A meno di un mese dalla firma del Memorandum d’intesa che sembrava aver posto fine alla guerra tra Stati Uniti e Iran, le ostilità sono riprese. Questa volta, l’imperialismo statunitense sta trascinando il mondo intero verso un precipizio.
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L’accordo è sembrato essere sull’orlo del fallimento sin dal primo giorno. Netanyahu ha cercato sistematicamente di vanificare l’accordo attraverso provocazioni in Libano. Ma alla fine è stato lo stesso Trump a farlo fallire.
L’ultima escalation è iniziata il 7 luglio. Alcuni droni iraniani avrebbero colpito tre navi che transitavano attraverso lo Stretto di Hormuz seguendo la rotta dell’Oman anziché quella iraniana. Gli iraniani sostengono che anche chi transita attraverso la rotta dell’Oman debba ottenere l’approvazione iraniana per il transito.
Gli americani hanno espresso un parere contrario e hanno risposto con l’introduzione di nuove sanzioni sul petrolio iraniano e il bombardamento di navi della marina iraniana. Gli iraniani hanno reagito colpendo basi e quartier generali americani in Bahrein, Kuwait e Qatar. A loro volta, gli americani hanno colpito obiettivi in tutto l’Iran, compresi obiettivi del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (GCRI), obiettivi relativi ai missili balistici e infrastrutture, tra cui, in modo provocatorio, il ponte di Mashhad proprio nel giorno in cui le spoglie di Ali Khamenei venivano sepolte in quella città.
Trump ha definito gli iraniani “feccia” e “gente malata”. Il cessate il fuoco è finito, la guerra è ricominciata.
La follia di Trump
Gli Stati Uniti hanno accettato il protocollo d’intesa perché non sono riusciti a vincere la guerra né con la pressione militare né con quella economica. Si è trattato, in effetti, di una capitolazione di fronte a tutte le richieste iraniane. Era il meglio che gli Stati Uniti potessero sperare e l’unico modo per riaprire lo Stretto di Hormuz.
Gli Stati Uniti non sono in grado di vincere questa guerra. Sono a corto di missili di difesa aerea e hanno praticamente esaurito quelli offensivi. Trump può sbraitare, può uccidere qualche altro comandante del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (GCRI), può distruggere le infrastrutture. Ma una volta che lo Stretto di Hormuz viene chiuso, l’intera economia mondiale comincia ad avvicinarsi inesorabilmente all’abisso, e non c’è nulla che gli americani possano fare al riguardo.
Gli americani, ormai sconfitti, non hanno alcun interesse a riprendere la guerra. Eppure, eccoci qui. La follia sembra aver prevalso.
Ma come abbiamo detto in diverse occasioni, la classe dominante americana è abituata da decenni a un’egemonia globale senza limiti. Stanno forse per cedere e accettare la sconfitta, permettendo di buon grado il controllo iraniano dello Stretto di Hormuz, il dominio iraniano sul Golfo Persico e tutto il resto? No.
Divisioni in Iran: gli integralisti hanno recepito il messaggio
Poco dopo la firma del protocollo d’intesa, sono emerse aperte divisioni all’interno del regime iraniano. Mentre spiegava i termini dell’accordo in televisione, Mohammad Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano e principale negoziatore, è stato bruscamente interrotto dall’emittente.
Gli esponenti della linea dura stanno denunciando apertamente l’accordo come un tradimento. Si dice che persino la Guida Suprema Mojtaba Khamenei sia scettico nei confronti dell’accordo. Le dimensioni e la franchezza dell’opposizione da parte degli integralisti sono notevoli, ma anche del tutto comprensibili.
Il prezzo pagato dall’Iran per strappare agli Stati Uniti le concessioni contenute nel protocollo d’intesa è stato eccezionalmente alto. Sono morti più di 3.600 iraniani e più di 4.000 libanesi. I danni materiali sono stimati in 270 miliardi di dollari.
Si tratta di cifre devastanti. Ma sebbene il prezzo pagato sia stato elevato, l’Iran è riuscito a mettere in ginocchio la prima superpotenza mondiale. Alla fine della guerra, lo stesso Trump ammetteva che le riserve di petrolio si sarebbero esaurite nel giro di un mese. Secondo alcune stime, le riserve strategiche statunitensi avrebbero raggiunto i livelli più bassi dal 1983.
La logica degli estremisti iraniani è questa: sappiamo chi sono gli americani. Non negoziano in buona fede. Considerano i negoziati una manovra temporanea prima di tornare alle intimidazioni. Credono sempre che la loro vittoria sia inevitabile per mezzo dell’uso della forza necessaria. Semplicemente, non ci si può fidare di loro.
Quindi, anche se per ora sono stati costretti a scendere a compromessi, i neoconservatori e Israele staranno sputando sangue. Non appena avranno riportato ai livelli precedenti le loro riserve di petrolio e magari reintegrato le scorte di munizioni, torneranno alla carica.
La conclusione non può che essere questa: non date loro questa opportunità. Negate loro ogni margine di manovra per rifornire le riserve di petrolio. Schiacciateli nel fango. Fate soffrire davvero l’economia statunitense. Rendete politicamente impossibile per qualsiasi amministrazione minacciare l’Iran nei decenni a venire.
Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha sostanzialmente confermato che i falchi avevano perfettamente ragione nella loro valutazione della situazione quando ha dichiarato a un intervistatore: “Penso che ciò che il presidente voglia fare sia utilizzare questo protocollo d’intesa per, in un certo senso, riportare ai livelli precedenti l’economia petrolifera mondiale, ripristinare alcune scorte, e poi vedere come andrà a finire”, aggiungendo che gli Stati Uniti possono ora “incamerare le proprie vittorie” e poi “agire ulteriormente se il presidente ritiene che sia necessario”.
Una nuova, terribile fase della guerra
Gli estremisti hanno avuto ragione. Solo schiacciando economicamente gli americani si può garantire la vittoria. È probabile che questa fazione sia in ascesa.
Ci sono molti fattori in gioco ora. La logica delle cose, tuttavia, è che la prossima fase della guerra potrebbe essere ancora più devastante della precedente. Il proiettile che l’ultima volta l’economia mondiale è riuscita a schivare per un soffio, questa volta potrebbe centrare il bersaglio. Le conseguenze potrebbero causare sofferenze indicibili a centinaia di milioni di poveri in tutto il mondo.
La situazione americana non migliorerà. Di fronte a una situazione davvero disperata e all’intransigenza degli iraniani, Trump potrebbe essere indotto a ricorrere a ogni sorta di escalation disperata. Realisticamente, l’unico modo per forzare l’apertura dello Stretto di Hormuz è occupare un intero tratto della frastagliata costa iraniana.
Se Trump scommettesse su questo scenario, l’esercito statunitense potrebbe pagare un prezzo terribile. In combinazione con l’impatto economico che si profila, ciò avrebbe profonde implicazioni per l’imperialismo statunitense per quanto riguarda lo stato d’animo sul fronte interno.
Solo la classe operaia può fermare l’imperialismo statunitense!
L’arroganza imperialista americana ha già mietuto migliaia di vite in Iran e in Libano. Ora minaccia altre milioni di vite. Alcune saranno strappate nel modo più terribile e diretto, come le bambine massacrate a Minab. Molte altre sono ora minacciate di morte per fame, malattie e povertà a causa del caos economico derivante da questa guerra.
Persino gli iraniani comprendono di non poter distruggere la macchina da guerra americana, che ogni mese produce enormi quantità di macchine di morte. Piuttosto, capiscono che a un certo punto potrebbe diventare politicamente impossibile.
Solo le masse americane, e soprattutto la classe operaia, potrebbero intervenire a un certo punto per fermare questa guerra. Infatti, la classe operaia, e in particolare quella americana, è l’unica forza al mondo in grado di porre fine all’imperialismo statunitense.
L’imperialismo americano è in declino. Questa guerra ne è la prova. Ma anche un predatore affamato e ferito può essere pericoloso. Anzi, di solito sono proprio quelli i più pericolosi. I leader deliranti dell’impero statunitense preferirebbero trascinare il mondo intero nella barbarie piuttosto che accettare l’inevitabilità di quel declino.
Lo vediamo in Venezuela, a Cuba, in Iran e in tutto il Medio Oriente, e domani in tutto il mondo. Se l’umanità deve sopravvivere, l’imperialismo statunitense deve morire; il capitalismo mondiale deve morire.




