video e le immagini non raccontano tutta la storia. Questa è una lotta che si sta sviluppando da anni.
Paz el Incapaz
Il presidente boliviano Rodrigo Paz ha vinto le elezioni boliviane lo scorso novembre. La sua luna di miele è stata quasi inesistente. Come abbiamo scritto al momento della sua elezione:
“Per ora il popolo sta aspettando: ripone grandi speranze nel governo entrante – una soluzione alla crisi, posti di lavoro, sicurezza, un futuro per i propri figli. Possiamo già dire che tutte queste speranze saranno deluse. Tutti gli economisti borghesi concordano sul fatto che ciò che attende ora la Bolivia è l’austerità: “anni difficili”. Sono in arrivo attacchi contro tutta una serie di conquiste ottenute in passato.”
Questi attacchi non si sono fatti attendere. A dicembre lo Stato ha eliminato i sussidi sui carburanti, con il prezzo della benzina che è aumentato dell’84% e quello del gasolio di oltre il 100% (da 3,72 a 9,80 Bs. al litro).
Inoltre, la benzina e il diesel ora importati sono di scarsa qualità e hanno rovinato migliaia di auto. I lavoratori pagano di più e ricevono robaccia. Paz ha promesso di sistemare l’economia, ma ha peggiorato le cose a un ritmo vertiginoso.
Il suo governo non è salito al potere perché la gente vuole l’austerità, ma perché il partito tradizionale dei lavoratori e dei contadini, il Movimiento al Socialismo (MAS), si è diviso.
Al potere da quasi 20 anni, il MAS era solito vincere le elezioni con maggioranze schiaccianti. I suoi programmi di riforme hanno ridotto drasticamente la povertà e aumentato il tenore di vita. Ma il suo programma non ha mai rotto con il capitalismo, e si basava sull’aumento delle entrate derivanti dalle royalties del gas e delle miniere. Quando il prezzo di queste materie prime è sceso nel decennio scorso, è crollato anche il bilancio dello Stato, e il governo ha puntualmente attaccato i lavoratori, arrivando persino a opporsi alle richieste di aumento del salario minimo e definendo i lavoratori in sciopero “pedine della destra”.
Di conseguenza, il MAS ha perso popolarità, preparando il terreno per il disastro elettorale del 2025.
Le divisioni tra i leader del MAS, Evo Morales e Luis Arce, hanno ulteriormente frammentato il partito. Ciò lascia un vuoto politico incolmabile a sinistra in Bolivia, proprio mentre la crisi mondiale del capitalismo sta facendo a pezzi l’economia boliviana.
Il secondo turno delle elezioni presidenziali è stato una scelta obbligata tra Paz e Tuto Quiroga, un rappresentante dichiarato dell’oligarchia reazionaria boliviana. Molti hanno votato per Paz solo per tenere fuori Quiroga, poiché Paz si è presentato consapevolmente come la figura più moderata e centrista.
La scintilla del movimento attuale
L’attuale lotta è stata innescata dalla promulgazione del decreto 1720, che mirava a privatizzare le piccole proprietà terriere e a incorporarle in quelle più grandi. Si tratta di un’impresa ardua in un paese come la Bolivia, dove esistono forti tradizioni rivoluzionarie di difesa della terra contro tali attacchi. Al contrario, eliminando le restrizioni sull’utilizzo dei terreni come garanzia per i prestiti, si sperava di appropriarsi di queste terre a poco a poco, man mano che i contadini in rovina inevitabilmente non riuscivano più a onorare i propri debiti.
La Bolivia ha una delle distribuzioni della terra più inique al mondo. Attualmente ci sono 500.000-600.000 piccoli agricoltori che costituiscono l’84% delle aziende agricole in Bolivia, ma che occupano meno del 3% della terra. Questi piccoli proprietari producono la maggior parte del cibo consumato internamente. Questo perché i grandi proprietari terrieri – che costituiscono l’1,2% delle aziende agricole – possiedono l’80% della terra e la utilizzano per colture da reddito come la soia e la canna da zucchero. Se attuato, il decreto 1720 distruggerebbe quindi la sovranità alimentare della Bolivia.
La principale federazione sindacale, la Central Obrera Boliviana (COB), era stata sottoposta a un’enorme pressione dopo il suo accordo scadente durante la vertenza contro gli aumenti del carburante a dicembre. Il leader della COB, Mario Argollo, aveva deciso di firmare frettolosamente un accordo con il governo per revocare l’aumento del carburante, in un momento in cui le mobilitazioni erano in aumento e la COB si trovava in una posizione di forza per chiedere molto di più. Per questo è stato pesantemente criticato e, nei mesi successivi, ha dovuto affrontare una forte reazione all’interno della stessa COB.
L’aumento dei costi del carburante causato dalla guerra in Iran ha fatto salire l’inflazione al 20% all’inizio dell’anno. La COB, sotto una pressione incessante, ha indetto un ampliado nacional, ovvero un’assemblea su larga scala il Primo Maggio a La Paz contro il decreto 1720. Ciò è coinciso con una marcia di 1.100 chilometri di migliaia di contadini indigeni provenienti dai territori amazzonici di Beni e Pando, che avrebbero dovuto arrivare a La Paz lo stesso giorno. Entrambe le organizzazioni hanno rivendicato aumenti salariali per combattere l’inflazione, insieme ai gruppi contadini che chiedevano l’abrogazione del decreto 1720. La COB ha quindi indetto uno sciopero generale a tempo indeterminato e i rappresentanti di dieci delle più grandi organizzazioni del Paese hanno firmato un “Accordo di unità e lealtà” con l’obiettivo di far cadere il governo di Paz.
Questa volta, le masse non erano disposte ad accettare il tipo di accordo raggiunto durante la campagna contro gli aumenti del carburante, e il loro radicalismo e la loro combattività hanno molto rapidamente superato i leader della COB. Quando Argollo ha indetto uno sciopero generale a tempo indeterminato il 1° maggio, probabilmente pensava che sarebbe stata solo un’altra mobilitazione, una delle tante che si svolgono nel Paese. Ha fatto male i suoi calcoli, un fatto che lui stesso ha dovuto ammettere la scorsa settimana, affermando che «la base ha travolto la leadership».
Il problema è che non c’è nessuno in grado di sostituire questi dirigenti offrendo un’alternativa chiara. Non esiste un programma unificante e il livello di organizzazione tra le masse è molto limitato, di natura quasi interamente spontanea, data l’incapacità degli attuali leader di prendere alcuna iniziativa concreta.
Ogni giorno si moltiplicano i casi di leader che firmano accordi con il governo alle spalle della base, solo per essere poi contestati e respinti dalle masse, che non sono più disposte a farsi prendere in giro. Il COR di El Alto, le FEJUVE e la CSUTCB sono solo alcuni esempi di sindacati in cui leader egoisti e autoproclamati hanno recentemente firmato accordi alle spalle della base, pensando di poter continuare a comportarsi impunemente come avevano fatto nel periodo precedente.
In Bolivia esiste una tradizione da parte dei dirigenti sindacali di fare ricorso a marce di massa e blocchi stradali come merce di scambio per strappare concessioni, con i leader stessiche usano una retorica dal tono molto radicale, ma senza la prospettiva di conquistare il potere politico. Trattano il movimento come un rubinetto che può essere aperto e chiuso a piacimento.
Lo Stato ha emesso mandati di arresto contro i leader della COB, che sono stati costretti alla clandestinità. Questo non farà altro che gettare benzina sul fuoco e non risolverà nessuna delle contraddizioni che si esprimono nelle strade.
Le divisioni di classe nel movimento
Uno dei principali punti deboli dell’attuale ondata di lotta è che i leader della COB hanno indetto uno sciopero generale senza averne effettuato i necessari preparativi politici e organizzativi. Di conseguenza, il movimento si è concentrato nella capitale, senza che vi fossero scioperi o mobilitazioni effettive nelle principali città e nei centri proletari al di fuori di essa. Diversi sindacati dipartimentali della COB (COD) non hanno aderito al movimento e non hanno nemmeno indetto manifestazioni di solidarietà.
I resoconti sul campo mostrano confusionenelle località al di fuori di La Paz ed El Alto, dove l’affluenza al movimento è stata minima e le manifestazioni del Primo Maggio non si sono nemmeno svolte. Molti dei leader della COB si sono recati a La Paz e hanno trascurato di organizzarsi nei propri distretti di origine, con le manifestazioni del Primo Maggio in città come Cochabamba che sono rimaste deserte.
Questa mancanza di uno slogan coerente, di un programma e, in breve, di una direzione, ha permesso che il vuoto fosse riempito da elementi esterni.
La maggior parte degli stranieri che seguono i social media ha probabilmente visto i minatori marciare per le strade. Quello che non sanno è che si tratta per lo più di cooperativisti della Federación Departamental de Cooperativas Mineras (Fedecomin).
I cooperativisti sono circa 100.000-120.000 a livello nazionale. Sono lavoratori precari assunti a giornata che non hanno gli stessi diritti o benefici dei minatori della COB. La Fedecomin non è un sindacato, ma una federazione di datori di lavoro. Questo blocco agisce politicamente nell’interesse dei piccoli e grandi proprietari, molti dei quali hanno fatto fortuna con l’estrazione dell’oro. La Fedecomin è spesso in contrasto con la COB e la classe operaia in generale. Le loro richieste erano per maggiori sussidi sul carburante, la deregolamentazione dell’estrazione mineraria e un’ulteriore privatizzazione del settore minerario.
I minatori della COB, considerati l’avanguardia della classe operaia e in prima linea nelle lotte più titaniche, non erano presenti in gran numero all’inizio del movimento. La COB organizza 10.000-15.000 minatori salariati presso l’azienda statale COMIBOL, riuniti nella potente Federazione dei Minatori FSTMB.
La COB chiede la nazionalizzazione e una maggiore regolamentazione per difendere la salute dei lavoratori e l’ambiente. La Fedecomin si è opposta agli aumenti del salario minimo, poiché ciò comporterebbe un aumento dei costi per i datori di lavoro, sebbene la maggior parte dei loro lavoratori non sia nemmeno protetta dalle leggi sul lavoro, non goda di alcuna prestazione sociale e sia retribuita al di sotto del salario minimo.
I leader dei cooperativisti hanno raggiunto un accordo con lo Stato due settimane fa, che ha concesso loro ulteriori permessi per l’estrazione in aree protette e ha condonato i loro milioni di boliviani di debiti nei confronti dell’autorità sanitaria nazionale, la Caja Nacional de Salud (CNS). Ciò ha indotto la CNS a dichiarare lo stato di emergenza, poiché i fondi che avrebbero dovuto arrivare si sono improvvisamente evaporati.
La cosa più incredibile è che, quando al presidente della Fedecomin-Potosí, Óscar Chavarría, è stato chiesto se i suoi minatori avrebbero aiutato a sgomberare i blocchi della COB e degli indigeni, ha risposto: “Potremmo farlo. Come sapete, la Fedecomin-Potosí è grande e potremmo usare il nostro potere in questo modo”.
Quando gli è stato chiesto dello slogan “Fuori Rodrigo Paz”, ha aggiunto:
“Non siamo d’accordo con questo, e nemmeno lo sono le altre cooperative che stanno manifestando. Per noi non è una questione politica… come sapete, la COB e altre istituzioni hanno usato le nostre legittime rivendicazioni per lottare per il potere politico, ma non noi. E come abbiamo detto, non permetteremo al vecchio governo di tornare in questo paese”.
I minatori che marciano sotto gli striscioni della Fedecomin sono elementi onesti e vengono sfruttati dalle stesse persone che stringono accordi segreti con il presidente. La COB dovrebbe cogliere questa occasione d’oro per staccarli dai loro leader e organizzarli all’interno della COB, piuttosto che lasciarli in balia dei padroni.
Per ora, lo sciopero e il movimento sono completamente fuori dal controllo della COB. La Fedecomin e altri settori hanno raggiunto accordi, ma al momento della stesura di questo articolo, le manifestazioni continuano nella capitale e i blocchi sono ancora in piedi, e rivendicano la caduta del governo.
Déjà vu
La Bolivia vanta una gloriosa tradizione rivoluzionaria. Il XXI secolo è iniziato con un’ondata di movimenti insurrezionali della classe operaia, dei contadini e delle popolazioni indigene, a partire dalla «guerra dell’acqua» a Cochabamba nel 1999-2000.
In quella lotta vittoriosa, i lavoratori e i contadini hanno contrastato i tentativi di privatizzazione dell’acqua attraverso una serie di rivolte.
Seguirono poi le due “guerre del gas” nel febbraio e nell’ottobre 2003 e nel maggio-giugno 2005. Si trattò di movimenti insurrezionali scatenati dalla richiesta di nazionalizzazione del gas. La massa di lavoratori e contadini paralizzò il Paese con blocchi stradali e un potente sciopero generale. Gli edifici governativi furono circondati da minatori armati di dinamite. Il presidente fu costretto a dimettersi.
La COB avrebbe potuto prendere il potere, e ne parlò persino nelle proprie dichiarazioni. Tuttavia, non riuscì a portare la mobilitazione alla sua logica conclusione.
Questa radicalizzazione di massa portò infine alla vittoria elettorale del MAS. Il partito conquistò il potere politico, ma senza rompere con il capitalismo. Vent’anni dopo siamo tornati a una situazione simile di alta inflazione e calo del tenore di vita. La lezione del passato è chiara: o il movimento dei lavoratori e dei contadini prenderà il potere, oppure sarà represso fino alla sconfitta e l’occasione andrà persa.
L’attuale situazione di blocchi e mobilitazioni non può durare per sempre. Lo Stato ha usato concessioni, anche quelle che non può permettersi, per comprare settori del movimento. Sta usando la carota, ma allo stesso tempo anche il bastone.
Paz ha recentemente avvertito che il Paese è «al punto di rottura» dopo un mese di proteste, e il Congresso ha recentemente votato per rendere più facile al presidente dichiarare lo stato di emergenza e ricorrere all’esercito per riprendere il controllo del paese. Ma il governo rimane debole, non volendo rischiare di spingere il movimento ancora più avanti con la repressione aperta. Sta procedendo in maniera cauta, anche se per le strade di La Paz ed El Alto continuano a picchiare i lavoratori e a sparare gas lacrimogeni.
Possiamo essere certi che i lavoratori in Argentina, Cile, Ecuador, Perù, ecc. stanno osservando da vicino questo movimento, poiché affrontano gli stessi problemi di inflazione e collasso economico. Il movimento potrà anche essere iniziato in condizioni non ideali, ma ora non può fermarsi a metà strada. La COB deve ampliare la lotta.
Per consolidare e unificare le proteste, è essenziale sviluppare un’unica piattaforma di rivendicazioni: per cosa stiamo lottando? Le rivendicazioni dei diversi settori devono essere unite in un’unica piattaforma, chiedendo: aumenti salariali e indicizzazione automatica dei prezzi e dei salari; la fine della repressione, la revoca dei mandati di arresto e la punizione dei responsabili; la revoca dell’aumento del prezzo del gas e misure per far pagare la crisi ai ricchi.
La Bolivia è un paese ricco: di minerali, biodiversità e agricoltura. Le sue terre fertili potrebbero sfamare interi paesi del Sud America. Ma i capitalisti e gli imperialisti stanno trasformando il paese in un inferno sulla terra. In ultima analisi, la questione oggi è la stessa degli anni 2000: i lavoratori prenderanno il potere o vincerà la reazione? In definitiva non c’è altra via d’uscita.




