Come la crisi globale sta rafforzando la Russia

Mentre i commentatori dibattono sui prezzi del petrolio e fanno calcoli geopolitici, la realtà della guerra in Medio Oriente non si misura in grafici, ma in vite umane. In solo pochi giorni, sono state uccise più di mille persone. Tra di esse, sono morte 165 bambine in età scolare con i propri insegnanti, in attacchi contro le infrastrutture civili in Iran.

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In tutta la regione, dal Golfo Persico al Levante, i missili sfrecciano sopra la testa dei civili, che si nascondono nelle cantine e nei garage sotterranei. Ciò che è cominciato come una dimostrazione di forza è sfociato in un conflitto che sta sfuggendo sempre più dal controllo dell’imperialismo americano.

Per gli Stati Uniti e per Donald Trump in persona, questa campagna si è dimostrata più complicata delle solite avventure geopolitiche degli ultimi mesi. L’Iran, messo in un angolo e con poco spazio per arretrare, ha risposto con aggressività. I paesi strettamente allineati con Washington, come il Qatar, il Kuwait, gli EAU e l’Arabia Saudita si trovano adesso intrappolati in un conflitto sempre più intenso.

Al centro della crisi si trova lo Stretto di Hormuz, un’arteria cruciale per il sistema energetico globale. Una parte importante del petrolio e del gas a livello mondiale passa attraverso questa stretto e qualsiasi interruzione si ripercuote istantaneamente sui mercati globali. Un singolo conflitto regionale ha adesso il potenziale di destabilizzare l’intera struttura del capitalismo globale.

Mentre milioni di persone soffrono, altre ne traggono profitto. Paradossalmente, uno dei principali beneficiari del conflitto potrebbe essere la Russia. Non perché la Russia abbia intrapreso la guerra o vi sia direttamente coinvolta. È improbabile che Mosca intervenga militarmente in maniera diretta in difesa dell’Iran, anche se ciò non è del tutto necessario. La natura asimmetrica del conflitto fa sì che l’Iran vince se non perde. E nel frattempo pare che la Russia stia fornendo assistenza con informazioni satellitari e appoggio economico. Tuttavia, è proprio perché la Russia rimane fuori dal conflitto che è in grado di beneficiare dall’instabilità globale che ne deriva.

L’attuale regime russo è diventato abile nel navigare nel mezzo delle turbolenze globali. L’aumento del prezzo del petrolio, il riassetto dei flussi commerciali e i problemi subiti dai concorrenti sono tutti elementi che possono rafforzare la posizione della Russia in qualità di importante esportatore di materie prime. In questo senso, il conflitto mediorientale potrebbe stabilizzare temporaneamente l’economia russa.

È in atto un profondo mutamento, innescato dal declino relativo dell’imperialismo americano, che ha perso la propria posizione di supremazia assoluta come potenza mondiale, nel contesto di una crisi organica del capitalismo, che sta portando ad una corsa per il controllo di mercati, risorse, catene di approvvigionamento e sfere di influenze, in particolare tra Stati Uniti e Cina. Ed è precisamente in questa carneficina imperialista che la Russia sta cercando di consolidarsi.

Il petrolio e il sangue dell’economia globale

Il ruolo degli idrocarburi nell’economia russa viene spesso esagerato in Occidente. L’economia russa è ben più sofisticata della mera estrazione di idrocarburi, ma nondimeno il 17% del PIL e il 30% delle entrate del governo federale provengono dal gas e dal petrolio, che fanno la parte da leoni nell’export russo.

Quando le tensioni imperialiste minacciano, come nel caso di una guerra in Medio Oriente, vie di approvvigionamento come lo Stretto di Hormuz, i prezzi del petrolio si innalzano quasi immediatamente su scala globale. Per un grosso esportatore come la Russia, prezzi più alti si traducono direttamente nell’aumento delle entrate dalle esportazioni, anche se il suo petrolio viene venduto a prezzo scontato a causa delle sanzioni.

Trump ha sospeso temporaneamente le sanzioni sul petrolio russo per calmierare l’aumento dei prezzi. Inoltre, ha dovuto abbandonare i suoi tentativi costringere l’India a comprare meno petrolio russo. Le raffinerie indiane hanno già comprato 30 milioni di barili di petrolio russo dall’inizio della guerra americana contro l’Iran.

I costi di produzione della Russia sono relativamente bassi, il che significa che un aumento nei prezzi globali accresce in maniera consistente i margini di profitto per le aziende energetiche e aumenta il gettito fiscale per lo Stato. In termini pratici, questo fornisce a Mosca un flusso addizionale di valuta estera nel paese, stabilizza il bilancio e aiuta a finanziare le spese governative, incluse quelle militari.

Allo stesso tempo, le interruzioni dell’approvvigionamento energetico indeboliscono alcuni concorrenti della Russia incrementando la volatilità sui mercati globali, mentre costringe i grandi importatori, specialmente in Asia, ad assicurarsi forniture alternative. Di conseguenza, la Russia può posizionarsi come un fornitore relativamente affidabile in periodi di instabilità, rafforzando la sua leva economica e il suo potere negoziale a livello diplomatico.

Eppure, persino questa stabilizzazione temporanea non sarebbe stata possibile senza una profonda ristrutturazione delle relazioni economiche estere della Russia nel corso della guerra in Ucraina. Il regime sanzionatorio imposto dopo il 2022 ha costretto Mosca a riorientare rapidamente i flussi commerciali e finanziari e le catene di approvvigionamento dall’Europa verso i mercati asiatici.

In questa trasformazione, la Cina ha giocato un ruolo fondamentale. Negli ultimi anni, Pechino è diventata il principale partner commerciale della Russia, assorbendo una parte significativa delle sue esportazioni energetiche, fornendo al contempo macchinari, prodotti elettronici, veicoli e altri beni industriali che hanno sostituito gran parte dell’import dall’Occidente.

Le aziende e le istituzioni finanziarie cinesi hanno inoltre facilitato i canali commerciali paralleli che permettono alla Russia di accedere a componenti e a tecnologie che altrimenti subirebbero restrizioni a causa delle sanzioni. Allo stesso tempo, l’utilizzo dello yuan nel commercio bilaterale e nelle riserve valutarie russe si è esteso drasticamente, sostituendo in parte il ruolo che giocavano in precedenza le valute occidentali.

Questo riassetto ha permesso all’economia russa di evitare quel collasso che molti commentatori avevano inizialmente previsto quando vennero imposte le prime sanzioni sulla Russia. Al contrario, noi spiegammo che sarebbe stata l’Europa a subire il colpo più duro a causa delle sanzioni europee. La realtà ha pienamente confermato le nostre previsioni.

Svolta ad Oriente

Per comprendere la politica estera russa contemporanea, dobbiamo tornare ai primi anni Duemila. Durante questo periodo, la Russia tentò di integrarsi nel sistema economico occidentale a seguito del collasso dell’URSS. La Cina, nel frattempo, stava sviluppando rapidamente la propria economia, combinando la centralizzazione statale e i meccanismi di mercato.

Nel giro di due decenni, l’economia cinese ha compiuto un salto colossale e la Cina è emersa come il principale concorrente degli Stati Uniti. Frattanto, la Russia nello stesso periodo tentava di equilibrarsi tra i diversi centri di potere. Il regime russo sperava di entrare a far parte del club delle potenze imperialiste occidentali, partecipando al G8 e spartendosi le sfere di influenza con l’Europa e gli Stati Uniti. Tuttavia, queste illusioni sono gradualmente sfumate. Il punto di svolta giunse con la crisi globale del 2008 e la continua espansione della NATO ad Est.

La classe dominante russa percepì i piani dell’Ucraina e della Georgia di entrare nella NATO come una minaccia diretta ai propri interessi. In seguito agli eventi del 2014 e alle sanzioni che ne derivarono, la Russia cominciò a riorientare rapidamente la propria strategia economica verso Est. Fu allora che ebbe inizio un reale ravvicinamento con la Cina.

In precedenza, le relazioni tra questi due paesi erano occasionali e circoscritte a intese regionali e davano luogo per lo più a dichiarazioni cordiali piuttosto che a progetti economici. Dopo il 2022 e l’imposizione delle sanzioni occidentali, la Russia è stata in grado di evitare il collasso economico principalmente grazie alla Cina.

Quasi l’80% delle esportazioni di petrolio russo sono state dirottate verso l’India e la Cina. Certo, questo ha avuto un costo in termini di sconti importanti, fino a 20-30 dollari al barile, ma grazie ai grossi volumi di petrolio della Russia e ai prezzi globali elevati, il suo PIL è cresciuto e la perdita del mercato europeo non ha avuto effetti catastrofici.

La Cina ha giocato un ruolo cruciale anche nell’eludere le sanzioni: essa fornisce elettronica, facilita importazioni parallele, partecipa al finanziamento di progetti energetici e fornisce prestiti ai grandi conglomerati russi.

Per quanto riguarda l’aviazione russa, l’industria farmaceutica e informatica, le forniture cinesi colmano un considerevole gap tecnologico. Anche la struttura delle riserve valutarie russe è cambiata: lo yuan è diventata la principale valuta di riserva per lo Stato russo. Un esempio significativo è il velivolo MS.21, un aereo sviluppato dalla Russia che potrebbe sostituire in prospettiva i velivoli occidentali nel settore aereo russo. La Russia è l’unico paese al mondo in grado di costruire un velivolo in piena autonomia, pur utilizzando componenti cinesi. Questo la dice lunga.

La Russia è da tempo uno dei principali esportatori di armi al mondo e in maniera paradossale la guerra in corso in Ucraina ha ulteriormente rafforzato questa posizione. Nonostante le sanzioni e l’isolamento politico, il complesso militare-industriale russo continua a giocare un ruolo importante nel mercato globale degli armamenti.

Il conflitto ha trasformato a tutti gli effetti la Russia in un terreno di prova su larga scala per la guerra moderna, in cui sistemi d’arma, droni, strumenti di guerra elettronica, tecnologie di difesa aerea e la logistica militare vengono costantemente riadattate e raffinate. Questa esperienza di combattimento in condizioni reali ha un valore inestimabile per l’industria globale degli armamenti, in cui i potenziali acquirenti osservano con attenzione come le prestazioni delle armi sui campi di battaglia.

Di conseguenza, la Russia non solo mantiene la propria reputazione come importante fornitore di armi, in particolare in paesi di Asia, Africa e Medio Oriente, ma accumula anche esperienza operativa che rafforza la competitività del suo settore della difesa.

La partecipazione della Corea del Nord in appoggio alla Russia durante il conflitto porta anch’essa con sé importanti implicazioni. Mosca è riuscita a consolidare una rete di alleati desiderosi di cooperare economicamente, militarmente e politicamente, nonostante le sanzioni. Dalla prospettiva di Pechino, la capacità della Russia di sostenere lo sforzo bellico, l’approfondimento dei legami con alleati non-occidentali e il mantenimento della stabilità interna, suggerisce che i rapporti di forza in Eurasia stanno cambiando.

In questo senso, il conflitto non ha indebolito la posizione geopolitica della Russia, come molti analisti si aspettavano. Sotto certi aspetti, esso ha persino rafforzato il ruolo di Mosca come attore centrale nell’ordine multipolare emergente.

Sarebbe un errore ridurre il ruolo della Russia nell’economia globale al cliché di una semplice “pompa di benzina con armi nucleari”. Questa descrizione è diventata corrente nell’analisi politica occidentale nel corso degli ultimi dieci anni, ma gli ultimi sviluppi hanno dimostrato quanto fosse fuorviante. La stessa Europa ha già pagato il prezzo di aver sottovalutato l’importanza strutturale dell’energia e delle materie prime russe.

Per ragioni simili, la relazione sempre più stretta tra Russia e Cina non dovrebbe essere interpretata come una semplice trasformazione della Russia in una colonia cinese. Certo, l’alleanza tra i due paesi è chiaramente asimmetrica: l’economia cinese è considerevolmente più grande, la sua base industriale più avanzata e le sue capacità tecnologiche più vaste. Tuttavia, l’asimmetria non implica automaticamente una dipendenza in termini coloniali.

Uno degli aspetti che fanno la differenza è la proprietà delle risorse produttive. La Cina non controlla i vertici dell’economia russa. Le principali aziende del petrolio e del gas, le infrastrutture energetiche, gli impianti industriali e le risorse naturali restano sotto il controllo dello Stato russo o del capitale nazionale.

Esistono investimenti cinesi, ma sono concentrati in progetti e settori specifici e non costituiscono un’acquisizione sistematica dei mezzi di produzione russi. Questa è un’importante differenza rispetto allo schema classico della dipendenza coloniale o semi-coloniale.

La cooperazione energetica tra i due paesi illustra questa relazione in maniera particolarmente efficace. Il piano di espansione dell’infrastruttura dei gasdotti, specialmente per mezzo del progetto “Forza della Siberia 2”, potrebbe aumentare drasticamente le esportazioni di gas russo in Cina. Una volta operativo, il gasdotto potrebbe fornire volumi vicini a quelli che precedentemente la Russia forniva all’Europa.

In altre parole, sebbene la Russia abbia perso gran parte del suo mercato del gas in Europa, sta simultaneamente costruendo un’alternativa di lungo termine in Asia. L’importanza strategica di questo riorientamento è già misurabile nel dibattito politico russo. Il presidente Vladimir Putin ha persino dato mandato al governo di esaminare la possibilità di un ritiro totale e accelerato dal mercato energetico europeo, spiegando che potrebbe essere più razionale per la Russia consolidare la propria posizione sui mercati emergenti asiatici piuttosto che attendere le prossime ulteriori sanzioni europee.

Tandem imperialista

La cooperazione tra Russia e Cina non si limita al commercio di materie prime o al reindirizzamento dei flussi energetici. Essa si estende in diversi settori industriali strategici, in cui entrambi gli Stati intravedono vantaggi geopolitici ed economici di lungo termine.

Tra i più importanti ci sono l’energia nucleare, l’estrazione di risorse nell’Artico e le infrastrutture su larga scala per il gas naturale liquefatto (GNL). Questi progetti esemplificano come l’alleanza tra Mosca e Pechino si svolga nella pratica: una combinazione delle risorse naturali, dell’esperienza ingegneristica e delle aziende energetiche statali della Russia con i capitali, le catene di approvvigionamento industriale e la domanda di lungo periodo di energia della Cina.

Una delle area più importanti di cooperazione a livello politico è l’energia nucleare civile. L’azienda di Stato russa Rosatom collabora con la Cina da decenni e resta una delle poche aziende straniere coinvolte in profondità nell’espansione del nucleare cinese. Ingegneri russi hanno partecipato alla costruzione dell’imponente impianto nucleare di Tianwan e, più di recente, i due paesi hanno concordato di costruire ulteriori reattori nei siti di Tianwan e Xudapu.

In questi progetti, la Russia fornisce la tecnologia dei reattori, l’uranio e le competenze ingegneristiche, mentre la Cina contribuisce con i finanziamenti, manodopera e logistica e con l’accesso a uno dei mercati energetici in maggiore crescita al mondo. Nonostante il volume commerciale diretto della cooperazione nucleare sia inferiore a quello del commercio del petrolio e del gas, la sua importanza strategica è considerevole.

Un altro importante settore di collaborazione è lo sviluppo delle risorse energetiche nell’Artico. L’Artico è diventato una delle regioni maggiormente contese nel mondo a livello strategico, a causa delle rotte commerciali che vi si stanno aprendo, oltre alle vaste riserve di gas naturale, petrolio e minerali strategici. La Russia controlla gran parte della costa che si affaccia sull’Artico e possiede una grande esperienza tecnica nelle operazioni in condizioni polari estreme.

Tuttavia, sviluppare questi campi richiede enormi risorse finanziarie, infrastrutture specializzate e accesso ai mercati globali. Per questa ragione, Mosca si sta rivolgendo sempre di più ai partner asiatici, in particolare alla Cina, per finanziare ed appoggiare imponenti progetti nell’Artico.

L’esempio più noto è il progetto Yamal per il GNL, in mano all’azienda russa Novatek. Enti statali cinesi, tra cui l’Azienda Nazionale Cinese del Petrolio (ANCP) e il Fondo della Via della Seta, hanno investito miliardi di dollari nel progetto e hanno fornito grossi prestiti attraverso banche cinesi.

Questi finanziamenti hanno aiutato a compensare il ritiro dei capitali occidentali dopo l’introduzione delle sanzioni. Il progetto è diventato da allora uno dei principali hub di esportazione del GNL nell’Artico, che spedisce carichi ai mercati asiatici ed europei mediante la rotta del Mar del Nord. Le aziende cinesi hanno anche investito nel progetto successivo, GNL Artico 2, che ha come obiettivo l’ulteriore espansione delle capacità di estrazione del gas naturale liquefatto russo nella regione.

La cooperazione sull’Artico si estende a tecnologie per l’estrazione in mare e alla costruzione di piattaforme estrattive. La Russia ha sviluppato soluzioni ingegneristiche specializzate per operare nelle acque artiche, incluse installazioni marittime in grado di resistere a temperature estreme e alla pressione dei ghiacci.

Un esempio molto conosciuto è la piattaforma di Prirazlomnaya, che opera nel Mare della Pečora e rappresenta una delle prime strutture di estrazione petrolifera marittima nell’Artico costruita specificamente per condizioni polari. Progetti di questo tipo richiedono tecnologie di perforazione avanzate, strutture resistenti al ghiaccio e una rete logistica complessa che include rompighiaccio, navi di appoggio e porti specializzati.

Per la Cina, la partecipazione allo sviluppo energetico nell’Artico dà accesso non solo alle risorse ma anche alle competenze tecnologiche e a nuove vie di trasporto. Pechino sta promuovendo sempre di più il concetto di una “Via della Seta Polare”, che colleghi le rotte artiche con la più ampia Nuova Via della Seta.

La rotta del Mare del Nord lungo la costa artica russa può accorciare considerevolmente i tempi di trasporta tra Asia ed Europa rispetto alle rotte tradizionali attraverso il Canale di Suez. Di conseguenza, le aziende di trasporto, le aziende energetiche e le istituzioni finanziarie cinesi hanno mostrato un interesse crescente nei progetti infrastrutturali, nei terminal di GNL e dei corridoi marittimi connessi ai porti russi nell’Artico.

Quella russo-cinese non è né una relazione di dipendenza coloniale, né un’alleanza perfettamente equilibrata. Al contrario, è un’alleanza strategica pragmatica modellata dagli interessi convergenti di due grandi potenze che cercano di rafforzare la propria posizione in un sistema economico globale in mutamento.

Ciò che è cominciato come una relazione prudente nei primi anni Duemila si è evoluto in un allineamento politico ed economico ben più stretto. Entrambi i paesi considerano sempre di più gli Stati Uniti come il principale ostacolo alle proprie ambizioni strategiche e hanno trovato un terreno comune nel contrapporsi al dominio della potenza imperiale americana nelle istituzioni globali e nelle strutture commerciali.

Allo stesso tempo, la stessa Europa è entrata in un periodo di crisi interna. La stagnazione economica, l’insicurezza energetica, la frammentazione politica e le crescenti tensioni sociali hanno indebolito la tenuta del progetto europeo.

Ironicamente, proprio la transizione energetica europea di allontamento dalla Russia si è trasformata in una fonte di conflitto politico all’interno dell’Unione Europea. I disaccordi tra gli Stati membri sulle sanzioni, sulle rotte di transito, sulle forniture energetiche hanno rivelato fratture importanti. Un esempio particolarmente evidente è stata la disputa tra l’Ungheria e l’Ucraina sul transito del gas e sugli accordi sulle forniture.

Ma ciò che è più importante è che la perdita delle importazioni di gas russo a basso costo ha smascherato la scarsa competitività dell’industria europea sul mercato mondiale. Di conseguenza, questo ha contribuito ad accelerare un processo di deindustrializzazione in tutto il continente. Nel mezzo di questa crisi, i 27 diversi Stati europei sgomitano per garantire i propri interessi nazionali.

Queste fratture hanno reso più difficile ai governi europei mettere in piedi una strategia unitaria nei confronti di Russia e Cina.

Il risultato di questo scenario globale in evoluzione è un nuovo riallineamento in cui sia la Russia che la Cina sono state capaci di rafforzare le proprie posizioni. La Cina beneficia dell’accesso a risorse energetiche a prezzi scontati, dell’estensione delle rotte commerciali e di un alleato strategico stabile in Eurasia.

La Russia, dal canto proprio, ottiene un mercato enorme per le sue esportazioni, un modo per sostituire le importazioni di tecnologia occidentale e un potente alleato nello scontro più ampio con gli Stati Uniti. Questa alleanza è asimmetrica sotto molti aspetti, ma è reciprocamente vantaggiosa nella situazione globale attuale.

In altre parole, il tentativo degli Stati Uniti e dei suoi alleati europei di isolare la Russia non ha prodotto il risultato che si aspettavano. Al contrario, ha accelerato il consolidamento di un asse economico eurasiatico incentrato sulla Russia e la Cina, un asse in grado di sfidare in maniera crescente il dominio politico ed economico occidentale.

Cavalcando le onde della crisi globale

Nonostante la pressione della guerra, delle sanzioni e delle turbolenze dell’economia globale, il sistema politico russo dimostra attualmente un livello considerevole di stabilità interna. Questa stabilità non significa l’assenza di tensioni all’interno della classe dominante. Al contrario, gli ultimi anni hanno visto conflitti palesi, rimescolamenti e campagne contro la corruzione tra i diversi settori dell’élite.

Numerosi funzionari di alto rango sono stati rimossi dai propri incarichi, incluso un vice ministro della difesa e altri burocrati al vertice accusati di corruzione. Tuttavia, simili episodi non dovrebbero essere interpretati come segni del crollo del regime, segnali che i commentatori occidentali cercano sempre di inventare e di ingigantire. Essi rappresentano piuttosto uno schema tipico dei sistemi politici bonapartisti, in cui l’autorità centrale mantiene il proprio dominio disciplinando periodicamente le fazioni rivali all’interno dell’élite e presentando queste azioni come una campagna contro la “corruzione” o le “inefficienze”.

In questo senso, le purghe interne e i cambi di personale politico funzionano meno come riforme strutturali e più come meccanismi per preservare l’equilibrio di potere all’interno del blocco dominante.

Allo stesso tempo, l’economia russa si è dimostrata più resiliente di quanto numerosi osservatori in Europa e negli Stati Uniti si aspettassero inizialmente. L’inflazione esiste e resta una grossa preoccupazione per le famiglie, ma non è schizzata fuori controllo.

In effetti, in molti periodi è rimasta al di sotto dell’inflazione che si registrava in alcuni paesi europei. Una combinazione di controllo sui capitali, dirottamento dei flussi commerciali, entrate elevate per la vendita delle materie prime, e spesa statale hanno permesso al governo di mantenere la stabilità nonostante la guerra e le sanzioni. Le esportazioni di energia, in particolare il petrolio, continuano a generare importanti flussi in entrata di valuta estera, mentre il commercio con i mercati asiatici ha sostituito parzialmente la perdita dei legami economici con l’Europa.

Tuttavia, la stabilità del regime e la resilienza del sistema macroeconomico non dovrebbero essere confusi con un miglioramento diffuso delle condizioni sociali. I benefici economici generati dall’alto prezzo del petrolio e dall’instabilità geopolitica sono concentrati principalmente all’interno di un ristretto settore di aziende legate allo Stato e alle élite politiche.

Le aziende energetiche, le istituzioni finanziarie e i grandi gruppi industriali legati all’apparato statale si appropriano di gran parte delle entrate addizionali generate dagli shock globali ai prezzi dell’energia. Un piccolo segmento di lavoratori altamente specializzati nel settore energetico e in quello militare possono anch’essi ottenere alcuni miglioramenti indiretti nella forma di salari più alti o una maggiore domanda delle loro prestazioni.

La popolazione più ampia vive la situazione in maniera molto differente. La spesa pubblica si è spostata sempre di più verso la produzione militare, le strutture di sicurezza e le industrie strategiche piuttosto che verso i servizi e la spesa sociale. Di conseguenza, le entrate aggiuntive generate dagli alti prezzi dell’energia non si traducono in un miglioramento apprezzabile delle condizioni di vita della gran parte delle persone. In molti settori, i salari reali sono stati stagnanti o sono diminuiti se si prende in considerazione l’inflazione e l’aumento del costo della vita.

Questa situazione contribuisce a produrre il più ampio problema della crisi della riproduzione della forza lavoro. Uno sviluppo economico stabile richiede non solo la produzione, ma anche la capacità della società di riprodurre la propria forza lavoro, mediante alloggi a prezzi accessibili, accesso a sanità, istruzione, e strutture di sostegno alle famiglie.

In Russia, tuttavia, molte di queste condizioni restano fragili. L’aumento del costo della vita, le limitate prospettive di carriera a lungo termine in molti settori civili, e la crescita della militarizzazione dell’economia rendono difficile alle giovani generazioni immaginare un futuro stabile.

Queste pressioni si riflettono già sulle tendenze demografiche. La Russia vive un declino nel tasso di natalità, una popolazione in invecchiamento e la crescita delle disparità regionali. Per molti giovani lavoratori, gli incentivi economici a creare una famiglia restano deboli, mentre il costo di crescere dei figli, specialmente nei grossi centri urbani, continua a crescere.

In altre parole, l’attuale situazione può anche rafforzare temporaneamente lo Stato russo e stabilizzare il regime politico, ma non risolve le contraddizioni strutturali più profonde all’interno della società russa. I guadagni prodotti dagli alti prezzi dell’energia e dall’instabilità geopolitica rafforzano prima di tutto il sistema di potere e la distribuzione delle ricchezze esistente.

Ci sono contraddizioni nel capitalismo russo, ma in questo momento hanno un carattere diverso rispetto a come vediamo che si esprimono in Occidente. In Occidente, c’è una carenza di sfere di investimento profittevoli. In Russia, l’economia tende non alla stagnazione, ma al surriscaldamento: non ci sono abbastanza lavoratori.

Nel momento attuale, la crisi in Medio Oriente potrebbe ridurre il deficit di bilancio della Russia, stabilizzare i mercati finanziari e rafforzare la leva diplomatica di Mosca nei negoziati globali. Ma i lavoratori non ne vedranno i benefici.

Nel contesto più ampio dell’attuale crisi del capitalismo, è probabile che le contraddizioni soggiacenti all’interno della società russa si intensificheranno piuttosto che svanire. Il divario tra lavoro e capitale, tra l’accumulazione di risorse incentrata sullo Stato e le condizioni economiche quotidiane della popolazione continua ad allargarsi. La stabilizzazione economica ottenuta mediante gli alti prezzi delle materie prime agisce come un cuscinetto temporaneo che ritarda la manifestazione delle tensioni strutturali più profonde.

In questo senso, l’attuale posizione della Russia è forte solo a causa dell’instabilità mondiale causata dall’imperialismo americano. La crisi non è scomparsa. È stata solo rimandata. E quando arriverà, i comunisti in Russia dovranno essere pronti.

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