La guerra degli Usa e di Israele contro l’Iran è ad un punto di svolta, non solo dal punto di vista dei rapporti di forza tra le potenze, ma anche da quello dell’economia mondiale. Essa sta portando allo scoperto tutte le contraddizioni che si sono accumulate nel periodo precedente: inflazione, debito e recessione incombente.
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Fin dalla pandemia, l’economia mondiale fatica a liberarsi dall’inflazione. La combinazione di stimoli governativi, interruzioni dovute ai lockdown e guerra in Ucraina ha fatto sì che l’inflazione superasse il 10%. Di conseguenza, le banche centrali hanno dovuto alzare i tassi di interesse per contenerla. In Europa, la Bce è riuscita a ricondurre l’inflazione all’obiettivo del 2% nell’autunno del 2024. Negli Stati Uniti, la Fed non è mai riuscita a riportarla del tutto al proprio obiettivo.
I dazi hanno avuto una parte in questo. Per esempio, il prezzo dei beni importati, che in precedenza aveva aiutato a calmierare l’inflazione (elettronica di consumo e autovetture, oltre a componentistica e materie prime), è adesso aumentato.
Il Yale Budget Lab stima che i prezzi dei beni importati sono più alti del 3,5-4% di quanto sarebbero stati senza i dazi. È doveroso osservare, tuttavia, che dopo tutto il baccano sui dazi reciproci, Trump si è accontentato di una media attorno al 10,5% sui dazi, molto meno del temuto 18% e quasi la metà dei tassi del famigerato Smoot-Hawley Act negli anni Trenta.
Se il libero mercato era il motto dei capitalisti c’era un motivo. Li aiutava a comprimere i salari, dal momento che i lavoratori venivano compensati dall’abbassamento dei prezzi dei beni importati. Questo era tanto vero per i capitalisti inglesi del diciottesimo secolo quanto lo è stato per i capitalisti americani degli ultimi decenni, ma ora tutto ciò sta giungendo a termine.
Il conflitto crescente tra le principali potenze imperialiste per i mercati mondiali sta ponendo fine ad un processo di rimozione delle barriere commerciali che è durato per decenni. Questo non avrà soltanto un impatto a breve termine sui prezzi. Invece che avere un grande stabilimento manifatturiero che può esportare in tutto il mondo, le aziende saranno costrette ad investire in numerosi siti produttivi più piccoli e meno efficienti per eludere barriere commerciali di ogni sorta. Questo abbasserà la produttività e alzerà i prezzi. Comporterà un aumento persistente dell’inflazione che costringerà i lavoratori a lottare più duramente per difendere le proprie condizioni di vita.
Questa era la situazione che si presentava già a febbraio: una situazione molto instabile e fragile. Trump riesce però a farci dimenticare le sue avventure passate imbarcandosi in nuove. Tuttavia, esse giocano tutte un ruolo nella crisi che si sta sviluppando. Prima della guerra in Iran, l’economia mondiale non era in salute. Al contrario, aveva solo bisogno di una bella spinta per crollare e Trump potrebbe avergliela data.
La carenza di petrolio
Il problema comincia dal petrolio, il bene più importante per la produzione di energia. Prima della guerra, passavano ogni giorno dallo Stretto di Hormuz 15 milioni di barili di petrolio e 5 milioni di prodotti raffinati. Ora il petrolio passa con il contagocce. L’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) l’ha definita “la più ampia interruzione delle forniture nella storia del mercato globale del petrolio”.
Alcuni esportazioni petrolifere sono state dirottate verso i porti sauditi sul Mar Rosso, ma la maggior parte di quella capacità produttiva da 20milioni di barili è ormai tagliata fuori dal mercato. La reintegrazione della Russia nel mercato globale del petrolio e l’espansione della produzione altrove ha aiutato, ma si valuta che il mercato petrolifero abbia perso una produzione di circa 10milioni di barili al giorno.
Per contrastare questo fatto, i governi hanno rilasciato circa cinque milioni di barili al giorno dalle proprie riserve strategiche. Le giacenze erano, a quanto pare, maggiori di 400 milioni di barili rispetto al necessario. L’immissione di questi barili nel mercato mondiale è ciò che ha impedito al prezzo del petrolio di schizzare in alto in maniera ancora più netta. Tuttavia, alcune di queste risorse si esauriranno entro settembre e questo spingerà i prezzi in alto, dal momento che le forniture avranno difficoltà ad arrivare.
Il prezzo del petrolio fluttua attorno ai 100-110 dollari al barile da due mesi. Una gran parte dei movimenti al ribasso erano dovuti agli annunci dello stesso Trump su un accordo imminente o sulla riapertura dello Stretto. I mercati stanno effettuando le loro valutazioni sulla prospettiva di una guerra breve che giungerà presto a termine. Ugualmente, le grandi raffinerie hanno rimandato gli acquisti nella speranza che la guerra finirà e i prezzi scenderanno.
Questa è una prospettiva tutt’altro che scontata, visto che dovrebbe comportare l’ammissione della sconfitta a tutti gli effetti da parte di Trump. Alcune delle ultime reazioni scomposte da parte dei mercati riflettono chiaramente un crescente scetticismo sulla capacità di Trump di uscire dalla guerra e aprire lo Stretto in un tempo ragionevole. Coloro che non credono che questo avverrà prevedono che il prezzo del petrolio raggiungerà i 150$ al barile, un livello inedito dal 2008. Anche se venisse riaperto lo Stretto, ci vorrebbero mesi prima che il traffico torni come prima e ancora più tempo prima che la produzione possa essere ripristinata.
Il problema non è solo il blocco della rotta marittima, ma anche il danno alle infrastrutture vere e proprie, in particolare alle raffinerie. Le raffinerie di petrolio che fornivano questi cinque milioni di barili di prodotti raffinati al giorno sono state colpite da attacchi durante il conflitto. Otto di esse sono del tutto o in parte inattive e ci vorranno mesi per ripararle dopo la fine della guerra. I giacimenti di gnl qatarini impiegheranno anni a tornare in attività. Questo ha avuto un impatto devastante sui prezzi del diesel e del carburante per aerei.
I prezzi del diesel sono aumentati considerevolmente. In alcune parti del mondo, in modo molto considerevole. I prezzi sono aumentati del 32% nel Regno Unito, del 47% negli Usa e del 91% in Indonesia. I prezzi del carburante per aviogetti è aumentato in media del 60%. Il prezzo del carburante per le navi cargo è salito del 60% (a Rotterdam). Questo riflette in parte la carenza di petrolio, ma anche l’enorme perdita di capacità di raffinazione. La differenza tra il prezzo del petrolio quando arriva alla raffineria e il prezzo del carburante già raffinato per i velivoli si è triplicata, poiché la carenza di capacità di raffinazione è molto maggiore della carenza di petrolio.
L’aumento dei prezzi viene aggravato a causa delle restrizioni sulle importazioni imposta da Cina e India (leggi protezionismo).
La conseguenza è quella che gli economisti chiamano “distruzione della domanda”. Alcuni clienti vengono spinti fuori dal mercato e non possono permettersi di consumare come prima. Ad esempio, Lufthansa ha tagliato 20mila voli tra i meno lucrativi. Tuttavia, sebbene l’aumento del costo delle vacanze sia un duro boccone da ingoiare per molte famiglie, la questione è ben più ampia.
Il petrolio è la linfa vitale dell’economia mondiale. Trasportare beni in tutto il mondo utilizzando navi e autocarri richiede enormi quantità di carburante. E la carenza comporterà inevitabilmente che alcuni prodotti che venivano spediti in giro per il mondo lo scorso anno non verranno più spediti quest’anno. Il meccanismo dei prezzi opera determinando quali prodotti vengano spediti e quali no. Essenzialmente, il migliore offerente riesce a spedire la propria merce. I costi di spedizione sono saliti del 40% da febbraio (sebbene siano ancora sotto quelli della scorsa estate, quando la guerra commerciale di Trump scatenò il caos).
Il costo dei prodotti che necessitano di trasporto aumenterà, una volta che il nuovo prezzo dovrà riflettere i costi maggiorati necessari a portare i beni sui mercati o a procurarsi le materie prime. Così, il costo accresciuto del carburante si ripercuote su ogni fase della filiera e verrà scaricato sul consumatore.
I prodotti chimici onnipresenti
Il Medio Oriente è anche all’origine di numerosi altri prodotti chimici di primaria importanza.
Il prezzo della nafta, un prodotto fondamentale del settore petrolchimico, è aumentato del 55% e gli impianti chimici che dipendono dalle forniture del Golfo hanno dovuto chiudere. Si tratta di un componente essenziale nella produzione della plastica che, come sappiamo, è ovunque.
Poi c’è lo zolfo e l’acido solforico. Lo zolfo è un sottoprodotto della raffinazione del petrolio e metà del commercio di zolfo mondiale passava dallo Stretto di Hormuz. L’acido solforico, che si ottiene dallo zolfo, è il prodotto chimico più usato al mondo. Il 56% dell’acido solforico al mondo viene usato per fare fertilizzanti, in particolare per l’India, ma il resto viene usato come materia prima nell’industria o per raffinare i metalli nel settore minerario.
Poi abbiamo l’agricoltura, che tra tutti potrebbe essere nientemeno che il settore colpito in modo più devastante. Prima della chiusura dello Stretto di Hormuz, il Golfo forniva il 30% delle materie prime mondiali per i fertilizzanti. Combinato con l’aumento del prezzo del diesel, ciò sta avendo un impatto distruttivo sull’agricoltura. Non stupisce che gli agricoltori stiano protestando in tutto il mondo. Non possono permettersi di comprare i fertilizzanti di cui hanno bisogno, visto che non ce n’è abbastanza.
La perdita di questa fornitura di fertilizzanti comporterà naturalmente una grande riduzione della quantità utilizzata nella stagione della semina di quest’anno. Quanto questo avrà un effetto sulle rese dei raccolti non è chiaro e dipende da dove si verificherà una riduzione del loro impiego, ma potremmo assistere ad una riduzione della resa tra il 10 e il 15% per cereali come il riso e il grano.
Se questo avvenisse, il mondo dovrebbe tagliare il proprio consumo di cibo del 10-15%. Ciò comporterebbe sia che le fasce più povere della popolazione mondiale mangeranno meno, sia che l’intero pianeta dovrà pagare molto di più per il cibo che consuma. Con tre milioni di famiglie in Gran Bretagna che stanno già saltando i pasti e 700 milioni di persone in tutto il mondo che sono denutrite, si tratta di una prospettiva devastante.
L’Onu ha stilato una lista dei paesi più vulnerabili:
– Lo Sri Lanka, dove è in corso la raccolta del riso Maza;
– Il Bangladesh, che al momento è nell’importante stagione del riso Boro;
– L’India, che sta fronteggiando una riduzione della produzione domestica di fertilizzanti in prossimità della stagione Kharif;
– L’Egitto che è a grande rischio per la sua dipendenza dalle importazioni di frumento;
– Il Sudan che sta già vivendo insicurezza alimentare acuta;
– In Africa Subsahariana, Somalia, Kenya, Tanzania e Mozambico sono particolarmente a rischio a causa dell’elevata dipendenza dalle importazioni di fertilizzanti;
– Importanti esportatori di beni agricoli come il Brasile potrebbero anch’essi subire effetti sulla produzione, con ripercussioni potenziali sui mercati globali.
In altre parole, verranno colpiti con forza tutta una serie di paesi ex-coloniali. A peggiorare le cose, paesi come India, Bangladesh e Pakistan verranno colpiti dalla riduzione delle rimesse da parte dei lavoratori emigrati negli Stati del Golfo.
Molti paesi poveri subiranno anche gli effetti della carenza di gpl per cucinare. Un miliardo di persone usa il gpl per cucinare in India, 700 milioni in Cina, 250 milioni in Indonesia, 200 milioni nell’Africa Subsahariana e così via. Secondo la AIE, nell’Africa Subsahariana, una famiglia su 8 ha consumato più del 10% del loro reddito per comprare il gpl. In India, il governo sta razionando il gas alle aziende e ha posto un tetto ai profitti delle raffinerie, assieme ad altre misure.
In altre parole, questo non riguarda solo il petrolio e il carburante. Il fatto che siamo tutti interdipendenti gli uni con gli altri, in ogni parte del mondo, è una delle conseguenze della globalizzazione e dell’espansione del mercato mondiale. Scollegare una parte dell’economia mondiale ha un impatto devastante sul resto. I lavoratori e i poveri pagheranno a caro prezzo le avventure dell’imperialismo americano.
Cosa ci dicono gli ultimi dati sull’inflazione
I dati dell’inflazione in America di aprile rivela chiaramente cosa sta avvenendo. L’inflazione è salita più di un punto percentuale raggiungendo il 3,8%, il picco degli ultimi tre anni. Nell’Eurozona è poco sotto, al 3%, che è comunque il picco dal 2023.
Negli Stati Uniti, l’inflazione dei prezzi alla produzione per la “domanda intermedia”, in altre parole per le materie prime e i componenti, era salita al 9,4% per i beni lavorati e del 21% per i beni non lavorati rispetto ad un anno fa; prevedibilmente sono i beni alimentari ed energetici ad essere i più colpiti. Questa è una chiara dimostrazione dell’impatto enorme che la guerra sta avendo sui prezzi. Non ci vorrà molto prima che questi aumenti dei prezzi arrivino nei negozi.
Il quadro è chiaro: siamo all’inizio di un’altra fiammata inflattiva. Il secondo shock simile in 5 anni. Quanto sarà grave dipenderà da quanto in fretta verranno ripristinate le forniture dal Medio Oriente.
Gli economisti sono abbastanza lieti di osservare che i consumatori non sono stati finora colpiti in modo significativo. Questo avviene in parte perché c’è una frattura di classe abissale tra i “consumatori”. Il fatto che i settori più poveri della società americana risparmino sui propri pasti ha poco impatto sui dati aggregati. Il 46% della spesa al consumo è fatta in America dal 10% dei redditi più elevati. Questi redditi elevati, piuttosto che spendere meno quando i tempi si fanno duri, risparmiano un po’ meno. Il tasso di risparmio è tornato ai livelli del 2022.
L’altra ragione è che Trump ha iniettato un’altra mole gigantesca di denaro nell’economia lo scorso anno. Il suo “Big Beautiful Bill” ha lasciato un buco ancora più vasto nelle finanze pubbliche estendendo i suoi tagli alle tassi ai redditi più elevati (che formano una parte così consistente del consumo) e aggiungendo alcuni tagli minori alle tasse per i lavoratori. Questo è un altro dei motivi per cui l’inflazione è più alta negli Stati Uniti: l’enorme deficit governativo del 7% del Pil crea un eccesso di denaro che circola nell’economia. Tuttavia, anche questo denaro non è abbastanza, e i rivenditori al dettaglio si aspettano che i consumatori affronteranno una crisi di liquidità.
Sulle spalle della classe operaia
L’effetto più immediato dell’inflazione sarà naturalmente di avere prezzi più elevati. Questo metterà sotto pressione i lavoratori e i poveri in tutto il mondo. Se un aumento del 2% sul tuo salario sembrava accettabile qualche mese fa, adesso all’improvviso non sembra poi così buono.
Dati recenti mostrano che i salari reali hanno già cominciato a diminuire negli Stati Uniti a marzo e che non sono molto lontani dal farlo in Europa.
Questo costringerà ancora una volta i lavoratori a lottare per difendere le proprie condizioni di lavoro. La borghesia si preoccupa sempre delle “aspettative sull’inflazione” e in un senso hanno ragione. Se i lavoratori si aspettano che l’inflazione non sarà un fenomeno temporaneo, vorranno vedere i loro salari riflettere questi aumenti. Non vogliono firmare un accordo per un aumento del 3% dei salari oggi, se l’inflazione sarà del 10% tra sei mesi.
Naturalmente, nessuno sa a quanto sarà l’inflazione tra sei mesi o un anno. L’idea di legare gli aumenti salariali all’inflazione acquista molto senso in questo scenario: parliamo di una scala mobile dei salari. Christine Lagarde, a capo della Banca Centrale Europea, porta costantemente argomenti contro di essa da anni. La sua politica, sebbene la travisi parlando della “spirale prezzi-salari”, è di risolvere la questione dell’inflazione spremendo la classe operaia, così come hanno fatto nel 2022-23.
Questo riflette l’interesse di classe della borghesia, ma la vedono così anche molti leader sindacali. A breve, li troveremo in giro a cercare di convincere i lavoratori di quanto siano irragionevoli le loro richieste di aumenti salariali, come questi ultimi alimenteranno l’inflazione e come dovrebbero pensare alle condizioni finanziarie delle aziende ecc. Si comportano da galoppini dei capitalisti e questo porterà a ulteriore rabbia e frustrazione nei confronti dei dirigenti sindacali.
I lavoratori più coscienti chiederanno un aumento dei salari per arrestare l’erosione del potere d’acquisto dei lavoratori, non basandosi semplicemente sull’inflazione del 3-4% odierna, ma sull’inflazione più elevata che arriverà con tutta probabilità domani. Indicheranno i profitti enormi che le aziende si stanno intascando, come i ricchi stiano semplicemente diventando più ricchi, e chiederanno perché i lavoratori debbano pagare il prezzo del caos che hanno creato i capitalisti e gli imperialisti.
Un simile stato d’animo porrà le basi per scioperi selvaggi, ma spingerà anche i dirigenti sindacali ad agire sotto la pressione della base.
I vigilantes dei titoli di Stato
L’inflazione non è l’unico problema. Lo spettro della crisi dei debiti sovrani sta facendo la sua orrenda comparsa.
Gli speculatori non hanno in generale una buona reputazione. Gli speculatori che speculano sul fallimento di aziende e governi e che, pertanto, ne accelerano il processo rendendolo inevitabile hanno una reputazione ancora peggiore.
Gente come George Soros ha fatto un sacco di soldi speculando contro la sterlina britannica e la corona svedese negli anni Novanta. Guadagnare barcate di denaro sulla sfortuna degli altri ti rende naturalmente odioso. Ma simili attività funzionano solo perché c’è una base economica che le permette. In altre parole: esse rivelano le autentiche debolezze, che il mercato non ha ancora “valutato”. Una tale speculazione dà profitti solo quando il prezzo delle obbligazioni, delle azioni, della valuta, o di quel che sia, non riflette la realtà economica.
Questo ci porta ai cosiddetti “vigilantes dei titoli di Stato”. Nelle ultime settimane, stanno vendendo i titoli di Stato dei governi chiedendo un premio più elevato. La logica è semplice: se l’inflazione sta crescendo, chiedono un maggiore rientro, per assicurarsi che i loro profitti non vengano erosi dall’inflazione.
A questo si aggiunge un crescente imbarazzo per i livelli generali di indebitamento e per il debito pubblico in particolare. Questo li porta a pensare che i governi dovrebbero pagare tassi di interesse più elevati e si comportano di conseguenza, ritirando il denaro del mercato delle obbligazioni statali finché non otterranno i tassi di interessi che ritengono adeguati.
Il 13 maggio, il tesoro americano ha tenuto una “asta”, in cui hanno offerto questi titoli. I mercati erano tutt’altro che entusiasti e si è dovuto alzare il tasso di interesse annuo al 5% per i bond trentennali. In altre parole, presti al governo del denaro per 30 anni e alla fine li riottieni con un aggiunta del 5% annuo. Questa è stata la prima volta che i tassi di interesse per i titoli trentennali fossero sopra il 5% in un’asta dal 2007.
Qualcosa di simile sta avvenendo nel Regno Unito, dove i titoli di Stato fruttano più del 5%. L’Australia è sulla stessa strada e persino in Giappone i tassi di interesse sono arrivati al 4%, dopo un’asta in cui due banche hanno comprato il 60% delle obbligazioni: non esattamente un segno di forza.
Questo sta cominciando ormai a causare problemi seri. Gli Stati Uniti hanno bisogno di rifinanziare debiti per 10mila miliardi quest’anno, con un deficit di 2 mila miliardi. Gli Stati Uniti hanno bisogno di finanziare debiti per un terzo dell’economia americana. Tanto per rendere le cose un po’ di difficili, gran parte di questo debito è stato emesso quando i tassi di interesse si avvicinavano allo zero, che significa che i pagamenti sugli interessi per questi 10mila miliardi si triplicheranno almeno. Questo potrebbe comportare un costo addizionale di 300miliardi in interessi, lasciando un buco ancora maggiore nel tesoro.
Gli Stati Uniti possono tornare a stampare moneta, come durante la pandemia, ma questo indebolirà la fiducia già scossa nel dollaro. Lo scorso anno abbiamo spiegato alcune delle implicazioni di questo. Ma ci sono molti governi che sono ancora più a rischio: il Regno Unito, la Francia, l’Argentina, l’Egitto e il Pakistan, per dirne alcuni.
Il totale del denaro che deve essere trovato per finanziare i debiti dei paesi Ocse per quest’anno è di 18mila miliardi di dollari e altri 4mila miliardi per i cosiddetti “mercati emergenti”. Di questi 22mila miliardi, agli Usa ne servo 12mila miliardi. Sono cifre sconvolgenti.
In bancarotta
Inoltre, la crisi stessa sta spingendo i governi a fare concessioni ulteriori. Il governo tedesco per esempio a ridotto la tassa sul diesel di 17centesimi al litro. Il governo britannico ha rimandato l’aumento delle tasse sul carburante. La Sud Corea ha approvato un pacchetto di aiuti di 18miliardi di dollari per le famiglie e le aziende.
Ruth Gregory, vice-presidente di Capital Economics, stima che i sussidi per l’energia, l’aumento dei costi per il pagamento degli interessi sui titoli di Stato e il rallentamento della crescita economica faranno aumentare il deficit britannico dal 3,6% al 4,6% del Pil.
Questo potrebbe piombare di colpo sulla testa dei governi. Le aspettative sull’inflazione mettono pressione sulle obbligazioni, che fanno aumentare il costo del denaro per i governi nello stesso momento in cui il loro deficit cresce a causa delle misure che prendono per mitigare la crisi (e per l’aumento delle spese militari, ovviamente). Questo può trasformarsi in un circolo vizioso in cui il mercato obbligazionario può a tutti gli effetti “entrare in sciopero” e cominciare a chiedere dei tassi di interessi del tutto insostenibili per continuare a finanziare i governi.
Il governo di Liz Truss in Gran Bretagna è durato solo 49 giorni nel 2022 dopo essere intervenuto sul mercato obbligazionario: il pericolo era non solo quello di un collasso delle finanze pubbliche britanniche, ma anche di numerosi fondi pensione di una certa dimensione.
Questo è quello che è avvenuto anche in Grecia nel 2010, quando il paese venne costretto a portare avanti un programma di austerità feroce dal Fmi e dall’Ue. L’implementazione di questi attacchi è stata poi portava avanti dai governi successivi, incluso il governo di Syriza che, invece di rompere con il capitalismo, ruppe con le masse greche. Alla fine di questo processo, il Pil greco era crollato del 27%.
Non siamo lontani dal ritorno di una crisi di questo tipo. Questa volta potrebbe avvenire in paesi più rilevanti. Affrontare questa crisi richiederebbe una feroce austerità, creando un circolo in cui i tagli portano alla recessione, che porta ad un deficit maggiore e ad ulteriori tagli. Questa prospettiva coinciderà con il turbamento dei consumatori a causa dell’alta inflazione. Avranno meno soldi di spendere e saranno costretti a fare economia. Questo a propria volta avrà un impatto sull’industria, che dovrà tagliare la produzione, che porterà alla disoccupazione. In altre parole, una spirale recessiva.
Non sorprende che il capo editorialista del Financial Times, Martin Wolf abbia definito la guerra in Iran “Operazione Follia Epica” (gioco di parole con la denominazione ufficiale, “Furia epica”, ndt). Ugualmente, il ministro delle finanze britannico Rachel Reeves, in un suo discorso al parlamento il 21 maggio, ha incolpato la guerra per le difficoltà e detto più volte che è stato un “errore”.
È facile per i politici e gli analisti europei dare la colpa alla guerra in Iran. La realtà è che la guerra in Iran ha solo accelerato un processo che si stava già svolgendo. Trump, con la sua politica estera imprevedibile, è da un lato un prodotto della crisi e dall’altro un fattore di accelerazione della crisi stessa. Nessuno di questi analisti ha tuttavia una soluzione reale, perché il problema non è Trump, ma proprio il sistema capitalista.
Ora, i capitalisti stanno preparando una crisi dei debiti sovrani, una spirale inflazionistica e una recessione. In altre parole, una tempesta perfetta, in cui tutta una serie di contraddizioni che si sono accumulate nel passato potrebbero esplodere. Ovviamente è possibile che la classe dominante riesca a mettere una toppa nel Golfo, a mantenere l’inflazione sotto controllo e così impedire una crisi peggiore. Tuttavia, questo non risolverebbe nulla e aggiungerebbe soltanto ulteriori contraddizioni in vista della prossima crisi.




