Il governo americano è costretto a pagare interessi sempre più elevati per prendere in prestito il denaro di cui ha bisogno. Per la prima volta dal 2007, il tasso di interesse sul debito a scadenza decennale ha raggiunto il 5%. La crisi del mercato obbligazionario riflette le pressioni originate dalla crisi di Hormuz, dal protezionismo e dal caotico boom dell’Intelligenza Artificiale. Questo sta portando a galla tutte le contraddizioni dell’economia mondiale, che si dirige verso una crisi.
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Ad agosto, il segretario del Tesoro americano Scott Bessent ha annunciato che avrebbe riacquistato 6 miliardi di dollari di obbligazioni a scadenza decennale e ventennale, nel tentativo di impedire ai tassi di interesse (o ai rendimenti, come piace loro chiamarli) sul debito di crescere ulteriormente. In seguito, ha comunicato che avrebbe raddoppiato l’acquisto. In quel momento, i tassi erano al 4,85%, ma da allora sono ulteriormente aumentati. In altri termini, i suoi tentativi sono falliti. Non dovremmo sorprenderci, dato che il governo americano emette, in varie forme, debito per un valore di 2.700 miliardi di dollari ogni mese.
L’intervento di Bessent arriva dopo un precedente intervento del Tesoro americano che consisteva nell’acquisto di valuta giapponese. Hanno aiutato il governo giapponese a rivalutare lo yen, che era da febbraio stava diminuendo il suo valore. Il mese scorso, in un discorso Bessent ha persino schernito gli investitori, dicendo che non avrebbero dovuto scommettere contro di lui, perché conosceva cose che loro non sapevano. Era una velata minaccia che la banca centrale giapponese avrebbe alzato presto i tassi di interesse.
Il mercato obbligazionario si agita
L’intervento di Bessent è stato provocato da un mutamento nella situazione economica del Giappone, causato dalla guerra in Iran. In Giappone, l’inflazione ha registrato un aumento per la prima volta da decenni, raggiungendo l’1,9%. Visto che i tassi di interesse della banca centrale sono all’1%, gli investitori stanno ritirando il proprio denaro. Ciò ha causato un crollo del valore della valuta, incrementando a propria volta l’inflazione.
La banca centrale giapponese è intervenuta a sostegno della propria valuta, ma aveva bisogno di liquidità per farlo. Così, ha venduto le obbligazioni del governo americano in suo possesso. Nonostante l’intervento in suo aiuto del Tesoro americano, sembra che il governo giapponese abbia venduto niente meno che 90 miliardi di dollari di debito del governo statunitense per tenere alto il valore dello yen. Paragoniamo questo ai 6 miliardi di dollari che Bessent ha immesso nel mercato per risolvere il problema…
Meno noto è stato l’accordo di Bessent con gli Emirati Arabi Uniti, che sono anch’essi sotto pressione per la guerra in Iran. Egli ha concesso agli EAU una linea di “swap” (accordo bilaterale tra due banche centrali per scambiare le rispettive valute a tassi prestabiliti, Ndt) che permette loro di scambiare la propria valuta con i dollari, affinché gli EAU siano in grado di difendere il valore della propria valuta senza dover vendere le obbligazioni del Tesoro americano.
In altre parole, in questo momento Bessent sta facendo accordi con una serie di governi per impedire loro di vendere i titoli di Stato americani, mentre utilizza il denaro dell’erario americano per riacquistare le proprie obbligazioni.
Se sembra una mossa disperata, non è però immotivata. Bessent sta provando a tenere basso il costo di rifinanziamento del debito americano. Egli sta anche cercando di tenere sotto controllo i tassi dei mutui americani, soprattutto in vista delle elezioni di medio termine. Infatti, i tassi dei mutui tendono a seguire quelli dei titolo decennali del Tesoro americano (con un sovrappiù che si intascano le banche).
Bessent sta lottando contro la corrente e probabilmente ne è consapevole. Le forze economiche gli remano contro. La crescita del PIL americano ha a stento raggiunto l’1,5% e l’inflazione sta accelerando al 3,4%. Questo suggerirebbe che i tassi di interesse dovrebbero aggirarsi attorno al 5%. Ed è esattamente la soglia su cui insistono i titoli decennali.
Chiedere il 5% di interesse per un prestito decennale suggerisce che i mercati si aspettino che l’inflazione rimarrà attorno al 3% per il prossimo decennio o che possa essere persino superiore. La Federal Reserve è pertanto costretta ad alzare i tassi nel tentativo di eliminare l’inflazione. Ma è un errore pensare che le banche centrali controllino l’economia. È esattamente il contrario, come spiegò Ted Grant molto tempo fa.
Ironicamente, l’unico modo per far scendere i tassi di interesse a lungo termine (mutui, titoli decennali, ecc.) è alzare i tassi di interesse dei prestiti a breve scadenza su cui la Federal Reserve esercita il controllo, per dimostrare, come dicono, che sono “seriamente determinati” a combattere l’inflazione. Se la Federal Reserve alza i tassi di interesse, questo ha l’effetto di deprimere la crescita e, pertanto, le aspettative sull’inflazione si sgonfiano. Alcuni analisti ripetono che solo una recessione può far scendere l’inflazione al livello desiderato. Il fatto che, dopo questi annunci, i tassi a lungo termine non siano scesi costringerà la Federal Reserve ad alzare ulteriormente i tassi a breve termine nel prossimo futuro.
Un’inflazione che semplicemente non scomparirà
Se i tassi di interesse vengono determinati dall’inflazione, cos’è allora che determina l’inflazione?
C’è una risposta semplice: la guerra con l’Iran. Il petrolio, il gas e tutta una serie di altri beni della cui produzione e trasporto nessuno prima si curava venivano trasportati attraverso lo Stretto di Hormuz. Ora che è bloccato, l’enorme contrazione della produzione di alcune merci e il dirottamento delle catene di approvvigionamento di altre, ha causato aumenti imponenti dei costi. E dobbiamo ancora vedere la piena portata di questo impatto.
Il contraccolpo sui prezzi del diesel, che alimenta ogni settore dell’economia, è stato particolarmente duro, dal momento che le raffinerie in Medio Oriente sono divenute inaccessibili. Le raffinerie ancora in funzione stanno lavorando al massimo della capacità e chiedono prezzi da capogiro. Mentre prima una raffineria poteva essere pagata dai 20 ai 40 dollari per raffinare un barile di petrolio, ora ne chiedono 100. Questa è una delle tante ragioni per cui i margini di profitto delle aziende energetiche sono incredibilmente aumentati.
A settembre, i prezzi del greggio sono nuovamente schizzati sopra i 100 dollari al barile. Ciò fa seguito alla chiusura dell’oleodotto saudita verso il Mar Rosso, che trasportava circa 4-5 milioni di barili di petrolio al giorno durante i primi cinque mesi del conflitto.
Anche prima che ciò avvenisse, l’indice dei prezzi di produzione, che misura il costo dei beni non lavorati e dei servizi, era aumentato del 5,4% rispetto all’anno passato. Per i prodotti lavorati, era cresciuto dell’1,1% solo ad agosto. Questo ci mostra che l’inflazione non sta per niente scomparendo.
Anche le sanzioni contro la Russia stanno avendo un ruolo a riguardo, privando ampie zone del mondo delle materie prime russe di ogni tipo. Gli attacchi ucraini contro le raffinerie russe stanno esercitando una pressione ancora maggiore sui prezzi del carburante.
Ma non è solo la guerra convenzionale a spingere l’inflazione. Le guerre commerciali stanno costringendo le aziende a rifornirsi da fonti più costose di materie prime e componenti, o perché devono “comprare americano”, o perché sono costrette a pagare dazi aggiuntivi o a spostare la propria produzione in luoghi meno vantaggiosi.
Poi c’è il boom dell’AI, che sta provocando un enorme aumento dei prezzi della componentistica. L’aumento più drammatico è quello dei chip di memoria dei computer, il cui prezzo si stima che quadruplicherà quest’anno. Le infrastrutture elettriche, oltre all’elettricità in sé, stanno anch’esse diventando più costose man mano che vengono costruiti nuovi data center.
Poi abbiamo le spese militari, che entrano in competizione per le risorse con la spesa in infrastrutture e con altri investimenti. Produrre armi ha sempre avuto effetti inflazionistici, dal momento che dirotta le risorse dai settori produttivi dell’economia. Questo effetto è ancora più dirompente se queste armi vengono utilizzate per provare a distruggere le economie di interi paesi, in Medio Oriente, in Ucraina o in Russia.
L’unica speranza rimasta per i borghesi è che almeno i salari non siano in crescita. Ogni volta che escono i nuovi dati sull’inflazione, si sfregano le mani, compiacendosi che i salari non stiano tenendo il passo con l’inflazione. In altre parole, sono felici di essere riusciti a scaricare il problema dell’inflazione sulla classe operaia, per mezzo di prezzi più elevati e salari stagnanti.
In ultima analisi, nessuno dei problemi che produce l’inflazione ha però una facile soluzione. Forse Trump ammetterà la sconfitta in Iran o gli europei e Zelensky ammetteranno la sconfitta in Ucraina. Ma questo preparerebbe soltanto il terreno per nuovi conflitti altrove.
L’unica cosa che potrebbe ridurre l’inflazione è una profonda recessione, che è insita nella situazione.
La nuova normalità
Prima di passare alla questione della recessione, analizziamo cosa significa avere tassi di interesse più elevati.
Gli analisti finanziari hanno dichiarato fiduciosi: “Questo è semplicemente il ritorno alla normalità”. Lungi dall’essere un problema, affermano, è il segnale di un’economia in salute.
Ora il governo deve competere per ottenere i fondi con chi effettua investimenti reali nell’economia, sostengono. Gli investitori possono scegliere a chi prestare il proprio denaro, poiché negli Stati Uniti gli investimenti basati sull’intelligenza artificiale sono sempre più alimentati dal debito.
Indubbiamente, i tassi di interesse bassi nel periodo tra il 2008 e il 2022 erano un’eccezione. Tuttavia, essi erano un sintomo di quanto fosse profonda la crisi in quel momento. Ed è anche vero che a contribuire all’aumento dell’inflazione negli ultimi due anni sia stato il boom dell’AI, che deriva da investimenti nell’economia.
Anche se mettiamo da parte per il momento la questione della sostenibilità degli investimenti nell’AI, questa concezione ignora la differenza fondamentale tra oggi e il 2007: i debiti governativi.
Nel 2007, il rapporto debito/PIL degli Stati Uniti era al 63%. Oggi, questa cifra si attesta al 122%. In altre parole, è quasi raddoppiato in rapporto alla dimensione dell’economia americana. In termini assoluti ha raggiunto la cifra di 40mila miliardi di dollari. Nel 2007, il deficit di bilancio corrispondeva all’1% del PIL. Oggi è al 6%.
In aggiunta, il cambiamento da una situazione di tassi di interesse bassi ad una di tassi alti comporta che quando i vecchi titoli arrivano a scadenza, il loro rinnovo avviene non all’1% o al 2%, che è più o meno quello che il governo paga adesso, bensì al 5%.
Al momento, il tasso medio che paga il governo sul debito è del 3,4%, ma ogni mese che passa ci avviciniamo alla soglia del 5%. Ciò significa che il deficit di bilancio aumenta a vista d’occhio, anche senza il nuovo colossale pacchetto di spesa militare. Inoltre, il pagamento degli interessi sul debito è cresciuto fino a diventare la seconda voce di spesa nel bilancio del governo americano.
Dunque, gli investitori vedono questo scenario e pensano: “forse, ma forse, investire nel debito del governo americano non è sicuro come un tempo. Qui c’è qualcosa che non quadra. Il governo non può semplicemente continuare a spendere. Ad un certo punto persino il governo americano non sarà più in grado di sostenerlo”.
La situazione è peggiore per il Giappone, che deve affrontare un rapporto debito/PIL di oltre il 230%. Anche se ha preso in prestito molto denaro (ad esempio, mille miliardi di dollari dal governo americano), l’aumento dei tassi di interesse sta diventando un tarlo che rode il governo.
L’Europa è in una posizione ancora peggiore. In Gran Bretagna, il primo ministro Andy Burnham ha ereditato un enorme debito e un grosso deficit di bilancio dai suoi predecessori. Come se non bastasse, l’economia britannica ha registrato una crescita quasi nulla dal 2008. Gli investitori non sono per niente convinti di come il governo stia pianificando di affrontare il deficit.
Durante il breve governo di Liz Truss, si verificò uno sciopero degli investimenti, con la richiesta di tassi più elevati per continuare a prestare denaro al governo. Alla fine, gli investitori costrinsero Truss a dimettersi con tutto il suo governo. Il governo laburista vuole evitare un destino simile, ma si trova sul filo del rasoio.
La Francia è in una situazione simile. Macron è riuscito a stento a tenere in piedi un governo e a fare approvare una legge di bilancio. Non può in alcun modo fare approvare un bilancio di tagli massicci, che è quanto i mercati stanno chiedendo e la crisi capitalista impone.
Il punto, per tutti coloro tra di noi che non hanno un milione o due da prestare al governo, è l’impatto che questo avrà al di fuori del mercato obbligazionario. È una situazione intrinsecamente instabile che sta preparando una crisi di bilancio e i conseguenti tagli draconiani che porteranno ad un crollo dell’economia. Ricordiamoci quando venne l’austerità alla Grecia dal FMI e dall’UE portò ad un crollo del 25% dell’economia greca.
La crisi greca minacciava di ripercuotersi sull’economia europea, ma la Grecia è una piccola economia. Una crisi di quel tipo in Francia o in Gran Bretagna sarebbe qualcosa di totalmente differente.
In tutti questi paesi, non è tanto che i governi si preoccupino del benessere dei propri cittadini, quanto invece che comprendono che perderebbero i propri seggi in parlamento. Basta guardare al Partito Socialista in Francia, ai conservatori in Gran Bretagna o al Pasok in Grecia, per vedere come partiti con una lunga tradizione storica possano venire distrutti dal tentativo di applicare le politiche che la classe dominante aveva affidato loro.
Ma si rendono conto anche dell’impatto che ciò avrà sulla classe operaia: milioni di persone in piazza, scioperi generali e così via.

Stampare denaro è la soluzione?
Ora, a sinistra c’è qualche intelligentone che insiste nel dire che un governo sovrano non può fallire perché controlla la propria valuta e ci sono non pochi economisti borghesi che, in un modo o nell’altro, dicono la stessa cosa. Quello cui fanno allusione è che il governo può stampare moneta per finanziare il proprio deficit.
Non è solo una teoria: durante la pandemia è avvenuto. La Federal Reserve negli Stati Uniti ha stampato qualcosa come 5mila miliardi di dollari, che ha consegnato al governo federale. Trump e Biden spendevano come se non ci fosse un domani. Tuttavia, questo ha avuto anche il prevedibile effetto di spingere in alto l’inflazione a livelli inediti dagli anni ’80.
Questo è un aspetto che i mercati obbligazionari stanno prendendo in considerazione. Se questi deficit vanno fuori controllo, il governo potrebbe non andare in fallimento in senso tecnico, ma potrebbe benissimo pensare che stampare denaro, con la conseguente inflazione, sia il male minore. Questa è però una ricetta per l’iperinflazione.
Grazie al dollaro, il governo americano gode di un enorme vantaggio rispetto al resto del mondo. Tuttavia, hanno già cominciato a erodere le riserve politiche ed economiche che avevano costruito.
La decisione del governo olandese di spostare le proprie riserve auree fuori dagli Stati Uniti riflette questa tendenza. Ci si potrebbe chiedere perché ritengano che Londra sia un luogo sicuro per l’oro olandese, ma è chiaro che non si fidano del governo americano per sorvegliarlo. In una crisi o in un conflitto, gli Stati Uniti non potrebbero semplicemente impadronirsi delle riserve auree olandesi e usarle per i propri fini? Questo è, dopotutto, quello che hanno fatto alla Russia, all’Iran e al Venezuela. Non potrebbe avvenire anche all’Olanda?
Anche i paesi BRICS si stanno dando da fare per effettuare dei piccoli cambiamenti che li renderanno meno dipendenti dal dollaro con motivazioni simili. Non hanno trovato un sostituto adeguato al dollaro, ma stanno escogitando modi e mezzi per un suo minor utilizzo.
Tutto ciò compromette la capacità degli Stati Uniti di sfruttare la forza del dollaro per attutire gli effetti negativi di una situazione finanziaria pubblica fondamentalmente insostenibile.
L’aumento dei tassi di interesse ha anche un impatto enorme sulla classe lavoratrice. Costringe i lavoratori a pagare di più il mutuo della casa, della macchina, il debito studentesco e tutti gli altri debiti da cui siamo oberati per provare ad arrivare a fine mese.
E qui c’è un altro punto: alcuni analisti sono preoccupati delle conseguenze dell’innalzamento dei tassi di interesse della Fed. Il loro argomento è il seguente: l’aumento dei tassi colpirà principalmente i consumatori, mentre gli investimenti sull’AI non verranno colpiti più di tanto. Non avrà neanche alcun effetto apprezzabile sul prezzo del petrolio. Eppure sono il prezzo del petrolio (leggi: le guerre) e gli investimenti nell’AI che stanno alimentando l’inflazione.
Allo stesso tempo, il “consumatore”, come lo chiamano, cioè i lavoratori, sono costretti a dare fondo ai propri risparmi per sostenere le spese ora che i prezzi sono impazziti. In altre parole, non possono permettersi un aumento dei tassi.
Boom economico, ma non per tutti
Molti lavoratori in tutto il mondo si staranno interrogando sulla situazione attuale. Vedono il boom del mercato azionario, che realizza profitti senza precedenti, e poi vedono la propria situazione. Qualcosa non quadra.
Uno dei guru del mercato azionario, Ed Yardeni, ha il gusto di coniare frasi ad effetto. Ha dichiarato che il mercato azionario non è guidato dalla paura di farsi sfuggire l’occasione (cioè, il mercato azionario non è irrazionale), bensì da “incassi favolosi”.
Ha una tesi che chiama “I Ruggenti Anni ’20”, un’allusione alla seconda decade del Novecento, quando l’economia americana ebbe una crescita esplosiva e con essa crebbero i profitti. Fu anche un’epoca di esuberanza e di mania speculativa. Notoriamente, terminò con il crollo del 1929, su cui Yardeni non si è prodigato in commenti; forse perché, qualsiasi cosa accada nel giro di tre o quattro anni, nel frattempo è sempre possibile fare molti soldi.
Il mercato azionario è stato in uno stato d’animo di totale frenesia grazie agli enormi profitti che sono stati realizzati negli ultimi uno o due anni. Dell ha triplicato i propri profitti e anche Broadcom. I profitti delle aziende energetiche in generale (petrolio, elettricità) sono più che raddoppiati, e così i profitti dei servizi di comunicazione (internet, telecomunicazioni, media) e quelli del settore dei beni di consumo (automobili, vestiti, fast food). Si è davvero trattato di “incassi favolosi” per i milionari e i miliardari.
Dovremmo chiederci: come possono esserci incassi favolosi se il mio conto bancario dopo ogni mese è sempre più misero?
Ci sono due aspetti in questo boom dei profitti: in parte è dovuto agli investimenti nell’AI, che hanno fatto alzare i prezzi e permesso alle aziende di far pagare un prezzo ben superiore del normale (questo vale per i produttori di chip, per le aziende energetiche, ecc.). Tuttavia, questo non spiega il fatto che questa crescita dei profitti risalga a qualche anno fa e coinvolga aziende che non hanno nulla a che fare con l’AI.
La realtà è che per decenni i borghesi hanno accresciuto deliberatamente i profitti seguendo la ricetta che conoscono meglio: spremere la classe lavoratrice. I lavoratori hanno subito l’allungamento dell’orario di lavoro, il crollo dei salari reali (dal momento che i salari non tengono il passo con l’inflazione) e l’intensificazione dei ritmi. Tutto questo ha accresciuto il tasso di sfruttamento della classe operaia e, di conseguenza, i profitti dei capitalisti. Lo Stato ha anche dispensato tagli fiscali alle grandi aziende e ai ricchi e ha incrementato i sussidi di ogni tipo alle aziende.
Non è strano che i profitti siano schizzati in questo modo, anche prima dell’arrivo del boom dell’AI: E tutto questo ha rappresentato una politica cosciente per promuovere l’accumulazione del capitale (per rendere i ricchi più ricchi), in modo che potessero a loro volta investire una parte di questa ricchezza nell’economia.
Questo ha creato ciò che gli economisti definiscono una “economia a forma di K”. Si tratta di un’economia in cui il 10% della società sta bene, o benissimo, mentre il 90% fatica ad arrivare a fine mese. Alla fine, però, c’è un limite a quanto il 10% più ricco può spendere.
Questa esuberanza nasconde la realtà dell’economia, che è estremamente fragile. Fondamentalmente, questo è dovuto al fatto che i lavoratori non hanno denaro per riacquistare i beni che producono.
L’Intelligenza Artificiale ci salverà?
Il boom dell’intelligenza artificiale ha suscitato un grande ottimismo in un settore della classe dominante. Vedono gli investimenti e dicono che è l’inizio di un boom. Le cose stanno andando bene, se le si paragona al periodo precedente.
Per decenni, gli Stati Uniti hanno visto investimenti molto ridotti in capitale fisso (macchinari, fabbriche, infrastrutture) rispetto alla Cina. Adesso, con la costruzione di questi nuovi data center, questi investimenti stanno crescendo e anche rapidamente.
L’economia americana è adesso fortemente dipendente da questi investimenti. Già nel corso dell’ultimo anno, più del 10% degli investimenti delle aziende è stato costituito da investimenti in capitale fisso, ma questa cifra sta aumentando di circa il 30% ogni anno.
Per un paese in cui investire è diventato sinonimo di speculazione in borsa, questo introduce un nuovo sentimento di ottimismo e ha tamponato numerose falle in un’economia piena di problemi.
Ma gli investimenti non possono risolvere il problema della sovrapproduzione, specialmente quando vengono accompagnati da attacchi ai salari reali. Se l’AI mantenesse la promessa di aumentare la produttività – e indubbiamente ha il potenziale per farlo – questo significherebbe produrre più beni (o servizi), ma con meno lavoratori. In condizioni come quelle attuali, la disoccupazione aumenterebbe invece che diminuire, creando un circolo vizioso di licenziamenti.
Tuttavia, c’è anche un punto interrogativo sul fatto che questi enormi investimenti siano sostenibili. Nel suo rapporto annuale, la Banca dei regolamenti internazionali (la “banca centrale delle banche centrali”) ha lanciato un avvertimento riguardo agli investimenti nell’AI. Non sono convinti, e per buone ragioni, che questi investimenti da migliaia di miliardi di dollari nell’AI verranno ripagati.
I rischi si articolano su più livelli. Ci sono coloro che progettano i modelli, come Anthropic e OpenAi, che faticano a generare profitti. Poi ci sono i proprietari dei data center, che stanno facendo molti soldi vendendo la propria “potenza di calcolo” principalmente a Anthropic e OpenAI. A rendere la situazione ancora più incerta, i proprietari dei data center investono anche in Anthropic e OpenAI, il che permette a queste ultime di ripagare le proprie spese anche quando registrano ingenti perdite.
Infine, ci sono i produttori di hardware: aziende come NVIDIA, Broadcom, SK Hynix, Samsung, ecc. Al momento, stanno guadagnando cifre assurde, visto che possono vendere i propri prodotti praticamente a qualsiasi prezzo desiderino. E a propria volta stanno investendo nei propri clienti e nei clienti dei propri clienti. Tutto questo dà l’impressione di essere un castello costruito sulla sabbia.
Il castello è molto vulnerabile alle scosse, tanto più che tutto questo è nelle mani di un pugno di aziende che non hanno mai dimostrato di poter generare profitti e che hanno siglato contratti con fornitori per un valore di molte volte superiore al proprio fatturato. Quando i nodi verranno al pettine, questo avrà ripercussioni negli Stati Uniti e in Asia Orientale.
La crisi sta giungendo a maturazione
La situazione economica è sull’orlo di un precipizio. Ci sono tre gravi minacce all’economia mondiale.
La prima è l’inflazione, che viene causata da una serie di fattori, ma principalmente dall’intensificarsi dei conflitti imperialistici, che si stanno aggravando.
La seconda sono i debiti e i deficit dei governi, che stanno peggiorando e non migliorando. L’economia mondiale è completamente dipendente da questo finanziamento a debito da parte dello Stato. I tagli, in particolare negli Stati Uniti, avrebbero conseguenze disastrose. Ma con l’aumento dei tassi di interesse, presto non avranno altra scelta.
La terza, infine, è il boom dell’AI, che ha tenuto a galla gran parte dell’economia mondiale, ma che è una bomba ad orologeria sotto molti punti di vista.
Quando ci sarà il crollo? Servirebbe la sfera di cristallo per tentare una simile previsione. Né possiamo sapere in anticipo quale sarà la scintilla. Quando arriverà il momento, ci sarà molto materiale combustibile pronto a prendere fuoco.
Dopo un boom senza gioie, dal quale i lavoratori non hanno tratto alcun vantaggio, il capitalismo sta ora correndo a testa bassa verso un crollo. Quest’ultimo avrà senza dubbio un impatto devastante sull’economia mondiale e sulla classe operaia. Ovunque abbia inizio, esso intensificherà la disgregazione del vecchio ordine mondiale.
Provocando scioperi, licenziamenti, guerre e conflitti, sarà, come spesso diciamo, una ricetta bella e pronta per la lotta di classe.




